Don Giovanni, le sue donne, l’eterno femminino…

(La seduzione come necessità vitale tra l’ironico ed il drammatico, vera quintessenza dell’eterno femminino  goethiano  – a pastiche, review and essay by Alessandra Branca)

Partita Italia-Irlanda degli europei; ma per gli affezionatissimi del Teatro dei Navigli, ultima serata di rassegna. In scena presso piccolo ma dignitosissimo Teatro al Corso di Abbiategrasso la piéce del gruppo di studio teatro di Alberto Oliva per Teatro dei Navigli in una prova non facile, titolata: “Don Giovanni e le sue donne”.

Un saggio, si dovrebbe dire. Ma se tutti i saggi fossero di questo buon gusto, ci sarebbe da farne un cartellone, pur amatoriale.

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Duplice sfida: quella di non far pentire i convenuti di aver rinunciato al calcio nazionale e quella di non cadere nello scontato di un tema tanto classico al teatro (ed alla musica) quanto di non facile padroneggiamento. Impossibile rendere la complessità di un Don Giovanni senza averne assimilati alcuni criteri di base che sconfinano non solo nella sottigliezza psicologica ma anche – e soprattutto – nella filosofia sottesa al mito.

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Un mito che viene da lontano, protagonista di tanta commedia dell’arte di età barocca ove ha prestato il canovaccio ad innumerevoli rappresentazioni dalle più famose a quelle inevitabilmente anonime. Fulcro della trama, motore dell’azione, un confronto tra “moralità” e continenza da una parte ed esuberanza ed edonistica a/moralità dall’altra. Parliamo di a-moralità, dando per scontata l’ormai scolastica distinzione tra a-morale ed im-morale. Una distinzione, va detto, che proprio con il testo di Moliére e con il libretto di Da Ponte per la musica sublime di Mozart è stata universalmente sancita e suggellata in saecula saeculorum. (in fondo, fulcro e senso della storia e delle sue varie rivisitazioni è proprio nel gioco  tra immoralità ed amoralità).

Tuttavia, per chi sia a digiuno di letteratura e magari anche di esperienze più o meno dirette  della vita, il problema morale/immorale/amorale, ancora può generare perplessità, dubbio, sconcerto. Cosa che può capitare anche in una classe di teatro, metti ad un corso cittadino. Soprattutto se l’insegnante si chiama Oliva e l’associazione Teatro dei Navigli: dove non si teme di confrontare l’amatoriale con il sofisticato.

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In fondo, il compito del teatro (come delle arti tutte), sua alta missione individuale e dunque sociale, è anche questa: moltiplicare la conoscenza delle esperienze, ampliare il campo di giudizio  – (estetico; e sull’estetica il “Don Giovanni” ha molto da dire… ma non vogliamo qui ingarbugliare ulteriormente il lettore; vi sono altre sedi in cui sviscerare la vasta, poliedrica, materia). Il teatro si avvale di uno strumento in più rispetto ad altre arti: la possibilità della mimesis diretta tra arte e vita, pubblico ed attori, vissuto e scena.

Per rendere tutto ciò al pubblico, è però necessario un lavoro non banale da parte delle compagnie che si applichino allo scopo. Ed ecco che un “corso” di teatro diviene vero e proprio “laboratorio” attoriale, drammaturgico, scenico, interpretativo. Affrontare un testo, una drammaturgia, ex novo: come mai nessuno l’avesse dettata prima. Ricercare, elaborare, sintetizzare, rendere.

Un lavoro su più fronti, dunque, partendo da una materia (l’allievo) tutta ancora da svezzare. Alberto Oliva, con questa sua classe, ci ha provato.

Da una lettura di tre testi teatrali sul Don Giovanni ed il suo Convitato di Pietra (Moliére, Puskin ed il recente, misconosciuto ma estremamente interessante, Horvart: “Don Giovanni ritorna dalla guerra”), il gruppo ha approntato una rielaborazione originale, pescando scene dai tre diversi autori (ed i tre diversi “Don Giovanni”) per poi ricucirle addosso a se stessi con inserti di propria ideazione e scrittura: sia nel testo che nell’elaborazione scenica e coreografica.

Dunque se già il Don Giovanni è emblema inafferrabile di uno spirito vitale che attraversa i tempi, se già non fosse egli stesso declinato secondo diverse luci dai vari autori, ecco che abbiamo una ulteriore intelaiatura. Alla fine ne viene fuori un arabesco, più che una semplice messa in scena.

E proprio in questo abbiamo trovato l’interesse, l’originalità e lo stimolo dello spettacolo di Oliva e della compagnia di attori amatoriali. Questo forte senso dell’intreccio, della mutazione degli accenti, nonché dello scambio. Come dire, fare di necessità, virtù.

Per cui abbiamo avuto un Don Giovanni interpretato da almeno tre attori (due maschi, una femmina); uno scambio di personaggi secondari da un attore all’altro a seconda della scena. A sottolineare il gioco delle parti negli intrecci amorosi ma anche – come abbiamo detto – nella rappresentazione, un intermezzo di tango di gruppo (nell’oscurità, veli rossi e calzamaglie nere si intrecciano a coppie e ruotano sulla scena).

Gli attori-allievi si sono dimostrati all’altezza del compito; consapevoli del gioco, ammiccanti verso il pubblico, hanno saputo calarsi nei diversi registri: drammatico o buffonesco; un po’ ciarliero da commedia o del tutto tragico; hanno dimostrato spirito di “compagnia” nello scambiarsi le parti e capacità di tenere la scena finanche nei monologhi. Fino all’inventiva personale in quei camei e monologhi di testo personali che Oliva ha chiesto loro di aggiungere e donare a questa drammaturgia. Non possiamo non citare qui l’azzeccatissimo e per nulla stonato inserto in dialetto abbiatense dello Sganarello di Rotta Marco, oppure l’improbabile e sorprendente dialogo faustiano (da drammatico diviene comico) a due voci per un attore (Pierotto-Faust e Mefistofele) di Umberto Capasso; ma anche i monologhi drammatici di Helene Lupatini e Giada Cascio carichi di tensione emotiva, ed ancora l’ironico duetto tra donne di Franca Galeazzi e Roberta Micali.

IMG_20160622_213309[1]La piéce del gruppo teatro dei Navigli titolava “Don Giovanni e le sue donne”. Lo svolgimento ha dato ragione del titolo. La compagnia – nei modi che abbiamo sopra descritti – ha infatti tratteggiato e declinato la multiforme e sfuggente figura del libertino: sarcastico seduttore dai modi raffinati e dalla divertita sicumera con il convincentissimo Gabriele Cardini (un John Malkovich dell’abbiatense! azzeccatissima la coppia con lo Sganarello Marco Rotta); gaudente giovanotto di bocca buona ed amor cortese con Alessandro Treccani; tagliente, conturbante ed implacabilmente gelida figura con la straordinaria Michela Mezzatesta (in una delle scene più notevoli e delicate, tratte dal testo di Horvàrt con “la Bambina” Giada Cascio).

Dall’altra parte, le donne. La scena si apre – dopo l’araldica di Helene Lupatini – con l’irrompere fiammeggiante di Donna Elvira (Franca Galeazzi) al culmine del furore passionale contro Don Giovanni. Da qui abbiamo poi la teoria di donne conquistate: dalle contadine Carlotta e Maturina (Roberta ed Helene) a Laura (Michela), dalle quattro donne “ex” alla “Bambina” (un gioco di contrasti molto forte quello del testo di Horvàrt).

Don Giovanni e le sue donne : le une non possono letteralmente vivere senza il seduttore, e questi non potrebbe proprio esistere senza le sue prede. In una giga (tango, pardòn, quello che i personaggi eseguono tra luci – nere –  ed ombre – rosse – in scena a scandire i quadri del racconto) di intrecci seduttivi ecco aggiungersi un ulteriore elemento di complessità filosofica (benché di per sé semplificatoria equazione sulle dinamiche umane). Così come la figura del seduttore può assumere valenze diverse a seconda del lato da cui la si guardi (calcolatore od impulsivo? ludico gaudente o spietato traviatore? incatenatore o liberatore? ingenuo o malvagio?), nella stessa maniera, non possiamo affermare con certezza che le donne siano vittime e prede di un cacciatore impenitente. La scena del té con biscottini e chiacchiere tra “ex” (Horvart) è rivelatoria, insieme al duetto già citato che la sostiene. Che sarebbero queste donne senza quel palpito passionale che il loro seduttore ha donato alle loro esistenze e che ancora le accompagna? Come potrebbe donna Elvira scoprire la sensualità (e l’ironia!) di un tango se non con la scusa della sfrontata seduzione (ed abbandono)? Povero Don Giovanni, condannato alle trame adescatrici di mille donne in attesa di un liberatore di passioni sopite!IMG_20160622_221051[1]

Di fatto queste donne più che vittime appaiono vere e proprie evocatrici di uno spirito “fuori legge”, forgiandolo nei recessi più reconditi del proprio desiderio. Desiderio di emozione, di passionalità e di ironico gioco in una vita – la nostra vita moderna – sempre schiacciata tra stereotipi a due dimensioni cui conformarsi e banale competitività al maschile. Nessun fuori programma, bandita la fantasia, inutile ogni carica di passione. Niente per cui valga la pena rischiare. Manca un vero libero Don Giovanni a questa Europa goffa, ingessata, chiusa ed assediata da logiche di Borsa e capitali.

Il mondo è delle donne. Il maschio occidentale ormai pare non abbia più nulla da dire; di certo, non fa sognare. né le sue donne né tantomeno – ahinoi – addirittura se stesso. (e con questo ci potremmo riagganciare al già citato quadretto tra Pierotto e Mefistofele: dove nemmeno la promessa di un successo assoluto con le donne ed in amore può strappare firma e borsa all’agente assicuratore.)

Alla fine dello spettacolo e riflettendo su queste cose verrebbe quasi da pensare che il Don Giovanni del nostro tempo non può che esser custodito nell’anima di una donna. Del resto, cogliendo l’aggancio faustiano, non è forse l’Eterno Femminino ciò che nella versione goethiana del peccatore si salva ed ascende al Cielo?

Una, anzi mille, Donna Elvira che spariglino le carte, riaccendano la sensorialità (sensualità) e ci salvino dalla Finanza e da un piatto, banale, consumistico asfittico “benessere” (vero e proprio “convitato di pietra” del XXI secolo).

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Dunque… impresa di Oliva, del suo gruppo e di Teatro dei Navigli, perfettamente riuscita. Bravi. …al prossimo anno! Cala il sipario tra scrosci di applausi e… : Mina (Elvira?): se c’è una cosa che mi fa impazzire… mina_se-ce-una-cosa-che-mi-fa-impazzire

Alessandra Branca

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La Misericordia di Lucilla, istigazione alla vita

Lucilla Giagnoni dal Big Bang a La Misericordia, scuote il pubblico magentino. Per la preziosa rassegna “Teatri del sacro” di CinemateatroNuovo.

La Misericordia di Lucilla, istigazione alla vita

Ormai una vera star in quel di Magenta, con i tanti passaggi, negli anni, sul legno delle scene cittadine tra Lirico e CinemateatroNuovo, Lucilla Giagnoni comincia ad avere in città una nutrita schiera di fan ed ammiratori. Ed è una meritata fama, la sua, perché la Giagnoni sembra brillare di luce propria ed assistere ad un suo show, che ha il carattere inequivocabile della perfomance, significa spesso venire investiti ed illuminati da questa luce; e da quel fiume di parole che si fanno, in struttura concentrica ed espansiva, suono ed emozione irraggiantisi tutt’intorno. Attivando così empatia e neuroni a specchio a piene… mani (intelligenti).

Questo grazie ad una abile regia e perfetto congegno delle fasi dello show, giostrati tra luci, immagini ed accompagnamenti sonori ad un testo denso di contenuti in cui la parola è al centro (in tutti i sensi). Ma non importa, lasciamo anche perdere l’analisi tecnica. Perché tanto il pubblico non la sente come estrinseca ma ne viene completamente inglobato e trasportato. E’ l’effetto “Lucilla”, speciale effetto tra gli effetti.

Siamo miseri e manchevoli, tutti capaci di vuoto e di dono. Siamo tutti madre, siamo tutti utero (donne ed uomini) capaci di riempirci di vita e di farla uscire nel mondo. Siamo tutti specchi, capaci di immedesimazione e di compatimento. Lo dicono le sacre scritture, in ebraico ed in greco antico; lo dicono le moderne neuroscienze.

La misericordia è una virtù femminile, teatrale e civile (civica), ci insegna la propria lectio la Giagnoni. Ha a che vedere con l’utero ed il prendersi cura (il femminile), ha a che vedere con l’empatia (il teatro), ha a che fare con il senso della nascita delle città: la condivisione, il fare, il soccorrersi. Edificare.

Siamo tutti miserevoli e manchevoli; siamo come Dio, sua immagine e somiglianza, il quale, mancando dal mondo, ma misericordioso per definizione, necessita di mani umane per dare corpo ed atto alla propria misericordia. Siamo le mani di dio in questo mondo. E’ bene usarle per condividere e prenderci cura del prossimo. Mani per soccorrere ed amare, non per accumulare.

Lo dicono i sacri testi ed i testi dei contemplativi, della tradizione o della contemporaneità, che siano filosofi o che siano umili scrittori, o che altro, magari un chiunque, come me, un pensiero raccolto e rilasciato in strada, camminando nelle strade del mondo. un mondo che va alla deriva, con i volti dei disperati, dei senza tetto, dei senza patria, dei senza sostentamento, di chi è meno fortunato di noi ad un passo da noi, magari proprio di fianco; i volti degli assassini; sì anche il volto dell’assassino.

Siamo tutti miserevoli e manchevoli, e dunque possiamo accogliere, nutrire, comprendere, far crescere, educare….e lasciare, liberare, lasciar correre nel mondo. come una madre che spinga il figlio: fuori dall’utero e fuori nel mondo, alla conquista della beatitudine, della gioia infinita di realizzare un destino, che poi è quello che Dio vuole per noi. Con mani e gambe forti. Educhiamoci alla vita, al suo potere infinito di felicità (e beatitudine).

La Giagnoni propone un’esegesi dei testi sacri, la bibbia, il vangelo di Matteo, in primis, col il suo greco e con il suo ebraico e quelle parole arcaiche (ed arcane) che sono, veramente, il verbo da cui nasce il mondo; si rifà a fonti esegetiche pilastri del cattolicesimo, San Paolo, San Bernardino; ma poi non esita, forte di una logica verbale ferrea, a citare ed interpretare Erri De Luca – scrittore contemporaneo che per molti versi potremmo definire estatico nella forza della carne che sa scolpire nei propri testi – ed il suo “In nome della madre”, dove De Luca – Giagnoni ci propongono un parto di Maria lungi dall’esser “senza dolore”, bensì carico di sforzo, di speranza, di fiato grosso, di spinte, di voglia di urlare, di piangere, di singhiozzi…. aaaaah… “e lo acciuffai al volo” ! Il Dio si fa uomo per potersi manifestare al mondo ma è la gioia di una madre che stringe tra le braccia il proprio cucciolo, ancora pregno dei liquidi dell’utero, di sangue e di plasma. Sacro e profano son la medesima cosa: “uomo, immagine di dio”. Immagine, volto e mani. Le sole mani che possono metter in atto opere; le opere della misericordia. Le mani che mette l’uomo per conto di Dio misericordioso. E poi ancora il volto; la misericordia è il volto di Dio, è l’attivazione dei neuroni specchio e dell’empatia; la compassione.LucillaGiagnoni_9marzo2016_lamisericordia_ctn_lucente-sfondo-nuvola-rossa

La misericordia ci rende tutti uguali, uguali in dio, uguali a dio, strumento di dio. Ma allora siamo vita pura, vita vuota che sa riempirsi, alzarsi, camminare, crescere, correre, conquistare, edificare, realizzare, realizzarsi. La vita piena (beatitudine). La misericordia, virtù a specchio che sa fare ciò che sa ricevere, ciò che dà, riceve in dono. All’interno dell’abbraccio della misericordia, non esiste destino che non possa esser felice, non esiste albero in riva al fiume che non sia beato. E’ la religione laica ed insieme cristiana. E’ il messaggio di ogni spiritualità, di ogni tempo e di ogni parte del mondo. Rompendo tutte le dicotomie, la prima quella tra uomo e divino, tra sacro e profano, tra religioso e laico. “Vai, conquista la tua vita, meritati ogni attimo! la felicità è un istante: e sarà tua se saprai meritare ogni istante!”.

Dalle scritture e dalla catechesi, nell’ormai ben definito stile di Giagnoni, il finale è un tuffo nel turbine della vita, una voce che risuona ed incita, la gioia di una madre che fa il tifo per la figlia, per la vita al suo primo risveglio, alle sue prime scoperte del mondo e delle proprie potenzialità. Le virtù teologali, i “super poteri” che ognuno di noi ha e che sono la via verso la pienezza, la beatitudine, la felicità. Ed la dicotomia finale a riprendere la radice uterina della misericordia, a sgretolarsi: quella tra femminile e maschile. Ogni donna è uomo ed ogni uomo è donna. Perché è la via della misericordia, ancora inesplorata davvero, quella di una rinnovata umanità, una nuova e diversa evoluzione: quella di un mondo che cresce senza sfruttare (ed è beato) che si espande senza usurpare (ed è beato); un mondo, un uomo, che sa diventare “grande” senza accumulare, ma, al contrario, svuotandosi per potersi sempre riempire e sempre donare. La mitezza, piuttosto che la miope ambizione, è il super potere che ci rende grandi. “vai, spargi la tua anima nel mondo!”.

Si chiama, dio, si chiama tao. Si chiama vita.

Alessandra Branca

LucillaGiagnoni_9marzo2016_lamisericordia_ctn_stars_predicatrice

post scriptum: mi dispiace, è troppo difficile, forse impossibile, per me scrivere un pezzo di cronaca qualunque con un materiale come questo. avrei potuto scrivere frasi e titoli tanto banali quanto ad effetto, che piacciono tanto, vai a sapere perché, come: “Lucilla Giagnoni mette d’accordo parroco e sindaco”; avrei dovuto parlare dell’emozione, della partecipazione del pubblico; del ripasso di catechesi corale sotto la direzione della maestra Giagnoni. non ce la faccio. il mare magnum dei materiali da cui la Giagnoni attinge per la costruzione dei propri spettacoli, e probabilmente anche la ricezione interiore di questi, è troppo coincidente con il mio stesso per riuscire a prescinderne e per non cadere, a mia volta, in una forma di lezione. Riflessioni e riflessione che io stessa elaboro da molto tempo e che mi accompagnano nella vita di tutti i giorni; la scoperta della sacralità umana, dalla filosofia che impariamo – grazie a dio! – a scuola alla individuale scoperta delle espressioni del pensiero olistico di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo. scoperte che non basta una lettura od uno studio ad incontrare. perché è prima di tutto una vibrazione del tuo stesso spirito. niente si può trovare se già non lo possediamo dentro. e poi e poi… questo amore viscerale, uterino e celeste, per la parola. La parola che ha il suo cuore di senso nel suono. la parola origine della mondo e del teatro. la parola possibilità straordinaria di relazione, la parola storia e la parola narrazione; la parola dna e neuroscienza, la parola vita. e qui ancora comincerebbe un altro viaggio nella meraviglia della creazione e del creato. ma certe ricerche, certe scoperte, questi cammini della conoscenza mi sono troppo cari ed intimi; meritano comunque, e sempre, la solitudine, l’umiltà, il rispetto (se non il timore) la spontaneità di un’anima che sente il richiamo del Cammino nello Spirito. non si possono rivendere al discount dei media. possono invece, come apprendo anche da Lucilla Giagnoni, divenire materiale di teatro. l’arte del teatro. ma il teatro si va a parteciparlo e viverlo. il teatro è pieno …di misericordia. ed in queste sere è pieno… di Lucilla. A.B.

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IL RE E’ NUDO – RE LEAR AL TEATRO OSCAR PACTA

IL RE E’ NUDO – RE LEAR AL TEATRO OSCAR PACTA

Per la regia di Riccardo Magherini

Con Francesco Paolo Cosenza, Maria Eugenia D’Aquino, Annig Raimondi, Antonio Rosti, Riccardo Magherini

Fino al 21 aprile 2013

Inserito nella rassegna Invito a Teatro

Riccardo Magherini e Antonio Rosti in scena

Riccardo Magherini e Antonio Rosti in scena

La produzione del Teatro Oscar di via Lattanzio osa mettere in scena un’altra pietra miliare della storia del teatro. Bisogna veramente ringraziare questo manipolo di coraggiosi indagatori della scena per l’impavidità nell’affrontare e renderci i grandi classici risparmiandoci stucchevoli voli pindarici di modernizzazioni ammiccanti a chissà quale gusto più adatto ad una Expo del Design che non al parquet di una sala di posa. Un classico è tale proprio perché parla una lingua universale fuori dal tempo e dalla moda, contiene già in sé tutta la modernità che si vorrebbe conferire artificiosamente; modernità sta nel senso non certo negli apparati di scena.

E questo lavoro all’Oscar Pacta –  prezioso scrigno dell’antica arte affidato alla direzione artistica della impareggiabile Annig Raimondi –  è un buon modo, per coloro che siano alla ricerca del gusto sulfureo della quintessenza teatrale, per ritrovare contenuti e sapienza scenica.

Bastano pochi elementi giocati con mestiere (e Shakespeare è il campione del mestiere; non di soli sogni è fatta la scena; ma di artigianato manuale che tali sogni serve) per rendere un universo.

Un drappo lavorato a patchwork farà una corte; quattro lenzuoli bianchi scossi dagli stessi attori in corsa e due fari ad intermittenza faranno una tempesta; una panca farà da trono o da sasso su cui siede il viandante; un separé farà da guardaroba e cesura per i fuori scena.  Cinque attori (compreso il regista) faranno dieci personaggi (comprese le comparse di servitori; di corte nonché di palco).

Ecco, arte del teatro. Magia ed autoinganno.

E proprio di autoinganno ci parla ancora questo Re Lear. Credere a ciò che lusinga la nostra vanità o disattenzione, esser ciechi per scelta. Ma l’autoinganno partorisce funesti frutti, e ben lo sa Shakespeare che ce lo mostra attraverso le vicende di Lear e Conte Gloucester, protagonisti paralleli nella celebre tragedia di una vicenda di menzogna e tradimento che essi stessi han provocato non sapendo guardare la realtà, ascoltare le parole per il loro significato e non per il lusinghiero suono dell’adulazione.

Verranno  duramente colpiti e puniti dagli eventi, fino al riscatto finale (tragico) che li vedrà inermi e nudi; mondati del vizio che ha portato alla propria ed altrui distruzione. Stracciate le vesti del potere, rimane la verità della propria umana debolezza.  E così anche la scena si spoglia dei drappi e rimane nuda, nuda nell’oscurità del destino che travolge l’uomo che non sa maturare in sapienza. “Non invecchiare senza prima esser diventato saggio!”, il monito centrale di questo testo elisabettiano, vecchio (e saggio) di secoli (siamo nel 1606). Saggezza che come sempre il Bardo Inglese affida alla voce scanzonata del ‘Matto’, fedele accompagnatore (e e controparte) del Re. Seppur di un re più insano del suo giullare (“Sciagurati quei tempi in cui i matti guidano i ciechi!”).

Dunque, come sempre in Shakespeare, indagine nel destino e nell’animo umano,  riflessione sui tempi e la storia si intrecciano e nutrono di senso vicendevolmente.  E la regia di Magherini non si sottrae, bensì ci rende, questa dialettica e questa chiave interpretativa.

Scena I

Scena I

Lear,è una Tragedia moderna, – come ricorda il regista Riccardo Magherini -, l’angoscia la solitudine la disperazione e la follia, il senso del vuoto, dell’illusorietà,della precarietà della vita, tutto ciò che lacera la nostra coscienza vi trova posto. Re Lear dunque come opera contemporanea, ma ancor più, per chi l’affronta, una montagna immensa, già molte volte scalata, che ancora incute rispetto, timore e inquietudine perché, tutti lo sanno, lungo le sue vie ancora si possono incontrare misteri nascosti e verità che non si vorrebbero sapere”.

 Una notazione, tra le altre, sulla scelta registica ed attoriale; Rosti e Magherini interpretano i due protagonisti maschili; come sappiamo la vicenda vede anche l’allegoria delle tre figlie di Lear, Goneril, Regan e Cordelia; le prime due assetate di potere e beneficiate dall’abdicazione paterna la terza virtuosa in modestia e scacciata dallo stesso Lear. Raimondi e D’Aquino si incaricano della parte delle prime due. E la terza? La virtuosa Cordelia, portatrice di verità ed affetto?

CORDELIA o IL CORO

CORDELIA o IL CORO

Magherini ed il suo team scelgono una ‘terza via’ per mettere in scena questo personaggio; una via narrativa e suggestiva. La parte di Cordelia è affidata ad entrambe le bravissime interpreti che non impersoneranno le battute bensì le leggeranno. Facendo della parte di Cordelia una vero e proprio coro laterale (laterale anche fisicamente sul palco), smaterializzando il personaggio e riassemblandolo – a due voci – in una sorta di coscienza o virtù letteralmente bandita dalle scelte morali di questi uomini incapaci di conoscere il proprio cuore e di governare il proprio destino.

Anche questa è modernità; una trovata che da sola basta a meritare il plauso della platea e della critica. Segnaliamo anche l’inserzione di suoni e rumori – a cura dello studio QuindiQuando (per esempio il chiacchiericcio della corte, a significare, riteniamo, anche il parlar alle spalle, il tramare, od il pensiero retrostante alle parole esibite, associato infatti proprio alla presenza in corte delle sue maligne figlie del re). Va da sé che le interpretazioni di tutto il quintetto sono ammirevoli.

Alessandra Branca