Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Nella serata magentina del 19 aprile, il filosofo psicanalista junghiano Luigi Zoja ha attraversato antinomie e polarità della società occidentale tra il XX ed il XXI secolo. Ultimo incontro per Magenta Cultura 2016.Luigi_zoja

Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Se il Novecento è stato dominato dalla polarità “libertà-uguaglianza” (il secolo delle ideologie, del confronto tra libertà assoluta ed uguaglianza assoluta) il secolo XXI sarà probabilmente alle prese con la nuova polarità “libertà – sicurezza”. Libertà o sicurezza sì, ma da che cosa?

Il professore durante la serata ha offerto uno stimolante excursus su quella che potremmo definire la sinossi delle dinamiche concettuali (e quindi mentali) che hanno mosso il XX secolo, alla luce della funzione della psicanalisi e della rivoluzione culturale e civile che questa scienza nuova dello stesso XX secolo ha offerto.

Nell’arcipelago di elementi di riflessione e letture psico-sociolologiche che Zoja ha presentato al nutrito pubblico presente al teatro Lirico di Magenta, vogliamo estrarre un auspicio che il celebre studioso (a livello internazionale) ha voluto condividere con la platea, pur toccandolo en passant nel divenire del discorso. Vale a dire quello che la Psicoanalisi torni ad essere elemento di interazione e cambiamento sociale e culturale, così come lo fu alla sua nascita. Nel Novecento la psicanalisi fondata da Freud e Jung si sostituì alla Filosofia stessa nella propria funzione culturale; ne fu, in qualche modo, l’evoluzione. Oggi la psicanalisi non è più movimento culturale ampio, capace di operare una rivoluzione nell’indagine sul mondo, nei costumi sociali e nella maggiore comprensione dell’uomo. Secondo l’eminente studioso la psicanalisi ha abdicato al proprio ruolo fondante e ri-fondante, proprio di una rivoluzione umana culturale non violenta (in questo è risieduta la sua grandezza) per perdersi nei propri sottoinsiemi, sottomultipli operativi: “Oggi la psicanalisi non è più contenitore culturale ma contenuto del contenuto del contenuto…”. Vale a dire, serve a poco. Al suo nascere rappresentò un forte elemento di nuova indagine e dunque di liberazione dell’uomo (soprattutto della donna, vorremmo dire!); oggi è ridotta a sottocategoria di scienza avvitata su se stessa, incapace di dare nuova spinta propulsiva ad una civiltà che proprio in questo momento avrebbe maggiormente bisogno di “liberarsi” di vecchie e nuove schematizzazioni, dominanti insconscie. Ancora Zoja: “Altrimenti la psicanalisi anziché volgersi alla guarigione diviene essa stessa motivo di malattia! Anziché aiutare l’uomo ad uscire dalle paranoie dell’isolamento le alimenta!” (come non pensare allo Svevo de La Coscienza di Zeno? od ai Dubliners di Joyce? chi mastica Letteratura sa, ndr)

Non è stato questo il fulcro del discorso di Zoja – ribadiamo – il quale era invece teso a presentare la lettura della storia occidentale del XX secolo in chiave – appunto – di dominanti psichiche collettive e generali nell’uomo per approdare poi ad lettura del nuovo secolo, questo in cui ci troviamo, con la tensione tra “libertà” (apparentemente conquistata, almeno come oggetto mentale) e “sicurezza” (ma quale sicurezza?).

Zoja ha aiutato poi il pubblico nel dare la cifra ai messaggi mediatici, soppesando la funzione e la valenza dell’informazione, strumento utile – da parte di quelle sfere della società che muovono le leve – ad imprimere nella percezione collettiva degli oggetti piuttosto che altri.

Ed ecco chiaramente esemplificato – ci permettiamo di commentare secondo il nostro modo di vedere e sapere – il labile confine convenzionale tra storia e psiche. Perché veramente, se rinunciassimo a tener conto di quanta parte abbia la materia meno visibile di cui è costituito il mondo (l’inconscio, la psiche: collettiva ed individuale), mancheremmo inevitabilmente di cogliere le strutture e le forze più incisive di ogni storia umana e dunque di ogni storia sociale.

Facciamo un esempio tratto dalla lectio di Zoja: “sicurezza”, oggi. Ebbene, perché mai ci sembra molto più invadente e distruttivo un attacco terroristico delle conseguenze del cambiamento climatico? Da una parte un episodio puntuale e relativamente ridotto nel suo portato di morte; dall’altra, un fenomeno globale cui nessuno può sottrarsi e che causa – tramite una molteplicità di effetti – milioni di morti sia nel regno umano che animale e vegetale. Eppure a nessuno pare interessi. Perché?

Forse anche perché il pericolo devastante del un cambiamento climatico non solo non si vede ma non esorcizza la istintiva inclinazione dell’uomo ad avere un oggetto identificabile e diverso da noi in cui incanalare la paura ed attraverso cui rappresentare l’atavica forza di Thanathos. Di fatto, la devastazione del cambiamento climatico non solo non è divergente da noi, ma addirittura richiederebbe – anziché lo sfogo del senso di aggressività e di morte – una assunzione attiva di responsabilità e modifica costruttiva di comportamenti quotidiani e globali. In pratica, non funziona psichicamente. E allora ecco quanto sarebbe utile rifondare la psicanalisi come movimento culturale in grado di cambiare gli stereotipi umani e le relative pulsioni. Ed ecco ancora, che siamo tornati a parlare di libertà come liberazione, liberazione come conoscenza.

Un sottile fil rouge che ha attraversato le sette serate “filosofiche” (come amichevolmente si è preso a chiamarle). L’uomo, la sua natura estrinseca ed intrinseca, la conoscenza. Una cosa certamente emerge e continua perpetuamente ad emergere: non si scinde l’uomo dalla conoscenza come non lo si scende dalla propria cecità. In fondo, la storia dell’umanità sembra veramente un percorso perenne di uscita e rientro di Caverna in caverna. Non sappiamo se avrà mai fine come non conosciamo – qualora la diamo – la natura metafisica del mondo e dell’universo. Quel che appare certo – seguendo il tema degli incontri magentini – è che in ogni luogo ed in ogni tempo c’è qualcuno che si prende la briga di uscire dalla sicurezza della caverna sociale per “vedere oltre” e riportare un messaggio (di liberazione, di movimento) agli altri (che venga poi più o meno accettato, ma intanto viene agito e prodotto).

La chiusura di Marco Invernizzi riassume e rilancia: “vedere e sapere guardare”, questo il tema del ciclo di incontri già in cantiere per il prossimo anno. Nell’epoca delle immagini (e delle parole!) sappiamo veramente vedere? e cosa ci è dato di vedere? Lo sguardo è ancora capace di intravedere (od immaginare) il futuro o siamo ormai supini ad uno sguardo che non è visione bensì “banalizzazione dell’occhio”? (come non pensare a T.S. Eliot ed all’Indovina che fu Tiresia e fu poi Cartomante? ed oggi sarebbe…? ndr)

Zoja_Invernizzi_19aprile2016_MagentaCultura2016La società mediatica, con le leve dell’informazione e delle dinamiche degli oggetti psichici collettivi, oggi come mai è nelle mani di un potere che non si vede. Un potere che “non visto, ci vede e la cui esistenza e potenza deriva proprio da questa asimmetria di sguardo”, spiega già Invernizzi; “uno sguardo che non visto ci vede ed a cui noi volontariamente ci offriamo (leggi civiltà dei social media)”: come dire, siamo ormai oltre il Grande Fratello orwelliano; qui c’è l’offerta entusiastica. Ed allora, non siamo ancora forse nel campo delle antinomie cui faceva riferimento Zoja e delle dinamiche (paranoie) di massa? Aggiungiamo noi: ancora una volta, quale il rapporto tra condivisione ed isolamento al giorno d’oggi?

Sono domande quasi banali e sulla bocca di tutti (o quasi). Ma tutt’altro che banali sono poi le conferenze in cui il tema viene discusso, con i diversi angoli da cui il tema viene “guardato” (rimaniamo in tema) e trattato. Lasciamo quindi gli incontri tematici di Magenta Cultura 2016 riprendendo un leit motiv che ogni professore ha più o meno esplicitato: la filosofia, la cultura, non offrono soluzioni consolatorie ma al contrario insegnano il dubbio in vece della certezza; la responsabilità in vece della passività. L’appuntamento è per il 2017 con la quarta edizione di Magenta Cultura.

Alessandra Branca

 

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Totem, concerto sinfonico “in residenza” al Teatro Lirico di Magenta. Sabato 9 aprile 2016.

Schumann, Mendelssohn, Buratto, Seco, Orchestra. Che dire… Chapeau!

Scrivere un pezzo (“pezzi facili”) può esser facile quando poco s’è goduto di una esperienza. La testa elabora in automatico cose che non ci sono e quattro frasi vanno sempre bene. Ma a seguito di una serata così perfettamente compiuta; piena eppur libera dalla forza di gravità, a tratti intima o piuttosto spumeggiante, delicata eppur vivace; una serata di musica come quella di sabato sera al Lirico di Magenta, ove si è esibita l’Orchestra “in residenza” del Lirico-Totem-Magenta, diretta da Marco Seco ed accompagnata al pianoforte da Luca Buratto. Ecco, quando ben ci si alza dalla poltrona e si sta bene; cosa ci potrà mai esser da scrivere, da contarla sù? In una sera così, quando l’impegno (tanto) ce lo hanno messo tutto loro e tu non avevi da far altro che startene là, abbandonato in poltrona, immerso nei movimenti degli strumenti, scrutando di tanto in tanto (ad occhi chiusi, ma quanti colori?) la volta del bel teatro … Che altro ci può essere da aggiungere o narrare, a posteriori?  In quale forma trasferire e narrare le impressioni ed il rilassato godimento? Alla fine del concerto od all’inizio della pagina bianca, che rimane, al “dire”?

Forse, delle mani di Luca Buratto che puntavano elastiche e sicure la tastiera? La scarpa che muove le leve dei pedali e la schiena sempre tanto eretta, forse già indice della “posa” mai fuori dalle righe dell’esecuzione: intensa sì (e lo intravediamo sul volto del pianista), ma al riparo da accenti eccessivamente drammatici; a conservare il carattere ancora pienamente raziocinante dell’uomo-musicista in un Romanticismo espressivo  in cui non c’è un’abbacinante Natura a travolgere od annichilire l’uomo e non vi sono titani a sfidare un possente Destino. Piuttosto, è l’uomo stesso ad offrirsi ad un sentire cangiante, inquieto ma ancora integro, lontano dalla frammentazione della modernità. Il soggetto esplora il sentimento nella sua cavalcata nel mondo. Il dialogo tra pianoforte ed orchestra è continuo, senza cesure o strappi. L’uomo e la natura si confrontano ma ancora sono in sintonia, si tengono per mano: l’uomo è natura. Due forze salde, due soggettività che danno luogo ad una danza dalle mille velocità dalle mille variazioni. Si abbracciano, si uniscono, poi si allontanano come separate da un vento vorticoso, ma si ritrovano e ricominciano, su un’altra misura, ad esplorare un nuovo fraseggio, memore del precedente…  I piani, i forti, i pianissimi… (ah quei meravigliosi pianissimi!). E son esortazioni dagli archi, e son pensosità del pianoforte e son trionfi di orchestrazione e son minuetti e son sinfonie, ed è un’improvvisa malinconia, è la voce sollevata da un oboe o un clarinetto, ed è sempre il piano solo a rispondere e rilanciare con la forza di un sentimento pieno, cosciente di sé, un’affermazione sorta da un’attenta introspezione.  Ed è poi l’abbraccio con il mondo: l’intera orchestra, le vele spiegate degli archi.  Ed è la bravura di Luca Buratto, che non ci ha fatto mancare nulla, abbiamo sentito tutto, fluentemente. (E ti vien da pensare: ma quanto è ‘grande’  una tastiera? quanto estesa? è una tastiera o piuttosto un ruscello vivace che scende a valle la percorre, non senza soste, dubbi  o nostalgie per abbracciare poi i venti e spiegare in trionfo le grandi vele orchestrali; per poi lasciarle nuovamente, al porto, magari quello di Dresda, sul fiume Elba, Sassonia: “partite senza di me”, sembra dire, tornando in se stessa). Esecuzione pulita, bella, misurata, intensa; presente su ogni minima variazione tematica. (Deve essere uno bravo? Sì, è uno bravo, lo dice anche il programma di sala che leggiamo alla fine del concerto). Si vorrebbe piangere, a pensarci, tanta è la bellezza.

(Caro Herr Schumann, grazie per aver scritto queste pagine; grazie per non aver saputo bene sotto quale  forma compositiva infilare i tuoi pentagrammi, volendone attraversare diverse (sinfonia, concerto, gran sonata). Grazie Clara per aver sempre ispirato, seguito, consigliato, incoraggiato, suonato questo tuo Robert soffiando insieme il vento della libera creatività. Questa nave dalle vele dispiegate che naviga verso vasti orizzonti di nuova vita ma sempre salda alla sua carena. Quella imbarcazione dalle vele spiegate entro i cui legni si trova la pianta forte e rigogliosa della vostra unione…)

Grande solista! e l’orchestra non è da meno. (Devono essere musicisti bravi… sì, lo sono; se non ci fidiamo delle nostre orecchie, è attestato dalla brochure di sala). Chi sono? Tanti bravi strumentisti, amici di Totem…

Cambio di scena; la tastiera si è ritirata, lasciando Schumann-Buratti alla propria solitaria meditazione. Ma quell’imbarcazione, quel veliero è là, in porto e vuole salpare…verso Sud. Ecco,  i venti si alzano e le vele immediatamente si dispiegano: immediato e già trionfale è l’attacco da parte dell’Orchestra sul palco. L’attacco di questo Felix Mendelssohn della sinfonia n.4 in La Maggiore (laddove Schumann ci ha lasciati nel Minore). Squilli di trombe e corni, si annuncia il viaggio! Il viaggio verso lidi mediterranei ed italiani: questa quarta mendelssohniana è appunto chiamata “Italiana” poiché da lui composta durante il soggiorno nel nostro Bel Paese (“la terra dove fioriscono i limoni” secondo la celebre definizione goethiana tratta dal suo Viaggio in Italia, pietra miliare e punto di arrivo dell’immaginario di tutta una tradizione di Grand Tour che avevano tappa centrale nel paese dove fioriscono, oltre ai limoni, le arti della classicità). Il giovane ma già esperto Marco Seco dirige con piglio deciso e dolce insieme, ancora una volta, tutta l’orchestrazione delle parti, in un moto costante e variegato di ritornelli, danze, melodie; all’unisono od in fughe e ritorni. Mendelssohn utilizza perfettamente una cornice classica e composta rendendola duttile ad un andamento libero, multiforme, così inequivocabilmente romantico. Un romanticismo, anche in questo caso, lontano (ma non ignaro) dalle cupezze e dai boati tragici dell’uomo che si erge solitario a vincere il Destino (Beethoven?).  Siamo in un territorio più contenuto, non meno ardimentoso, ma più armonico, ritmato, snello e gaudente. Siamo in Italia, la terra del sole ma siamo anche, soprattutto, nella luminosità di un certo Haydn: continentale, austriaco e classico.

La nave veleggia fendendo veloce ed imperiosa onde ritmiche sostenute; sbarca, si sofferma in quadri bucolici terrestri – senza mai far mancare qualche nube inquieta a dinamizzare la melodia e provocarne cambi e metamorfosi – per terminare in un travolgente ritmo finale d’insieme. E chiude, senza traccheggio, nel trionfo di ogni sezione musicale spinta a convergere all’unisono melodico ed allo stacco deciso. Fine. Si rimane senza fiato, nello spazio della platea dove ancora sembrano vedersi sospese le polveri policrome del salterello e del presto; è rimasto l’eco degli archi, dei legni, degli ottoni; l’eco di quella chiusa, di quella sciabolata di Finale. Fine del viaggio.

Non rimane che darsi una scrollata e scrosciare quanto più possibile in applausi. Per noi, un volo sulle ali delle nostre gaudenti orecchie; per loro, una bella sgomitata! Facile da ascoltare, ma quanto  impegnativa da eseguire? ma che bravi! che felicissimo insieme!

Devono proprio essere “sodali” per riuscire così bene in due opere di tale “concerto” tra le parti strumentistiche. Hanno scelto di suonare insieme e di farlo qui a Magenta, nel nostro teatro Lirico, grazie agli auspici della nostra Totem. Uno scambio reciproco di favore, “noi” (magentini), diamo lo spazio (il nostro bel teatro Lirico), loro, ci viziano con tale pregevole esecuzione… un ottimo affare!

Alla fine, di fronte alla bravura degli esecutori ed allo splendore di questi due gioielli del romaticismo tedesco… applausi! Ma non sono stati quelli del pubblico gli unici ad udirsi. Poiché l’orchestra “in residenza” al termine di entrambe le esecuzioni, abbassati i gomiti e saltati in piedi, hanno applaudito con evidente, partecipata ammirazione, con empatia e felicità i due protagonisti e compagni, Luca Buratto al piano ed il direttore Marco Seco. Ma con loro hanno applaudito se stessi. Lavorare insieme, riuscire così bene; essersi “scelti” per questo concerto (e speriamo diversi altri a venire), tenuti a battesimo (sempre per propria scelta) da due capolavori del genere sinfonico.

Quindi, alla fine, che rimane da dire? …Chapeau!

Alessandra Branca

 

Sabato 9 aprile 2016 ore 21 – Teatro Lirico di Magenta        

Stagione sinfonica Teatro Lirico a cura di Totem – Magenta

Programma:

       Robert Schumann (1810-1856)

Concerto per pianoforte e orchestra in La minore op.54 (1845)

     Allegro affettuoso. Andante espressivo. Allegro – Intermezzo. Andantino grazioso – Allegro   vivace                  

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)

Sinfonia n.4 in La maggiore op 90 “Italiana” (1883)

     Allegro vivace – Andante con moto – Con modo moderato – Saltarello. Presto

pianoforte, Luca Buratto

direttore, Marco Seco

L’ Orchestra “In Residenza” sono:

Flauto Erika Macalli, Lorenzo Scilla – Oboe Claire Colombo, Ludovico Asnaghi – Clarinetto Alessandro Lamperti, Lorenzo Paini – Fagotto Luca Barchi, Mario Garavelli – Corno Anna Sozzani, Luca Medioli – Tromba Raffaele Sabato, Irene Monari – Timpano Davide Bresciani – Violini I Margherita Miramonti, Giulia Scilla, Chiara Borghese, Andrea Masciarelli, Beatrice Petrozziello, Luisa Zin, Diana Muttini – Violini II Ilaria Daga, Pierfrancesco Galli, Paolo Terzoli, Simone Broggini, Alessio Cavalazzi, Giacomo Orlandi – Viole Roberto Tarenzi, Daniel Ciobanu, Susanna Tognella, Giulia Sandoli, Milos Rakic – Violoncelli Francesco Martignon, Fabrizio Scilla, Giovanni Volpe, Mattia Pacilli, Pietro Cottica, Giovanni Crivelli – Contrabbassi Chiara Molent, Paulo Montoya, Stefano Morelli

 

Orchestra “In Residenza” – cos’è (a cura di Totem):

<< L’Orchestra “In residenza” è l’espressione di un progetto culturale fluido, di ampio respiro denominato Residenze Artistiche.

In un mondo divenuto ormai troppo frenetico, dove gli artisti sono sempre in viaggio da un luogo ad un altro, nasce il bisogno di trovare luoghi e tempi in cui poter esprimere la propria creatività e dar vita alle esperienze personali maturate in un contesto libero dalle pressioni del mercato e dell’intrattenimento. Nasce l’idea di trovarsi, o come nel nostro caso ritrovarsi, confrontarsi in un luogo, una “ residenza” per creare, proporre e far vivere l’occasione di un evento che nel suo  genere risulta unico.

Le residenze artistiche sono intimamente legate al luogo dove si tengono, alla comunità, al territorio e in questo contesto esiste la possibilità di creare circoli virtuosi tra la residenza artistica e la comunità di riferimento.

Il nostro teatro abbraccia questo progetto e diventa centro di residenze artistiche, cioè un luogo fisico e della mente, che mette a disposizione degli artisti soprattutto il bene immateriale del tempo, della creazione e della discussione. >>

 

Totem, Agorà ed il M° Stefano Cerrato. …Quanta filosofia in quell’archetto!

Si è conclusa venerdì 1 aprile la piccola rassegna di musica (giovane) da camera di Totem-Agorà. Con Bach e le “Suites per Violoncello” (n.1, 2 e 4). Scelte ed eseguite dal Maestro Stefano Cerrato.

…Quanta filosofia in quell’archetto!  (*Antonella Piras, cit)

Settimana cruciale e densa, quella che ha seguito la Pasqua, per l’arte e la cultura magentina (e del magentino). Il Plenilunio post equinoziale ha fatto il suo dovere naturale connettendo la Terra ed il Cielo in una scintilla di trascendenza, come dalla mesta e dura terra dell’inverno sbucano impudenti fili d’erba e dai rami degli alberi le gemme cominciano a mostrare aeree e delicate fioriture.

Tutto questo avviene nel Silenzio, espressione più alta di ogni pensiero che sia anche carne, materia elevata alla quintessenza alchemica della comprensione profonda ed unitaria, della massima comunicazione tra l’uomo, la natura, il cosmo. L’uomo ed il creato. L’uomo con il suo creatore.

Massimo Cacciari ha ricordato, per chi non lo sapesse già, mercoledì sera al teatro Lirico, come, se Dio (qualora se ne dia uno) è tale in quanto “creatore” (del mondo) e se l’uomo ne è l’immagine a somiglianza, allora – completiamo noi la silloge – l’uomo è simile a Dio quando crea. Sarà perché personalmente ne abbiamo venerazione, ma come non pensare all’atto creativo dell’arte? come non credere all’arte in quanto vera immagine, vero richiamo, lettura vera del mondo? Come non poter – una volta ancora – pensare all’arte, all’atto creativo che le dà forma, come alla suprema forma possibile di libertà per l’uomo?

[neanche a saperlo prima o farlo apposta, mentre in platea al Lirico andavamo cogitando di questo, la sera successiva ci saremmo trovati con un Alexandre Sokurov proprio sul pezzo: altro appuntamento cruciale della settimana in oggetto, giovedì31marzo, Francofonia, Sokurov, Cinemateatronuovo, Filmforum, vero Cinema!]

L’atto artistico quale uscita dalla Caverna, per chi per primo l’abbia osata (l’uscita, il passaggio, la pasqua) e per chi ascolti questo messaggio, segua l’esempio ed a sua volta, osi! (Questo continuo uscire ed entrare, questo scambio, questa ciclica Liberazione…)

E nel caso del signor Johann Sebastian, detto Bach (1685-1750), come non abbandonare ogni obiezione possibile, tacere e mettersi umilmente in ascolto? Se l’esecuzione è all’altezza della pagina sulle linee di pentagramma, non vi sarà più alcun bisogno di spendere molte parole e tutto sarà dentro di noi. E probabilmente saremo visitati da intima gioia e  vaga commozione. Un richiamo della commozione di fronte al Mistero del Figlio di Dio che salva il mondo (dalla volgarità e dalle ciance mondane?).

Questo, nel caso del signor Bach, e forse nell’intera storia della musica, è al suo massimo grado (per quanto la nostra poca erudizione ci consenta di azzardare facili paragoni da pezzo local-giornalistico) nelle variazioni Goldberg (universalmente note), ma il Nostro non è tipo da venir molto meno in altre sue composizioni.

Le suites, per esempio. Le suites per violoncello solo, nella fattispecie. Ovvero, come ti trasformo delle ballate popolari in opere di meditazione. Ognuno – attraverso l’arte – esprime ciò che ha dentro, lo spirito di cui è fatto, la qualità dell’anima che lo anima. Il Pensiero.

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Ora, introdurre le Cello Suites di Johannes Sebastian in un programma di “piccola rassegna di musica da camera di giovani e giovanissimi”, da tenersi in quel di Robecco sul Naviglio, quale distaccamento (non è forse infatti il paese delle ville nobiliari – ergo abitazioni di campagna – dei milanesi del Settecento?) del programma sinfonico del Teatro Lirico della “Capitale”, Città di Magenta, sulla carta può apparire un’operazione azzardata; e, difatti, agli ignari come la sottoscritta, un poco tremano le ginocchia: “oddio..!”. Ma, fortunatamente quelli di Totem e quelli di Agorà sprovveduti non sono e quindi non mi mettono – con tutto il rispetto – un “giovanissimo” (nel senso, alle prime note) sul palco. Non siamo al circo. (piuh!, asciughiamo le gocce di sudore freddo). Chi ci mettono? “Un amico”. Già, è vero: qui “gli amici”, sono dei bei pezzi se non da novanta, da settanta-ottanta tutti! Difatti Stefano Cerrato, classe Ottanta-sette, per l’appunto, è stato un enfant prodige (scuola Suzuki di Torino) ed è oggi un vero Maestro, un primo violoncello, apprezzato nelle migliori orchestre nazionali (la Toscanini di Parma, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano) e fondatore di pregiate formazioni (Trio Caravaggio, Cerrato Brothers). Ha imparato e suonato con i più grandi nomi (per quanto concerne il violoncello, quello italiano, citiamo due nomi noti e popolari del panorama musicale odierno: Dindo e Brunello). Si è diplomato (post graduate, dopo il Verdi di Milano), assistito dal Maestro Bronzi al Mozarteum di Salisburgo (stiamo parlando della Mecca…). [benché, dopo Il soccombente, alla sottoscritta ogni volta che sente nominare il Mozartaeum, un poco scappa anche da ridere… eheh, messaggio subliminale per dilaniati amanti di Thomas Bernhardt]. Ma la piantiamo qui con la biografia artistica di Cerrato, perché ci vorrebbero due cartelle. E poi, cosa sono le note curriculari di fronte all’esattezza dell’ascolto?

Eccoci. Il tendone dell’Agorà e blu (un blu lapislazzulo, direi). Un bel colore. Dietro, c’è il nero del mistero.

Stefano-cerrato_scarpeStefano Cerrato – scarpe nere lucidissime (avrà utilizzato Calzanetto?), un panciotto bronzeo-dorato di cui apprezziamo senz’altro la fattura damascata – accompagnato da un nero panno con il quale tergerà il sudore proprio e quello del violoncello – saluta il pubblico, accorda lo strumento in diretta e nell’aspettativa della sala; poi siede, alza l’archetto e… là! (Sol Maggiore). Preludio n.1 (universalmente noto). Ed è così che chi come la scrivente fosse arrivata con le ginocchia dubbiose e qualche puntino di sospensione alla fronte… bon, relax! Ci siamo: che fortuna esser qui stasera! Sensazione di avere fatto benone ad uscire di casa, magari trafelati (come al solito) per la cucina-le stoviglie-i piatti – (eh, già! nati fummo al pianto ed al multitasking; nate, al femminile, per la precisione) – che si espande e conferma quando il maestro, sempre tra panno nero, archetto e violoncello tra le mani, ci elargisce una stringata (è il caso di dirlo!) ma ben narrata illustrazione tecnica del programma e della natura compositiva delle suites bachiane (il maestro si riconosce non solo da come suona ma anche dal suono delle parole). Quindi ci spiega come si differenzino allemande, sarabande, correnti, gighe e minuetti (questi ultimi, passione del Re Sole, Luigi XIV, che della sua età anagrafica, in Francia, seguiranno la cadenza, come si avventura, divertito, Cerrato a raccontar l’aneddoto); in aggiunta anche il bourré! E poi si suona, e poi si ascolta. Sin dal primo attacco, percepire distintamente il colpo del polpastrello sul legno del manico della tastiera (ottimo, l’acustica c’è!); poi l’archetto, e le sue inclinazioni; veder stillare qualche goccia di sudore dalla fronte del Maestro, udire qualche gridolino, della corda tesa dell’archetto e qualche sospiro di sudore dalle stringhe del violoncello. La musica, il corpo unico tra strumento ed esecutore, insieme vibrano, lavorano e partecipano. E noi siamo lì, in una oscurità la cui unica catena è quella che ci tiene legati ai movimenti – una forma estetica anch’essi – dell’uomo sulla scena. Una oscurità la cui luce al fondo è quella delle misure esatte e dei suoni pregni di Bach-Cerrato. Un’oscurità necessaria alla luce, dentro. Ed è buio, ed è luce. E’ suono, è silenzio. E’ sudore e materia, è elevazione. E’ arte, è pensiero. (La bellezza, la completezza del pensiero non pensato, non verbalizzato)

Finale di bis (non avremmo voluto finissero mai, questi bis! ma il maestro aveva lavorato col violoncello già da un’ora e mezza; sentendo la “sete” in sala, è stato generossissimo!) con Du Port, Jean Louis, Settimo Preludio e – per il divertimento generale – con il volo del calabrone di Rimskij Korsakoff, omaggio alla stagione appena inaugurata (e torniamo, anche qui, sul tema iniziale di questo nostro scritto… peraltro, ricordiamo che, incidentalmente, Bach senior sia nato proprio in pieno Equinozio primaverile, il 21 marzo dell’annus domini 1685).

Grazie J.S. Bach, grazie Stefano Cerrato, grazie amici di Totem ed Agorà. Ci risentiamo l’anno prossimo, per una seconda edizione.

Per inciso: la situazione raccolta del cineteatro Agorà ci pare una scelta perfetta per questo genere di proposta, insieme agli indubbi meriti degli amici che lo gestiscono con entusiasmo e competenza (nel teatro, nel cinema, e nella musica).

Alessandra Branca

La felice serata al Lirico di Magenta con il Piccolo Spazzacamino di Totem e del Maestro Bruno Casoni

Ma la felicità esiste? se sì allora ci vorremmo azzardare a dire che essa ha certamente abitato il Teatro Lirico di Magenta, venerdì 11 marzo.

La felice serata al Lirico di Magenta con il Piccolo Spazzacamino di Totem e del Maestro Bruno Casoni

Che serata straordinaria e sorprendente al Lirico, venerdì! Ma chi lo avrebbe mai detto che  un’opera “in miniatura”, come è “The Little Sweep”, (“Il Piccolo Spazzacamino”) di Benjamin Britten, nella produzione di Totem – La tribù delle arti, un’opera fatta per e da bambini e ragazzi, potesse coinvolgere e stravolgere a tal punto il pubblico adulto di un teatro d’opera, di lirica, nella sua allure drammatica, da farlo letteralmente volare su un tappeto magico di sorriso e tenerezza, partecipazione e giocosità.

E che sorpresa, anche il Maestro, quel canuto Bruno Casoni, prestigioso nome dell’eccellenza musicale italiana nel mondo, a dirigere cantori e musicisti, ancora piccole verdi foglioline del pentagramma e delle scene, con una mitezza, ironia e dolcezza da nonno a nipotini, senza mai perdere autorevolezza, che ci ha fatto venire alla mente certe figure di maestri di scuola di un tempo, che ormai, nei gradi di istruzione, non figurano nemmeno più.

A lui in primis, ai tecnici di scena della Accademia della Scala, i quali si son generosamente prestati a questo progetto (Lorenza Cantini, straordinaria regista, Angelo Sala per le scene, Cinzia Rosselli per i costumi, Marco Filibeck, light designer ovverosia luci); insieme a questa tribù bricconcella di Totem, dove le arti son di casa – una “casa” sempre di un certo stile e mai un livello in meno (non per nulla si chiama Teatro Lirico, quando non Villa Naj Oleari); a questi propositivi produttori ed artisti va il merito di questo progetto musicale originale, il cui valore va ben oltre la mera esecuzione di uno spartito ed una sceneggiatura, interpretando con discernimento e generosa audacia non solo la composizione ma lo spirito stesso con cui il creatore, Benjamin Britten, nel 1949, scrisse l’opera. Un’opera “per l’infanzia”, il cui intento dichiarato era quello di avvicinare i piccini al mondo della musica d’opera, quindi alla bellezza ed alla vitalità dell’arte, coinvolgendoli in prima persona, rendendoli protagonisti; non protagonisti passivi, “prestati” alla scena od all’esecuzione della partitura, bensì presenze attive, interattive, di un gioco che si chiama: “facciamo un’opera” (“Let’s make an opera” è infatti il sottotitolo che Britten volle dare al suo Spazzacamino).

Venerdì sera, in “buca”, i giovani dell’Ensemble dell’Orchestra Città di Magenta, con i ragazzi del coro della scuola media Baracca di Magenta; sul palco le Voci Bianche, solisti e coro, del gruppo dell’Accademia della Scala; tutti diretti dal maestro Bruno Casoni, il quale ha saputo condurli ad una ottima, partecipata e coinvolgente esecuzione. Del resto, il nostro buon Britten ha congenato un’opera perfetta per i suoi giovani interpreti con un sapientissimo utilizzo dei mezzi musicali manipolati fino a renderli quasi essi stessi “giochi” per le mani (o voci) poco pazienti dei piccoli destinatari (interpreti o pubblico).

Il risultato è stato uno spettacolo di irresistibile simpatia e candore, di una allegria contagiosissima, la cui forza veniva in egual misura dalla partitura, dalla vivacità dei ragazzi, dai costumi, dalle scenografie, dalle trovate registiche e le mascherate (strepitosi i “giocattoli”! e che dire del bus finale?). Una messinscena, come si dice, veramente “felice”. Scroscianti applausi al termine ed una voglia di non disperdere subito quell’esperienza; il Maestro che sale dalla buca al palco per il plauso e l’abbraccio affettuoso con i tanti protagonisti, a gruppi mobilissimi davanti al pubblico; l’entusiasmo e l’allegria così spontanei e pieni da indurre il Maestro ad un improvvisato bis dal palco con la ripetizione del marciante finale. Nessuno voleva più abbandonare quella scoppiettante festa comune. Il foyer, a fine serata, è stato a lungo animato da un vivace rumoreggiare, cerchie di persone in continuo scambio, sorrisi ovunque. Che bello, che felicità! (ah, benedetta funzione catartica dell’arte, anche solo attraverso un piccolo Spazzacamino!).

E se è pur vero che la felicità sia effimera, non altro che un momento, sarà vero anche, però, che certi momenti lasciano impronte dentro di noi, le quali ci accompagneranno nel tempo a venire, magari modificandoci, in positivo. Per qualcuno, come un ricordo che allieta e stempera le asperità dell’esistere; per altri – come pensiamo, speriamo, siamo certi – per i tanti ragazzi che hanno interpretato ed assistito all’opera dello Spazzacamino, potrà essere un incontro, una tappa, nello sviluppo di un amore e di una gioia per la musica, per l’arte, per il fare insieme, che saprà formare virtuosamente la loro crescita.

Un sentito grazie a tutti coloro – Totem, Maestro Bruno Casoni, Accademia de La Scala –  che hanno reso questo bell’evento un gioco… vero! Bravi!

Alessandra Branca

se la bellezza è disarmata, la verità è spesso disarmante. e libera…

La-bellezza-disarmata_copertinaMagenta – Il Centro Culturale Don Tragella ha presentato lil libro di Julian Carròn “La bellezza disarmata”. il giorno dopo la lezione di Carlo Sini al Lirico su “la libertà”.

…se la bellezza è disarmata, la verità è spesso disarmante… e quantomai libera!

Chi lo avrebbe detto che una serata tanto impegnativa “sulla carta” potesse tramutarsi in un candido e disarmante dialogo tra i commentatori invitati dal Don Tragella per parlare al pubblico e far conoscere l’ultima opera del rettore Julian Carron. Rocco Moliterno, formatore presso scuola professionale e Don Ezio Prato, docente Facoltà Teologica Cattolica di Milano.

I due relatori hanno entrambi esposto le proprie osservazioni sull’importante testo di Carron, cercando di rendere alla platea le questioni più rilevanti od interessanti, per un prima guida ad una lettura non narrativa bensì speculativa. In particolare Don Ezio Prato ha cercato di delineare il ragionamento globale di Carron, le sue premesse (fondate nel pensiero di Ratzinger e Guardini, secondo la sua lettura) ed ha evidenziato come il testo nasca e si occupi di ragionare sulla crisi della cultura europea spirituale e cristiana (una crisi che fu proprio Papa Benedetto ad indicare ed affrontare) non in quanto riguardante le conseguenze sull’essere umano bensì la radice stessa (sono parole di Prato). ed infatti Carron arriva ad indicare nel “cuore” dell’uomo l’unico grande alleato possibile ed efficace per rendere reversibile questo processo di perdita del centro fondante dell’Europa spirituale. Nell’interpretazione di Prato, un ritorno al soggetto di non facile lettura in un epoca in cui la confusione, il disorientamento e la portata abnorme di problematiche reali nella società (non da ultimi i problemi legati alle migrazioni dalle guerre) sembrano invocare piuttosto un più forte aggancio a strutture ed istituzioni il più possibile solide. Ed invece, Carron indica il cuore. Non diversamente dall’azione di Papa Francesco – manifestazione pratica della teologia di Benedetto, anche qui il binomio dei due è ben presente – la quale si esplica sì in forme estremamente concrete ma predica una cristianità ed un cattolicesimo semplice e rivolto al cuore di ognuno.

Ed è proprio da questo assunto finale che nasce la parte interessante della serata. Abbandonando lo scopo ufficiale del convegno, inizia un dialogo tra persone cariche di esperienze dal mondo e di qualche dubbio. Una fede che viene interrogata ed una domanda semplice, che potrebbe esser di tutti: “ma quanto è necessaria allora la fede, la Chiesa, se lo scopo è semplicemente essere buoni e volere il bene? per far questo non basta il “buon cuore” di ognuno? “. La domanda, posta da Rocco Moliterno, non è suonata affatto retorica bensì più che mai reale. Domanda raccolta dallo stesso Prato, il cui tentativo di risposta è passato attraverso altre domande di buon senso: “lo scopo di ogni essere umano adulto non è che quello di comunicare a chi viene dopo di lui ciò che di meglio ha imparato della vita; starà poi a chi viene dopo provare la resistenza o la non resistenza di quegli insegnamenti di fronte al mondo in mutamento”. come dire: “anche qui ci si potrebbe domandare quale ruolo allora quello di una istituzione statica”. Di domanda in domanda, di esempio in esempio, alla fine entrambi i relatori, passando anche per Sant’Agostino, hanno concluso (lo sintetizziamo in parole nostre, ndr) che fede e ricerca di verità sono due poli in continuo dialogo e probabilmente non si dà l’una senza l’altra. La cosa bella, la cosa “disarmante” è stato assistere ad una dialogo onesto, modestissimo tra due persone che veramente si interrogavano in quel momento. Perché lo avranno già detto tanti padri della chiesa, ma qui questa semplice parola (verità, ricerca, dunque via) è stata spontanea ed innocente. Un ragionamento, certamente “disarmato”. Dunque, perfettamente in tema. Non rimane che leggere le parole di Carron.

SINI_Magenta_9febbraio2016_locandinaA pié di pagina notiamo come casualmente questa serata abbia come proseguito il discorso sull’umano e la sua libertà nel mondo intrapreso nelle serate filosofiche di Magenta Cultura. Carlo Sini, soltanto martedì, aveva richiamato alla necessità morale della libertà, quale “valore” (il vocabolo è nostro, non di Sini, ndr) che non si può possedere come oggetto bensì senso da conquistare, agire e tramandare. Un qualcosa, un valore, che non è dato in natura, non si dà quale solipsistica velleità; ma si esplica soltanto nella coscienza della soggettività in una costruttiva (non contrappositiva) dialettica con il mondo e nella riconoscenza dei valori che ci son stati tramandati. Anche Sini aveva posto l’esempio (l’emblema) di una libertà che i padri donano ai figli. Una libertà che non è un “diritto” che ci si arroga bensì un dovere di conquista per donarne agli altri.

Saremo anche lontani nelle premesse, nei postulati, nelle sedi, nelle destinazioni ultime; ma quanto dialogo possibile tra certa teologia e la filosofia morale laica?

E non è forse giunto il tempo (ed il Papa) per andare alla radice, al cuore dell’uomo, e ritrovare il fondamento della nostra civiltà europea scambiandosi reciprocamente questi meravigliosi “doni” tra cultura laica e cultura spirituale? La forza della cultura europea, non starà forse proprio in questo riconoscimento dell’insondabile e sempre generativo “cuore” (che sia le mente, che sia lo spirito…) dell’uomo? Ontologia o fenomenologia, ma nel mondo del reale e delle azioni, reciprocamente ci si può riconoscereLucilla-among-the-stars_Magenta_gennaio2016_BigBang

Non Sini, non Galimberti hanno parlato od alluso ad un uomo meccanicistico e governato da leggi di assoluta necessità, della fisica positivistica o di un metafisico caso. La scrivente si assume il rischio di dire che queste strade si intersecano e si interrogano sollecitate dai medesimi fenomeni. Mi permetto di credere che le risposte ai bisogni ed ai problemi dell’oggi possano esser simili. Che gli strumenti possano esser comuni. Di là da questo vi è la “barbarie” che bussa alle porte; a tutte le porte di questa casa europea: che sia la porta delle nazioni, la porta del denaro, la porta della tecnologia o della scienza; la porta del lavoro, la porta del nutrimento, la porta della dignità umana, la porta della salute della Terra.  Quanto siamo disposti a sacrificarci, quanta libertà e quanta riconoscenza siamo disposti ad esercitare per non correre il rischio di perderci? Sarebbe interessante un approfondimento pubblico con chi ne sa più di noi e possa farci notare divergenze insanabili e comunanze possibili.

Alessandra Branca