Totem, Agorà ed il M° Stefano Cerrato. …Quanta filosofia in quell’archetto!

Si è conclusa venerdì 1 aprile la piccola rassegna di musica (giovane) da camera di Totem-Agorà. Con Bach e le “Suites per Violoncello” (n.1, 2 e 4). Scelte ed eseguite dal Maestro Stefano Cerrato.

…Quanta filosofia in quell’archetto!  (*Antonella Piras, cit)

Settimana cruciale e densa, quella che ha seguito la Pasqua, per l’arte e la cultura magentina (e del magentino). Il Plenilunio post equinoziale ha fatto il suo dovere naturale connettendo la Terra ed il Cielo in una scintilla di trascendenza, come dalla mesta e dura terra dell’inverno sbucano impudenti fili d’erba e dai rami degli alberi le gemme cominciano a mostrare aeree e delicate fioriture.

Tutto questo avviene nel Silenzio, espressione più alta di ogni pensiero che sia anche carne, materia elevata alla quintessenza alchemica della comprensione profonda ed unitaria, della massima comunicazione tra l’uomo, la natura, il cosmo. L’uomo ed il creato. L’uomo con il suo creatore.

Massimo Cacciari ha ricordato, per chi non lo sapesse già, mercoledì sera al teatro Lirico, come, se Dio (qualora se ne dia uno) è tale in quanto “creatore” (del mondo) e se l’uomo ne è l’immagine a somiglianza, allora – completiamo noi la silloge – l’uomo è simile a Dio quando crea. Sarà perché personalmente ne abbiamo venerazione, ma come non pensare all’atto creativo dell’arte? come non credere all’arte in quanto vera immagine, vero richiamo, lettura vera del mondo? Come non poter – una volta ancora – pensare all’arte, all’atto creativo che le dà forma, come alla suprema forma possibile di libertà per l’uomo?

[neanche a saperlo prima o farlo apposta, mentre in platea al Lirico andavamo cogitando di questo, la sera successiva ci saremmo trovati con un Alexandre Sokurov proprio sul pezzo: altro appuntamento cruciale della settimana in oggetto, giovedì31marzo, Francofonia, Sokurov, Cinemateatronuovo, Filmforum, vero Cinema!]

L’atto artistico quale uscita dalla Caverna, per chi per primo l’abbia osata (l’uscita, il passaggio, la pasqua) e per chi ascolti questo messaggio, segua l’esempio ed a sua volta, osi! (Questo continuo uscire ed entrare, questo scambio, questa ciclica Liberazione…)

E nel caso del signor Johann Sebastian, detto Bach (1685-1750), come non abbandonare ogni obiezione possibile, tacere e mettersi umilmente in ascolto? Se l’esecuzione è all’altezza della pagina sulle linee di pentagramma, non vi sarà più alcun bisogno di spendere molte parole e tutto sarà dentro di noi. E probabilmente saremo visitati da intima gioia e  vaga commozione. Un richiamo della commozione di fronte al Mistero del Figlio di Dio che salva il mondo (dalla volgarità e dalle ciance mondane?).

Questo, nel caso del signor Bach, e forse nell’intera storia della musica, è al suo massimo grado (per quanto la nostra poca erudizione ci consenta di azzardare facili paragoni da pezzo local-giornalistico) nelle variazioni Goldberg (universalmente note), ma il Nostro non è tipo da venir molto meno in altre sue composizioni.

Le suites, per esempio. Le suites per violoncello solo, nella fattispecie. Ovvero, come ti trasformo delle ballate popolari in opere di meditazione. Ognuno – attraverso l’arte – esprime ciò che ha dentro, lo spirito di cui è fatto, la qualità dell’anima che lo anima. Il Pensiero.

Stefano_Cerrato_Bach_Cello-Suuites_Agorà_1aprile2016

Ora, introdurre le Cello Suites di Johannes Sebastian in un programma di “piccola rassegna di musica da camera di giovani e giovanissimi”, da tenersi in quel di Robecco sul Naviglio, quale distaccamento (non è forse infatti il paese delle ville nobiliari – ergo abitazioni di campagna – dei milanesi del Settecento?) del programma sinfonico del Teatro Lirico della “Capitale”, Città di Magenta, sulla carta può apparire un’operazione azzardata; e, difatti, agli ignari come la sottoscritta, un poco tremano le ginocchia: “oddio..!”. Ma, fortunatamente quelli di Totem e quelli di Agorà sprovveduti non sono e quindi non mi mettono – con tutto il rispetto – un “giovanissimo” (nel senso, alle prime note) sul palco. Non siamo al circo. (piuh!, asciughiamo le gocce di sudore freddo). Chi ci mettono? “Un amico”. Già, è vero: qui “gli amici”, sono dei bei pezzi se non da novanta, da settanta-ottanta tutti! Difatti Stefano Cerrato, classe Ottanta-sette, per l’appunto, è stato un enfant prodige (scuola Suzuki di Torino) ed è oggi un vero Maestro, un primo violoncello, apprezzato nelle migliori orchestre nazionali (la Toscanini di Parma, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano) e fondatore di pregiate formazioni (Trio Caravaggio, Cerrato Brothers). Ha imparato e suonato con i più grandi nomi (per quanto concerne il violoncello, quello italiano, citiamo due nomi noti e popolari del panorama musicale odierno: Dindo e Brunello). Si è diplomato (post graduate, dopo il Verdi di Milano), assistito dal Maestro Bronzi al Mozarteum di Salisburgo (stiamo parlando della Mecca…). [benché, dopo Il soccombente, alla sottoscritta ogni volta che sente nominare il Mozartaeum, un poco scappa anche da ridere… eheh, messaggio subliminale per dilaniati amanti di Thomas Bernhardt]. Ma la piantiamo qui con la biografia artistica di Cerrato, perché ci vorrebbero due cartelle. E poi, cosa sono le note curriculari di fronte all’esattezza dell’ascolto?

Eccoci. Il tendone dell’Agorà e blu (un blu lapislazzulo, direi). Un bel colore. Dietro, c’è il nero del mistero.

Stefano-cerrato_scarpeStefano Cerrato – scarpe nere lucidissime (avrà utilizzato Calzanetto?), un panciotto bronzeo-dorato di cui apprezziamo senz’altro la fattura damascata – accompagnato da un nero panno con il quale tergerà il sudore proprio e quello del violoncello – saluta il pubblico, accorda lo strumento in diretta e nell’aspettativa della sala; poi siede, alza l’archetto e… là! (Sol Maggiore). Preludio n.1 (universalmente noto). Ed è così che chi come la scrivente fosse arrivata con le ginocchia dubbiose e qualche puntino di sospensione alla fronte… bon, relax! Ci siamo: che fortuna esser qui stasera! Sensazione di avere fatto benone ad uscire di casa, magari trafelati (come al solito) per la cucina-le stoviglie-i piatti – (eh, già! nati fummo al pianto ed al multitasking; nate, al femminile, per la precisione) – che si espande e conferma quando il maestro, sempre tra panno nero, archetto e violoncello tra le mani, ci elargisce una stringata (è il caso di dirlo!) ma ben narrata illustrazione tecnica del programma e della natura compositiva delle suites bachiane (il maestro si riconosce non solo da come suona ma anche dal suono delle parole). Quindi ci spiega come si differenzino allemande, sarabande, correnti, gighe e minuetti (questi ultimi, passione del Re Sole, Luigi XIV, che della sua età anagrafica, in Francia, seguiranno la cadenza, come si avventura, divertito, Cerrato a raccontar l’aneddoto); in aggiunta anche il bourré! E poi si suona, e poi si ascolta. Sin dal primo attacco, percepire distintamente il colpo del polpastrello sul legno del manico della tastiera (ottimo, l’acustica c’è!); poi l’archetto, e le sue inclinazioni; veder stillare qualche goccia di sudore dalla fronte del Maestro, udire qualche gridolino, della corda tesa dell’archetto e qualche sospiro di sudore dalle stringhe del violoncello. La musica, il corpo unico tra strumento ed esecutore, insieme vibrano, lavorano e partecipano. E noi siamo lì, in una oscurità la cui unica catena è quella che ci tiene legati ai movimenti – una forma estetica anch’essi – dell’uomo sulla scena. Una oscurità la cui luce al fondo è quella delle misure esatte e dei suoni pregni di Bach-Cerrato. Un’oscurità necessaria alla luce, dentro. Ed è buio, ed è luce. E’ suono, è silenzio. E’ sudore e materia, è elevazione. E’ arte, è pensiero. (La bellezza, la completezza del pensiero non pensato, non verbalizzato)

Finale di bis (non avremmo voluto finissero mai, questi bis! ma il maestro aveva lavorato col violoncello già da un’ora e mezza; sentendo la “sete” in sala, è stato generossissimo!) con Du Port, Jean Louis, Settimo Preludio e – per il divertimento generale – con il volo del calabrone di Rimskij Korsakoff, omaggio alla stagione appena inaugurata (e torniamo, anche qui, sul tema iniziale di questo nostro scritto… peraltro, ricordiamo che, incidentalmente, Bach senior sia nato proprio in pieno Equinozio primaverile, il 21 marzo dell’annus domini 1685).

Grazie J.S. Bach, grazie Stefano Cerrato, grazie amici di Totem ed Agorà. Ci risentiamo l’anno prossimo, per una seconda edizione.

Per inciso: la situazione raccolta del cineteatro Agorà ci pare una scelta perfetta per questo genere di proposta, insieme agli indubbi meriti degli amici che lo gestiscono con entusiasmo e competenza (nel teatro, nel cinema, e nella musica).

Alessandra Branca

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Teseiron, aspirante quartetto italiano, con Totem all’Agorà di Robecco sul Naviglio

Mini-rassegna con la musica giovane da camera organizzata dai ragazzi dell’Agorà in collaborazione con Totem di Magenta; dopo il primo appuntamento con  trombe e tromboni  (dal barocco alle musiche per film), seconda serata con la più classica delle formazioni cameristiche, il quartetto.

Per l’occasione Agorà non deve andare molto lontano poiché la cittadina sul Naviglio trova nei pressi del proprio romantico ponticello la materia prima. Del quartetto Teseiron in scena, infatti, la metà dei componenti – il violoncello ed il secondo violino sono robecchesi doc, Carlo e Marina Mainardi; l’atra metà, Francesco Della Volta (primo violino) e  Lorenzo Scaglione (viola) provengono rispettivamente da Milano ed Arese. Questo per inquadrare geograficamente il contesto, sottolineando come, accanto a quello di ascolto di musica “classica” vi sia lo scopo – primario – di promozione di giovani talenti “vicini”, offrendo loro palchi di esibizione in pubblico.

“Teseiron” sta per quattro (dei quattro, dal greco); ed i quattro ventenni – tutti studenti del Conservatorio Verdi di Milano – hanno dato avvio alla propria formazione nel 2014, su ispirazione del maestro Fulvio Luciani di cui i ragazzi sono allievi nei corsi delle “Officine Luciani”. Un maestro, un’idea che potrebbe farsi progetto ed una sana amicizia: questi gli elementi che portano alla costituzione del Teseiron; per realizzare il quale, Scaglione passa dal violino alla viola (alla domanda: “e ne sei stato contento? risponde: “mi ha cambiato la vita!”: a giudicare dal sorrisone che gli spunta in volta si direbbe in meglio!).

Da allora diverse esibizioni, la recente partecipazione al Premio Città di Giussano e venerdì 18, tappa all’Agorà; dove un pubblico di casa ma anche di appassionati ed intenditori li aspetta ad un amichevole “varco”.

La proposta di serata del Teseiron si caratterizza per la sfida del “diverso” che spesso la gioventù lancia;  si muove infatti tra uno Schubert di un noto “incompiuto” (“Quartettsatz” in Do minore) ed un Beethoven tardivo, quindi già in fase divergente rispetto al quello della produzione più tipica  (Quartetto in Fa maggiore opera 135). In mezzo a questi due assi del romanticismo il Teseiron piazza un Alfred Schnittke (autore sovietico, 1934 – 1998) con un quartetto n.3, del 1983, composto per la Kunstehalle di Mannheim.

L’esecuzione dei quattro trasmette tutta la concentrazione, l’impegno ed anche un poco di emozione (suvvia, ammettetelo!) di una formazione ai primordi che si confronta con la strada che sta intraprendendo: quella della carriera musicale e dell’esibizione in pubblico. Per cui, un palco sufficientemente “intimo” ed un pubblico che non sia una giuria di competizione, consentono agli stessi ragazzi di testarsi. “Abbiamo scelto il programma in base a quanto studiato nell’ultimo corso di perfezionamento con il Maestro Luciani ed anche per verificare tra noi il livello raggiunto”, dichiarano al termine nella breve intervista che ci hanno simpaticamente concesso.

Per cui, terminata l’interessante scaletta in locandina, Francesco, Marina, Lorenzo e Carlo, visibilmente contenti del plauso che la platea tributa loro, ringraziano i convenuti con dei bis. Ed è proprio qui che i ragazzi ci intrattengono con più scioltezza, evidentemente svanita la tensione degli autori più impegnativi. Sono quindi i Beatles di Come together e di  Blackbird, trascritti per archi, a salutare (come usa fare ormai molto spesso nei bis dei concerti delle più acclamate formazioni da camera internazionali), questa serata di “classica giovane” all’Agorà. In prima fila, ad applaudire con gioia ed orgoglio, Antonella Piras di Totem (insieme ad altri totemini in sala), mentore del gruppo (Marina e Carlo hanno fatto parte della piccola orchestra di Totem per anni).

Giù dal palco, insieme ai complimenti ed agli auguri, la domanda corre d’obbligo: avete una formazione di quartetto alla quale vorreste somigliare o alla quale vi ispiriate? La risposta, entusiasta ed unanime, è anch’essa d’obbligo: “Al Quartetto Italiano!”. Eh già, allievi innamorati (come è bello che sia) del proprio maestro: Fulvio Luciani, infatti – lo impariamo insieme – è stato egli stesso allievo di Paolo Borciani: fondatore e primo violino del Quartetto Italiano, ad oggi il massimo quartetto d’archi di nazionalità italiana, attivo tra il 1945 (quando i membri erano ventenni) ed il 1980. Il testimone passò poi al quartetto fondato da Fulvio Luciani, cui Borciani stesso affidò il proprio nome, attivo dal 1984 sino al 2004.

L’augurio ai Teseiron è di vivere e maturare un’esperienza concertistica proficua ed una lunga amicizia.

La prossima occasione per conoscere Teseiron sarà domenica 20 marzo presso Iseo. Mentre il prossimo – terzo ed ultimo – appuntamento con la piccola rassegna cameristica di Agorà (la cui direzione artistica è affidata allo stesso Carlo Mainardi) è per venerdì 1 aprile. Sul palco il sole del violoncello di Stefano Cerrato a confrontarsi col gigante J.S. Bach e le sue universali “Cello Suites”.

 Alessandra Branca