I Beatles secondo il Trio Lennon ed Annamaria Chiuri

“Per Elisa” 2017 : ennesimo successo per un evento veramente speciale di musica, sentimento e solidarietà

Appuntamento il 17 marzo, venerdì, con la serata – che non sarebbe improprio definire “di gala” – che da undici anni riunisce i magentini nello storico teatro cittadino per ricordare Elisa Lisca, splendida ragazza scomparsa prematuramente. I genitori, Giuseppe e Graziella, appassionati di musica come la giovane figlia, decisero che soltanto attraverso la nobile arte che sa toccare le corde di ciascuno per sciogliere i dolori in note alate, messaggere di speranza, avrebbero potuto omaggiare la vita della figlia. Nacque così la manifestazione “per Elisa” che negli anni è divenuta un appuntamento atteso ed uno straordinario momento di abbraccio della città. Essendo Giuseppe Lisca uomo di musica (baritono presso la Verdi de La Scala), l’evento non ha mai mancato di portare delle eccellenze musicali, e delle proprie chicche. Del resto, tanto per citare una cara presenza fissa, già è noto il legame della città della Battaglia con La Scala di Milano, legame incarnato dal grande concittadino Maestro Bruno Casoni. Recentemente è arrivata anche la straordinaria amicizia con la mezzo soprano Anna Maria Chiuri, la quale ha portato il proprio talento sul palco del Lirico già in diverse occasioni ormai (tra cui il “Per Elisa 2016”). L’ultima delle quali è stata proprio quella di venerdì 17 marzo, insieme all’arte del Trio Lennon. Tema, la musica dei Beatles, ri-arrangiata per trio d’archi e voce lirica.

Il concerto, aperto con un omaggio beethoveniano (“Per Elisa”), si è concluso con “All you need is love”, a rimarcare l’invito alla condivisione ed alla generosità, allo spendersi nel mondo con spirito aperto ed altruistico, proprio dell’evento organizzato dai Lisca con l’associazione “Cuori grandi onlus”, opera della missionaria laica magentina Maristella Bigogno, a favore dei bambini del Togo.

Un’ora e mezza abbondante di ottima musica, con gli arraggiamenti eleganti e variegati del Trio Lennon; trio composto da Roberto Molinelli alla viola ed arrangiamenti, Luca Marziali al violino, Anselmo Pelliccioni al violoncello. I quattro hanno portato sul palco non solo la loro eccellente arte ma anche una bella dose di ironia, umorismo, che ben si è accordata alla pimpante vivacità della Chiuri.

La serata ha registrato il “tutto esaurito” e nel parterre non sono mancanti amici illustri, gli amministatori con il Sindaco, il console, amici scaligeri. Tutti insieme nel nome di Elisa, della musica, della solidarietà, del teatro Lirico e della Città di Magenta. Alla fine della serata Giuseppe Lisca non ha mancato di ringraziare tutti, spendendosi generosamente, come nella natura di quest’uomo, ed esortando la città a ridare forza anche all’esperienza del Coro Civico.

Finale di bis con “La Carmen”, cavallo di battaglia della eclettica e vivace Anna Maria Chiuri, per accontentare i fans del pubblico.

Alessandra Branca

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Strada facendo… si cresce e si sta bene insieme

Magenta, Teatro Lirico. Serata di musica leggera curata da Totem e suonata dall’Orchestra Giovani. A favore di Emergency.

INTRO (a personal status)

Qualcuno già ne avrà avuta esperienza ma per noi era “la prima” per questa serata “leggera” al Lirico a cura di Totem. Infatti si era al “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, sabato 7 maggio 2016 è stata la volta di “viaggiare”. Il tema, ammettiamolo, non è dei più ricercati od inesplorati, quindi approcciamoci all’evento con la sana cattiveria della critica di carta stampata, che so, del New York Times, quelle belle cose che solo negli States (e nei films) si possono dare… La serata è già piovosa, a guastare una settimana di sole e fiori di maggio durante la quale veramente ti veniva voglia di prendere e… partire, viaggiare, mollarli tutti qui alle loro inutili frenesie e tronfie ambizioni… Ti rechi in via Crivelli, sei un po’ in ritardo (come si conviene a La Press, scusate ma ci tengo seriamente al ruolo!), da fuori tutto tace e l’acqua picchietta su testa e selciato, per giunta sei cotta, lievemente febbricitante, è sabato, domani è la festa della mamma che non c’è (più) e altrove ci sarebbe anche un concertino raggae con i tuoi amici; in alternativa un divano ed una copertina non li avresti disdegnati; “mah, speriamo quantomeno che non me la menino con Mogol e Battisti… (pensa la punk hard rocker che c’è in te).

Scosti ancora distrattamente i tendoni di accesso alla platea e…. “Sì, viaggiare” ! (Battisti e Mogol !)

(che poi, chi non la ha mai, ma veramente mai, canticchiata guidando? dai, fuori i  numeri, sdoganatevi!). Dal fondo della sala il colpo d’occhio è su una scena colorata e piena di gente (sono i musicisti!), valigie appese e, a ridosso della “fossa”, un prato verde tagliato al centro da una carreggiata d’asfalto nero, con una riga in mezzo… una rampa di lancio verso lo spettacolo! (sarà anche scontata, ma il suo bravo effetto lo fa, eccome! ma guarda un po’ questi di Totem: ‘sto Lirico lo sto vedendo in tutte le salse e sotto tutti i faretti e le cromature possibili !…)

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THEME & PLOT (reprise)

Teatro colmo e stipato, sabato sera, 7 maggio, per il concerto animato (esiste? la invento io, la categoria del concerto animato, dopo quella del cartone animato) di Totem. “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, questa è stata la volta di “viaggiare”.

Lo spettacolo è una sorta di concerto – narrazione a tema, a partire dal quale è stata proposta una selezione (una ventina) di canzoni tratte dalla musica leggera, italiana ed internazionale, collegate  tra loro con un espediente narrativo (delle brevissime gag tra una canzone l’altra) volto a mettere in luce le diverse declinazioni ed accezioni del verbo “viaggiare” e dunque le diverse emozioni che le canzoni stesse esprimono o suggeriscono.

Un impianto semplice, niente di rivoluzionario o di stravolgente circa le nostre comuni esperienze e concezioni. Ma è proprio qui che si apprezza la validità  di uno spettacolo ben fatto, curato, simpatico, fresco e molto molto godibile. Come dire, un’esperienza accessibile a tutti, comprensibile da tutti anche a mente pienamente rilassata. Un’esperienza partecipabile. Lo stato perfetto per lasciarsi andare, così come salire su un bus on the highway e lasciarli trasportare, con ritmico andamento, per le campagne od i cieli di qualche terra a noi gradita. O meglio ancora, per meglio dire:

“evitando le curve più dure… dolcemente, viaggiare”.

I brani selezionati sono noti, anche questo mette a proprio agio lo spettatore: tante volte è bello ascoltare o ri-ascoltare qualcosa che ci piace e con cui abbiamo familiarità; alcuni di più, alcuni di meno, magari, ma sempre roba buona. Soprattutto se ci vengono proposti in una veste non consueta, suonati da una orchestra sinfonica, sostenuti da una band ritmica e poppeggiante, ri-arrangiati molto molto bene da qualcuno che di musica, evidentemente, ne sa.

Ed eccoci qua. L’Orchestra Giovanile di Totem (con inserimento di alcuni allievi del nuovo Liceo Musicale magentino), diretta dal maestro Andrea Di Vicenzo (coadiuvato nella preparazione dai maestri Giuseppe Miramonti e Xiliola Kraja), “La Band”, ovverosia gli adulti del gruppo, (batteria, chitarre, basso, tastiere) capitanata dal maestro Alessandro Giampieri, e le voci: i giovanissimi (e bravissimi) Arianna Meda, Federica Morra e Daniele Azzena. Questo per la parte musicale. La scena – insieme alla già descritta scenografia – è stata poi animata dagli interventi della vivace Paola Ornati e di Lorenzo De Ciechi (autori dei propri testi e curatori di regia e scene con Antonella Piras), i quali, muovendosi tra le fila dei musicisti ordivano un filo narrativo, tra il recitativo ed il didascalico, alla scaletta. Vivace personaggio di giovinetta briosa e pronta a cogliere le possibilità del nostro agiato e rapido mondo del XXI secolo, la prima; figura più riflessiva, con accenni poetici e d’un umorismo a volte venato di amarognolo, il secondo. La ragazza che si fa donna negli anni 2000 e l’adulto che fu ragazzo e fanciullo negli ultimi decenni del Novecento, alle cui atmosfere guarda con nostalgia – reso dal De Ciechi sfoderando un piglio comico da cabaret milanese d’antan – quando tutto questo (il pop) ebbe inizio e fu… un viaggio fantastico!

Sicché, il viaggio può iniziare guidando un’automobile (Battisti) ma può finire con un razzo nello spazio (Bowie); si muove con la brama di conquistare le strade del mondo bruciando tutto il proprio ardore (U2) o salpando melanconicamente e coralmente insieme, con Rod Steward, verso il mare della vita; saremo stranieri, come inglesi a New York con Sting, o ci ritroveremo sempre su un palco ed in una città per cantare con Ron; ce ne andremo per cercar fortuna e non tornare con John Denver o ci perderemo nel deserto per liberarci di una identità e trovarne un’altra come il cavallo senza nome degli America. Faremo viaggi di allucinata fantasia con Lennon ed i Beatles oppure avvertiremo nella solitudine della sera la lontananza di chi amiamo con Carol King. Guideremo piano, percependo la vita che si risveglia in un respiro che si apre con Fabio Concato oppure immagineremo, struggendoci, “lontano, lontano”, un nostro amore di tanto tempo prima che per un attimo sentiremo ancora lì. Oppure ancora, in omaggio alla Festa della Mamma, augureremo un viaggio di realizzazione ai nostri figli come Mannoia o di crescita attraverso le dolci ed amare esperienze della vita con Baglioni. Si può viaggiare leggendo (un bel cameo quello su Tartarino di Tarascona, firmato da De Ciechi). Ed infine, il viaggio, è anche quello che ci porta alla tappa ultima: quella in cui lasceremo questa esistenza e ci imbarcaremo, chissà, verso un’Altra vita… e di quel momento, di quell’ultimo viaggio (in auto!) e dell’approdo all’Hotel dell’Aldilà, ci ha dato una sua affettuosamente mondana e minimale visione, di nuovo,  Lorenzo De Ciechi (“è l’ultimo, fatemi stare davanti!”).

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In comune questi brani hanno avuto però non solo il tema e le sue possibili declinazioni: hanno avuto gli ottimi arrangiamenti dei maestri Di Vicenzo (per l’Orchestra) e Giampieri (La Band). Hanno avuto la freschezza e la bellezza (sì, voci veramente belle) dei giovanissimi interpreti (qualcuna in procinto veramente di partire per studiare musical a New York). Morale: impossibile non accennare a cantare insieme a loro (potenza del pop: è impossibile resistergli! i piedi si fanno ballerini e le ugole han voglia di liberarsi). Ed hanno avuto, last but not least, l’esecuzione dell’Orchestra Giovani, in questa esperienza tra strumentazione classica e genere pop che così bene hanno interpretato nella gaiezza della loro giovane età.

Ed è così che, con la scusa del dizionario, il viaggio della sera del 7 maggio è stato, trasportati sul tappeto volante del concerto unplugged – (in alcuni momenti mi son sentita nel film di Altman con la Streep, Radio America…fortunatamente qui non deve chiudere nessun teatro! anzi! lunga vita!) -, nella nostra  musica leggera, a ritrovare quei brani, quei motivi e quei testi che abbiamo vissuto così soggettivamente, hanno magari accompagnate le nostre esperienze di vita, tanti momenti, da soli od in compagnia; ma che fanno parte ormai del patrimonio comune della nostra cultura occidentale (che sia benedetta!); e non c’è bisogno di essere dei “patiti”, perché tutti quanti, di ogni età, li conoscono, anche solo una nota, anche solo un accenno. E molte altre generazioni ancora – ci auguriamo! – ancora li vivranno, li canteranno, li suoneranno… (la cultura occidentale: così bella quando è bella!…)

Da menzionare anche la scenografia luci ed il mixer audio (Pierangelo Meda, Giacomo Vilbi, Alessandro Radaelli) e le animazioni grafiche – particolarmente in risalto nel Beatles Tribute – di Fulvio Marino (proiettate su un telone a mo’ di vela sul fondo della scena).

CONCLUSIONI (“Strada facendo…”)

In definitiva, una bella serata di svago. Un concerto-spettacolo che si è ben presto tramutato in una vera e propria festa “di ringraziamento” per e da gli Amici di Totem, i quali si sono “rilassati” (si fa molto per dire: 4 mesi di lavoro) con questo “intermezzo” o “commiato” pop prima dell’ultima data della stagione sinfonica del Lirico – sabato 21 maggio – con il concerto della sinfonica “Città di Magenta”, Haydn e Beethoven.

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A sugello di questa bella atmosfera di insieme e di amicizia, ed a corroborare lo svago con valori di solidarietà, la presenza di Emergency dell’Ovest Milano. Altri amici di Totem e di Magenta a cui è stato devoluto il ricavato della serata. Perché se viaggiare è bello, viaggiare per soccorrere chi è debole, è nobile. Emergency –  a breve compirà 22 anni di attività – tra gli altri presidi sparsi nel mondo, sta lavorando a quello di Bangui, Repubblica Centrafricana, ove si vuole potenziare l’ospedale ed il centro pediatrico (come hanno illustrato dal palco Alberto Pecorari e la dottoressa Emanuela Valenti).

In sala, a supportare il sempre puntuale ed egregio lavoro di Mario Mainino – appassionato musicofilo, supporter e documentatore fotografico di eventi (vedi alla voce concertodautunno.it ) – c’era per l’occasione il Gruppo fotografico di Inveruno “Foto in fuga” (in gallery qui sotto ne mostriamo alcuni scatti, in particolare di  Luisa Giussani).

Infine la Presidente di Totem ha ringraziato tutti i sostenitori, il Comune di Magenta con il Sindaco Marco Invernizzi – presente in sala insieme al suo predecessore, Luca Del Gobbo; ed ancora i colleghi di Magenta Cultura 2016 (come fecero – ad onor di giusta cronaca – gli omologhi degli altri filoni: Daniela Parmigiani di Urbanamente durante la serata filosofica di Zoja il 19 aprile, Luca Cairati di Teatro dei Navigli il 20 aprile con Peperoni Difficili,  Alberto Baroni di CinemateatroNuovo al termine di Taxi Teheran il 7 aprile).

Reso, soprattutto, da parte della Presidente Piras, pubblico e giusto tributo a tutto il team della diciottenne associazione culturale magentina: gli insegnanti, i musicisti, gli operatori e curatori i quali tutti insieme, chi più sotto i riflettori chi nell’ombra dell’impegno quotidiano, permettono la realizzazione di ogni spettacolo. Non da ultimo, il pubblico, senza il quale, evidentemente, non vi sarebbe lo scopo del lavoro. Nelle parole di Antonella Piras, “un viaggio, come la vita, è più bello se si può condividere con qualcuno”.

 

Alessandra Branca

 

L’ORCHESTRA Giovanile Totem è:

Violino

Michele Alziati, Cristina Ballarini, Anna Giammattei, Sara Lo Iacono, Giulia Morani, Martina Orsi, Cristina Pelizzari, Alberto Repossini, Francesca Ripoldi, Rebecca Sodano, Erica Spozio, Matteo Terzoli.

E la gentile partecipazione di Francesco Comunale Lucia Montagna

Viola

Jolanda Bruno, Clara Repossini

Violoncello

Andrea Alziati, Tommaso Boschetti, Irene Lo Iacono, Nicolò Imprescia.

E la gentile partecipazione di Sara Cerutti, Greta Lavatelli e Carlo Mainardi.

Contrabbasso

Paulo Montoya

Flauto

Daniel Voltolini

Clarinetto

Giorgio Noè

Oboe

Erica Meda

Corno

Giulia Di Saverio

Tromba

Daniele Velati, Daniel Sencenko

 

LA BAND è:

Alessandro Giampieri e Efrem Bonfiglio, chitarre

Gioele Bonfiglio, basso elettrico

Fabio Gangi, piano/keyboard

Marco Nebuloni batteria e percussioni

Totem, concerto sinfonico “in residenza” al Teatro Lirico di Magenta. Sabato 9 aprile 2016.

Schumann, Mendelssohn, Buratto, Seco, Orchestra. Che dire… Chapeau!

Scrivere un pezzo (“pezzi facili”) può esser facile quando poco s’è goduto di una esperienza. La testa elabora in automatico cose che non ci sono e quattro frasi vanno sempre bene. Ma a seguito di una serata così perfettamente compiuta; piena eppur libera dalla forza di gravità, a tratti intima o piuttosto spumeggiante, delicata eppur vivace; una serata di musica come quella di sabato sera al Lirico di Magenta, ove si è esibita l’Orchestra “in residenza” del Lirico-Totem-Magenta, diretta da Marco Seco ed accompagnata al pianoforte da Luca Buratto. Ecco, quando ben ci si alza dalla poltrona e si sta bene; cosa ci potrà mai esser da scrivere, da contarla sù? In una sera così, quando l’impegno (tanto) ce lo hanno messo tutto loro e tu non avevi da far altro che startene là, abbandonato in poltrona, immerso nei movimenti degli strumenti, scrutando di tanto in tanto (ad occhi chiusi, ma quanti colori?) la volta del bel teatro … Che altro ci può essere da aggiungere o narrare, a posteriori?  In quale forma trasferire e narrare le impressioni ed il rilassato godimento? Alla fine del concerto od all’inizio della pagina bianca, che rimane, al “dire”?

Forse, delle mani di Luca Buratto che puntavano elastiche e sicure la tastiera? La scarpa che muove le leve dei pedali e la schiena sempre tanto eretta, forse già indice della “posa” mai fuori dalle righe dell’esecuzione: intensa sì (e lo intravediamo sul volto del pianista), ma al riparo da accenti eccessivamente drammatici; a conservare il carattere ancora pienamente raziocinante dell’uomo-musicista in un Romanticismo espressivo  in cui non c’è un’abbacinante Natura a travolgere od annichilire l’uomo e non vi sono titani a sfidare un possente Destino. Piuttosto, è l’uomo stesso ad offrirsi ad un sentire cangiante, inquieto ma ancora integro, lontano dalla frammentazione della modernità. Il soggetto esplora il sentimento nella sua cavalcata nel mondo. Il dialogo tra pianoforte ed orchestra è continuo, senza cesure o strappi. L’uomo e la natura si confrontano ma ancora sono in sintonia, si tengono per mano: l’uomo è natura. Due forze salde, due soggettività che danno luogo ad una danza dalle mille velocità dalle mille variazioni. Si abbracciano, si uniscono, poi si allontanano come separate da un vento vorticoso, ma si ritrovano e ricominciano, su un’altra misura, ad esplorare un nuovo fraseggio, memore del precedente…  I piani, i forti, i pianissimi… (ah quei meravigliosi pianissimi!). E son esortazioni dagli archi, e son pensosità del pianoforte e son trionfi di orchestrazione e son minuetti e son sinfonie, ed è un’improvvisa malinconia, è la voce sollevata da un oboe o un clarinetto, ed è sempre il piano solo a rispondere e rilanciare con la forza di un sentimento pieno, cosciente di sé, un’affermazione sorta da un’attenta introspezione.  Ed è poi l’abbraccio con il mondo: l’intera orchestra, le vele spiegate degli archi.  Ed è la bravura di Luca Buratto, che non ci ha fatto mancare nulla, abbiamo sentito tutto, fluentemente. (E ti vien da pensare: ma quanto è ‘grande’  una tastiera? quanto estesa? è una tastiera o piuttosto un ruscello vivace che scende a valle la percorre, non senza soste, dubbi  o nostalgie per abbracciare poi i venti e spiegare in trionfo le grandi vele orchestrali; per poi lasciarle nuovamente, al porto, magari quello di Dresda, sul fiume Elba, Sassonia: “partite senza di me”, sembra dire, tornando in se stessa). Esecuzione pulita, bella, misurata, intensa; presente su ogni minima variazione tematica. (Deve essere uno bravo? Sì, è uno bravo, lo dice anche il programma di sala che leggiamo alla fine del concerto). Si vorrebbe piangere, a pensarci, tanta è la bellezza.

(Caro Herr Schumann, grazie per aver scritto queste pagine; grazie per non aver saputo bene sotto quale  forma compositiva infilare i tuoi pentagrammi, volendone attraversare diverse (sinfonia, concerto, gran sonata). Grazie Clara per aver sempre ispirato, seguito, consigliato, incoraggiato, suonato questo tuo Robert soffiando insieme il vento della libera creatività. Questa nave dalle vele dispiegate che naviga verso vasti orizzonti di nuova vita ma sempre salda alla sua carena. Quella imbarcazione dalle vele spiegate entro i cui legni si trova la pianta forte e rigogliosa della vostra unione…)

Grande solista! e l’orchestra non è da meno. (Devono essere musicisti bravi… sì, lo sono; se non ci fidiamo delle nostre orecchie, è attestato dalla brochure di sala). Chi sono? Tanti bravi strumentisti, amici di Totem…

Cambio di scena; la tastiera si è ritirata, lasciando Schumann-Buratti alla propria solitaria meditazione. Ma quell’imbarcazione, quel veliero è là, in porto e vuole salpare…verso Sud. Ecco,  i venti si alzano e le vele immediatamente si dispiegano: immediato e già trionfale è l’attacco da parte dell’Orchestra sul palco. L’attacco di questo Felix Mendelssohn della sinfonia n.4 in La Maggiore (laddove Schumann ci ha lasciati nel Minore). Squilli di trombe e corni, si annuncia il viaggio! Il viaggio verso lidi mediterranei ed italiani: questa quarta mendelssohniana è appunto chiamata “Italiana” poiché da lui composta durante il soggiorno nel nostro Bel Paese (“la terra dove fioriscono i limoni” secondo la celebre definizione goethiana tratta dal suo Viaggio in Italia, pietra miliare e punto di arrivo dell’immaginario di tutta una tradizione di Grand Tour che avevano tappa centrale nel paese dove fioriscono, oltre ai limoni, le arti della classicità). Il giovane ma già esperto Marco Seco dirige con piglio deciso e dolce insieme, ancora una volta, tutta l’orchestrazione delle parti, in un moto costante e variegato di ritornelli, danze, melodie; all’unisono od in fughe e ritorni. Mendelssohn utilizza perfettamente una cornice classica e composta rendendola duttile ad un andamento libero, multiforme, così inequivocabilmente romantico. Un romanticismo, anche in questo caso, lontano (ma non ignaro) dalle cupezze e dai boati tragici dell’uomo che si erge solitario a vincere il Destino (Beethoven?).  Siamo in un territorio più contenuto, non meno ardimentoso, ma più armonico, ritmato, snello e gaudente. Siamo in Italia, la terra del sole ma siamo anche, soprattutto, nella luminosità di un certo Haydn: continentale, austriaco e classico.

La nave veleggia fendendo veloce ed imperiosa onde ritmiche sostenute; sbarca, si sofferma in quadri bucolici terrestri – senza mai far mancare qualche nube inquieta a dinamizzare la melodia e provocarne cambi e metamorfosi – per terminare in un travolgente ritmo finale d’insieme. E chiude, senza traccheggio, nel trionfo di ogni sezione musicale spinta a convergere all’unisono melodico ed allo stacco deciso. Fine. Si rimane senza fiato, nello spazio della platea dove ancora sembrano vedersi sospese le polveri policrome del salterello e del presto; è rimasto l’eco degli archi, dei legni, degli ottoni; l’eco di quella chiusa, di quella sciabolata di Finale. Fine del viaggio.

Non rimane che darsi una scrollata e scrosciare quanto più possibile in applausi. Per noi, un volo sulle ali delle nostre gaudenti orecchie; per loro, una bella sgomitata! Facile da ascoltare, ma quanto  impegnativa da eseguire? ma che bravi! che felicissimo insieme!

Devono proprio essere “sodali” per riuscire così bene in due opere di tale “concerto” tra le parti strumentistiche. Hanno scelto di suonare insieme e di farlo qui a Magenta, nel nostro teatro Lirico, grazie agli auspici della nostra Totem. Uno scambio reciproco di favore, “noi” (magentini), diamo lo spazio (il nostro bel teatro Lirico), loro, ci viziano con tale pregevole esecuzione… un ottimo affare!

Alla fine, di fronte alla bravura degli esecutori ed allo splendore di questi due gioielli del romaticismo tedesco… applausi! Ma non sono stati quelli del pubblico gli unici ad udirsi. Poiché l’orchestra “in residenza” al termine di entrambe le esecuzioni, abbassati i gomiti e saltati in piedi, hanno applaudito con evidente, partecipata ammirazione, con empatia e felicità i due protagonisti e compagni, Luca Buratto al piano ed il direttore Marco Seco. Ma con loro hanno applaudito se stessi. Lavorare insieme, riuscire così bene; essersi “scelti” per questo concerto (e speriamo diversi altri a venire), tenuti a battesimo (sempre per propria scelta) da due capolavori del genere sinfonico.

Quindi, alla fine, che rimane da dire? …Chapeau!

Alessandra Branca

 

Sabato 9 aprile 2016 ore 21 – Teatro Lirico di Magenta        

Stagione sinfonica Teatro Lirico a cura di Totem – Magenta

Programma:

       Robert Schumann (1810-1856)

Concerto per pianoforte e orchestra in La minore op.54 (1845)

     Allegro affettuoso. Andante espressivo. Allegro – Intermezzo. Andantino grazioso – Allegro   vivace                  

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)

Sinfonia n.4 in La maggiore op 90 “Italiana” (1883)

     Allegro vivace – Andante con moto – Con modo moderato – Saltarello. Presto

pianoforte, Luca Buratto

direttore, Marco Seco

L’ Orchestra “In Residenza” sono:

Flauto Erika Macalli, Lorenzo Scilla – Oboe Claire Colombo, Ludovico Asnaghi – Clarinetto Alessandro Lamperti, Lorenzo Paini – Fagotto Luca Barchi, Mario Garavelli – Corno Anna Sozzani, Luca Medioli – Tromba Raffaele Sabato, Irene Monari – Timpano Davide Bresciani – Violini I Margherita Miramonti, Giulia Scilla, Chiara Borghese, Andrea Masciarelli, Beatrice Petrozziello, Luisa Zin, Diana Muttini – Violini II Ilaria Daga, Pierfrancesco Galli, Paolo Terzoli, Simone Broggini, Alessio Cavalazzi, Giacomo Orlandi – Viole Roberto Tarenzi, Daniel Ciobanu, Susanna Tognella, Giulia Sandoli, Milos Rakic – Violoncelli Francesco Martignon, Fabrizio Scilla, Giovanni Volpe, Mattia Pacilli, Pietro Cottica, Giovanni Crivelli – Contrabbassi Chiara Molent, Paulo Montoya, Stefano Morelli

 

Orchestra “In Residenza” – cos’è (a cura di Totem):

<< L’Orchestra “In residenza” è l’espressione di un progetto culturale fluido, di ampio respiro denominato Residenze Artistiche.

In un mondo divenuto ormai troppo frenetico, dove gli artisti sono sempre in viaggio da un luogo ad un altro, nasce il bisogno di trovare luoghi e tempi in cui poter esprimere la propria creatività e dar vita alle esperienze personali maturate in un contesto libero dalle pressioni del mercato e dell’intrattenimento. Nasce l’idea di trovarsi, o come nel nostro caso ritrovarsi, confrontarsi in un luogo, una “ residenza” per creare, proporre e far vivere l’occasione di un evento che nel suo  genere risulta unico.

Le residenze artistiche sono intimamente legate al luogo dove si tengono, alla comunità, al territorio e in questo contesto esiste la possibilità di creare circoli virtuosi tra la residenza artistica e la comunità di riferimento.

Il nostro teatro abbraccia questo progetto e diventa centro di residenze artistiche, cioè un luogo fisico e della mente, che mette a disposizione degli artisti soprattutto il bene immateriale del tempo, della creazione e della discussione. >>

 

Totem, Agorà ed il M° Stefano Cerrato. …Quanta filosofia in quell’archetto!

Si è conclusa venerdì 1 aprile la piccola rassegna di musica (giovane) da camera di Totem-Agorà. Con Bach e le “Suites per Violoncello” (n.1, 2 e 4). Scelte ed eseguite dal Maestro Stefano Cerrato.

…Quanta filosofia in quell’archetto!  (*Antonella Piras, cit)

Settimana cruciale e densa, quella che ha seguito la Pasqua, per l’arte e la cultura magentina (e del magentino). Il Plenilunio post equinoziale ha fatto il suo dovere naturale connettendo la Terra ed il Cielo in una scintilla di trascendenza, come dalla mesta e dura terra dell’inverno sbucano impudenti fili d’erba e dai rami degli alberi le gemme cominciano a mostrare aeree e delicate fioriture.

Tutto questo avviene nel Silenzio, espressione più alta di ogni pensiero che sia anche carne, materia elevata alla quintessenza alchemica della comprensione profonda ed unitaria, della massima comunicazione tra l’uomo, la natura, il cosmo. L’uomo ed il creato. L’uomo con il suo creatore.

Massimo Cacciari ha ricordato, per chi non lo sapesse già, mercoledì sera al teatro Lirico, come, se Dio (qualora se ne dia uno) è tale in quanto “creatore” (del mondo) e se l’uomo ne è l’immagine a somiglianza, allora – completiamo noi la silloge – l’uomo è simile a Dio quando crea. Sarà perché personalmente ne abbiamo venerazione, ma come non pensare all’atto creativo dell’arte? come non credere all’arte in quanto vera immagine, vero richiamo, lettura vera del mondo? Come non poter – una volta ancora – pensare all’arte, all’atto creativo che le dà forma, come alla suprema forma possibile di libertà per l’uomo?

[neanche a saperlo prima o farlo apposta, mentre in platea al Lirico andavamo cogitando di questo, la sera successiva ci saremmo trovati con un Alexandre Sokurov proprio sul pezzo: altro appuntamento cruciale della settimana in oggetto, giovedì31marzo, Francofonia, Sokurov, Cinemateatronuovo, Filmforum, vero Cinema!]

L’atto artistico quale uscita dalla Caverna, per chi per primo l’abbia osata (l’uscita, il passaggio, la pasqua) e per chi ascolti questo messaggio, segua l’esempio ed a sua volta, osi! (Questo continuo uscire ed entrare, questo scambio, questa ciclica Liberazione…)

E nel caso del signor Johann Sebastian, detto Bach (1685-1750), come non abbandonare ogni obiezione possibile, tacere e mettersi umilmente in ascolto? Se l’esecuzione è all’altezza della pagina sulle linee di pentagramma, non vi sarà più alcun bisogno di spendere molte parole e tutto sarà dentro di noi. E probabilmente saremo visitati da intima gioia e  vaga commozione. Un richiamo della commozione di fronte al Mistero del Figlio di Dio che salva il mondo (dalla volgarità e dalle ciance mondane?).

Questo, nel caso del signor Bach, e forse nell’intera storia della musica, è al suo massimo grado (per quanto la nostra poca erudizione ci consenta di azzardare facili paragoni da pezzo local-giornalistico) nelle variazioni Goldberg (universalmente note), ma il Nostro non è tipo da venir molto meno in altre sue composizioni.

Le suites, per esempio. Le suites per violoncello solo, nella fattispecie. Ovvero, come ti trasformo delle ballate popolari in opere di meditazione. Ognuno – attraverso l’arte – esprime ciò che ha dentro, lo spirito di cui è fatto, la qualità dell’anima che lo anima. Il Pensiero.

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Ora, introdurre le Cello Suites di Johannes Sebastian in un programma di “piccola rassegna di musica da camera di giovani e giovanissimi”, da tenersi in quel di Robecco sul Naviglio, quale distaccamento (non è forse infatti il paese delle ville nobiliari – ergo abitazioni di campagna – dei milanesi del Settecento?) del programma sinfonico del Teatro Lirico della “Capitale”, Città di Magenta, sulla carta può apparire un’operazione azzardata; e, difatti, agli ignari come la sottoscritta, un poco tremano le ginocchia: “oddio..!”. Ma, fortunatamente quelli di Totem e quelli di Agorà sprovveduti non sono e quindi non mi mettono – con tutto il rispetto – un “giovanissimo” (nel senso, alle prime note) sul palco. Non siamo al circo. (piuh!, asciughiamo le gocce di sudore freddo). Chi ci mettono? “Un amico”. Già, è vero: qui “gli amici”, sono dei bei pezzi se non da novanta, da settanta-ottanta tutti! Difatti Stefano Cerrato, classe Ottanta-sette, per l’appunto, è stato un enfant prodige (scuola Suzuki di Torino) ed è oggi un vero Maestro, un primo violoncello, apprezzato nelle migliori orchestre nazionali (la Toscanini di Parma, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano) e fondatore di pregiate formazioni (Trio Caravaggio, Cerrato Brothers). Ha imparato e suonato con i più grandi nomi (per quanto concerne il violoncello, quello italiano, citiamo due nomi noti e popolari del panorama musicale odierno: Dindo e Brunello). Si è diplomato (post graduate, dopo il Verdi di Milano), assistito dal Maestro Bronzi al Mozarteum di Salisburgo (stiamo parlando della Mecca…). [benché, dopo Il soccombente, alla sottoscritta ogni volta che sente nominare il Mozartaeum, un poco scappa anche da ridere… eheh, messaggio subliminale per dilaniati amanti di Thomas Bernhardt]. Ma la piantiamo qui con la biografia artistica di Cerrato, perché ci vorrebbero due cartelle. E poi, cosa sono le note curriculari di fronte all’esattezza dell’ascolto?

Eccoci. Il tendone dell’Agorà e blu (un blu lapislazzulo, direi). Un bel colore. Dietro, c’è il nero del mistero.

Stefano-cerrato_scarpeStefano Cerrato – scarpe nere lucidissime (avrà utilizzato Calzanetto?), un panciotto bronzeo-dorato di cui apprezziamo senz’altro la fattura damascata – accompagnato da un nero panno con il quale tergerà il sudore proprio e quello del violoncello – saluta il pubblico, accorda lo strumento in diretta e nell’aspettativa della sala; poi siede, alza l’archetto e… là! (Sol Maggiore). Preludio n.1 (universalmente noto). Ed è così che chi come la scrivente fosse arrivata con le ginocchia dubbiose e qualche puntino di sospensione alla fronte… bon, relax! Ci siamo: che fortuna esser qui stasera! Sensazione di avere fatto benone ad uscire di casa, magari trafelati (come al solito) per la cucina-le stoviglie-i piatti – (eh, già! nati fummo al pianto ed al multitasking; nate, al femminile, per la precisione) – che si espande e conferma quando il maestro, sempre tra panno nero, archetto e violoncello tra le mani, ci elargisce una stringata (è il caso di dirlo!) ma ben narrata illustrazione tecnica del programma e della natura compositiva delle suites bachiane (il maestro si riconosce non solo da come suona ma anche dal suono delle parole). Quindi ci spiega come si differenzino allemande, sarabande, correnti, gighe e minuetti (questi ultimi, passione del Re Sole, Luigi XIV, che della sua età anagrafica, in Francia, seguiranno la cadenza, come si avventura, divertito, Cerrato a raccontar l’aneddoto); in aggiunta anche il bourré! E poi si suona, e poi si ascolta. Sin dal primo attacco, percepire distintamente il colpo del polpastrello sul legno del manico della tastiera (ottimo, l’acustica c’è!); poi l’archetto, e le sue inclinazioni; veder stillare qualche goccia di sudore dalla fronte del Maestro, udire qualche gridolino, della corda tesa dell’archetto e qualche sospiro di sudore dalle stringhe del violoncello. La musica, il corpo unico tra strumento ed esecutore, insieme vibrano, lavorano e partecipano. E noi siamo lì, in una oscurità la cui unica catena è quella che ci tiene legati ai movimenti – una forma estetica anch’essi – dell’uomo sulla scena. Una oscurità la cui luce al fondo è quella delle misure esatte e dei suoni pregni di Bach-Cerrato. Un’oscurità necessaria alla luce, dentro. Ed è buio, ed è luce. E’ suono, è silenzio. E’ sudore e materia, è elevazione. E’ arte, è pensiero. (La bellezza, la completezza del pensiero non pensato, non verbalizzato)

Finale di bis (non avremmo voluto finissero mai, questi bis! ma il maestro aveva lavorato col violoncello già da un’ora e mezza; sentendo la “sete” in sala, è stato generossissimo!) con Du Port, Jean Louis, Settimo Preludio e – per il divertimento generale – con il volo del calabrone di Rimskij Korsakoff, omaggio alla stagione appena inaugurata (e torniamo, anche qui, sul tema iniziale di questo nostro scritto… peraltro, ricordiamo che, incidentalmente, Bach senior sia nato proprio in pieno Equinozio primaverile, il 21 marzo dell’annus domini 1685).

Grazie J.S. Bach, grazie Stefano Cerrato, grazie amici di Totem ed Agorà. Ci risentiamo l’anno prossimo, per una seconda edizione.

Per inciso: la situazione raccolta del cineteatro Agorà ci pare una scelta perfetta per questo genere di proposta, insieme agli indubbi meriti degli amici che lo gestiscono con entusiasmo e competenza (nel teatro, nel cinema, e nella musica).

Alessandra Branca