Don Giovanni, le sue donne, l’eterno femminino…

(La seduzione come necessità vitale tra l’ironico ed il drammatico, vera quintessenza dell’eterno femminino  goethiano  – a pastiche, review and essay by Alessandra Branca)

Partita Italia-Irlanda degli europei; ma per gli affezionatissimi del Teatro dei Navigli, ultima serata di rassegna. In scena presso piccolo ma dignitosissimo Teatro al Corso di Abbiategrasso la piéce del gruppo di studio teatro di Alberto Oliva per Teatro dei Navigli in una prova non facile, titolata: “Don Giovanni e le sue donne”.

Un saggio, si dovrebbe dire. Ma se tutti i saggi fossero di questo buon gusto, ci sarebbe da farne un cartellone, pur amatoriale.

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Duplice sfida: quella di non far pentire i convenuti di aver rinunciato al calcio nazionale e quella di non cadere nello scontato di un tema tanto classico al teatro (ed alla musica) quanto di non facile padroneggiamento. Impossibile rendere la complessità di un Don Giovanni senza averne assimilati alcuni criteri di base che sconfinano non solo nella sottigliezza psicologica ma anche – e soprattutto – nella filosofia sottesa al mito.

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Un mito che viene da lontano, protagonista di tanta commedia dell’arte di età barocca ove ha prestato il canovaccio ad innumerevoli rappresentazioni dalle più famose a quelle inevitabilmente anonime. Fulcro della trama, motore dell’azione, un confronto tra “moralità” e continenza da una parte ed esuberanza ed edonistica a/moralità dall’altra. Parliamo di a-moralità, dando per scontata l’ormai scolastica distinzione tra a-morale ed im-morale. Una distinzione, va detto, che proprio con il testo di Moliére e con il libretto di Da Ponte per la musica sublime di Mozart è stata universalmente sancita e suggellata in saecula saeculorum. (in fondo, fulcro e senso della storia e delle sue varie rivisitazioni è proprio nel gioco  tra immoralità ed amoralità).

Tuttavia, per chi sia a digiuno di letteratura e magari anche di esperienze più o meno dirette  della vita, il problema morale/immorale/amorale, ancora può generare perplessità, dubbio, sconcerto. Cosa che può capitare anche in una classe di teatro, metti ad un corso cittadino. Soprattutto se l’insegnante si chiama Oliva e l’associazione Teatro dei Navigli: dove non si teme di confrontare l’amatoriale con il sofisticato.

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In fondo, il compito del teatro (come delle arti tutte), sua alta missione individuale e dunque sociale, è anche questa: moltiplicare la conoscenza delle esperienze, ampliare il campo di giudizio  – (estetico; e sull’estetica il “Don Giovanni” ha molto da dire… ma non vogliamo qui ingarbugliare ulteriormente il lettore; vi sono altre sedi in cui sviscerare la vasta, poliedrica, materia). Il teatro si avvale di uno strumento in più rispetto ad altre arti: la possibilità della mimesis diretta tra arte e vita, pubblico ed attori, vissuto e scena.

Per rendere tutto ciò al pubblico, è però necessario un lavoro non banale da parte delle compagnie che si applichino allo scopo. Ed ecco che un “corso” di teatro diviene vero e proprio “laboratorio” attoriale, drammaturgico, scenico, interpretativo. Affrontare un testo, una drammaturgia, ex novo: come mai nessuno l’avesse dettata prima. Ricercare, elaborare, sintetizzare, rendere.

Un lavoro su più fronti, dunque, partendo da una materia (l’allievo) tutta ancora da svezzare. Alberto Oliva, con questa sua classe, ci ha provato.

Da una lettura di tre testi teatrali sul Don Giovanni ed il suo Convitato di Pietra (Moliére, Puskin ed il recente, misconosciuto ma estremamente interessante, Horvart: “Don Giovanni ritorna dalla guerra”), il gruppo ha approntato una rielaborazione originale, pescando scene dai tre diversi autori (ed i tre diversi “Don Giovanni”) per poi ricucirle addosso a se stessi con inserti di propria ideazione e scrittura: sia nel testo che nell’elaborazione scenica e coreografica.

Dunque se già il Don Giovanni è emblema inafferrabile di uno spirito vitale che attraversa i tempi, se già non fosse egli stesso declinato secondo diverse luci dai vari autori, ecco che abbiamo una ulteriore intelaiatura. Alla fine ne viene fuori un arabesco, più che una semplice messa in scena.

E proprio in questo abbiamo trovato l’interesse, l’originalità e lo stimolo dello spettacolo di Oliva e della compagnia di attori amatoriali. Questo forte senso dell’intreccio, della mutazione degli accenti, nonché dello scambio. Come dire, fare di necessità, virtù.

Per cui abbiamo avuto un Don Giovanni interpretato da almeno tre attori (due maschi, una femmina); uno scambio di personaggi secondari da un attore all’altro a seconda della scena. A sottolineare il gioco delle parti negli intrecci amorosi ma anche – come abbiamo detto – nella rappresentazione, un intermezzo di tango di gruppo (nell’oscurità, veli rossi e calzamaglie nere si intrecciano a coppie e ruotano sulla scena).

Gli attori-allievi si sono dimostrati all’altezza del compito; consapevoli del gioco, ammiccanti verso il pubblico, hanno saputo calarsi nei diversi registri: drammatico o buffonesco; un po’ ciarliero da commedia o del tutto tragico; hanno dimostrato spirito di “compagnia” nello scambiarsi le parti e capacità di tenere la scena finanche nei monologhi. Fino all’inventiva personale in quei camei e monologhi di testo personali che Oliva ha chiesto loro di aggiungere e donare a questa drammaturgia. Non possiamo non citare qui l’azzeccatissimo e per nulla stonato inserto in dialetto abbiatense dello Sganarello di Rotta Marco, oppure l’improbabile e sorprendente dialogo faustiano (da drammatico diviene comico) a due voci per un attore (Pierotto-Faust e Mefistofele) di Umberto Capasso; ma anche i monologhi drammatici di Helene Lupatini e Giada Cascio carichi di tensione emotiva, ed ancora l’ironico duetto tra donne di Franca Galeazzi e Roberta Micali.

IMG_20160622_213309[1]La piéce del gruppo teatro dei Navigli titolava “Don Giovanni e le sue donne”. Lo svolgimento ha dato ragione del titolo. La compagnia – nei modi che abbiamo sopra descritti – ha infatti tratteggiato e declinato la multiforme e sfuggente figura del libertino: sarcastico seduttore dai modi raffinati e dalla divertita sicumera con il convincentissimo Gabriele Cardini (un John Malkovich dell’abbiatense! azzeccatissima la coppia con lo Sganarello Marco Rotta); gaudente giovanotto di bocca buona ed amor cortese con Alessandro Treccani; tagliente, conturbante ed implacabilmente gelida figura con la straordinaria Michela Mezzatesta (in una delle scene più notevoli e delicate, tratte dal testo di Horvàrt con “la Bambina” Giada Cascio).

Dall’altra parte, le donne. La scena si apre – dopo l’araldica di Helene Lupatini – con l’irrompere fiammeggiante di Donna Elvira (Franca Galeazzi) al culmine del furore passionale contro Don Giovanni. Da qui abbiamo poi la teoria di donne conquistate: dalle contadine Carlotta e Maturina (Roberta ed Helene) a Laura (Michela), dalle quattro donne “ex” alla “Bambina” (un gioco di contrasti molto forte quello del testo di Horvàrt).

Don Giovanni e le sue donne : le une non possono letteralmente vivere senza il seduttore, e questi non potrebbe proprio esistere senza le sue prede. In una giga (tango, pardòn, quello che i personaggi eseguono tra luci – nere –  ed ombre – rosse – in scena a scandire i quadri del racconto) di intrecci seduttivi ecco aggiungersi un ulteriore elemento di complessità filosofica (benché di per sé semplificatoria equazione sulle dinamiche umane). Così come la figura del seduttore può assumere valenze diverse a seconda del lato da cui la si guardi (calcolatore od impulsivo? ludico gaudente o spietato traviatore? incatenatore o liberatore? ingenuo o malvagio?), nella stessa maniera, non possiamo affermare con certezza che le donne siano vittime e prede di un cacciatore impenitente. La scena del té con biscottini e chiacchiere tra “ex” (Horvart) è rivelatoria, insieme al duetto già citato che la sostiene. Che sarebbero queste donne senza quel palpito passionale che il loro seduttore ha donato alle loro esistenze e che ancora le accompagna? Come potrebbe donna Elvira scoprire la sensualità (e l’ironia!) di un tango se non con la scusa della sfrontata seduzione (ed abbandono)? Povero Don Giovanni, condannato alle trame adescatrici di mille donne in attesa di un liberatore di passioni sopite!IMG_20160622_221051[1]

Di fatto queste donne più che vittime appaiono vere e proprie evocatrici di uno spirito “fuori legge”, forgiandolo nei recessi più reconditi del proprio desiderio. Desiderio di emozione, di passionalità e di ironico gioco in una vita – la nostra vita moderna – sempre schiacciata tra stereotipi a due dimensioni cui conformarsi e banale competitività al maschile. Nessun fuori programma, bandita la fantasia, inutile ogni carica di passione. Niente per cui valga la pena rischiare. Manca un vero libero Don Giovanni a questa Europa goffa, ingessata, chiusa ed assediata da logiche di Borsa e capitali.

Il mondo è delle donne. Il maschio occidentale ormai pare non abbia più nulla da dire; di certo, non fa sognare. né le sue donne né tantomeno – ahinoi – addirittura se stesso. (e con questo ci potremmo riagganciare al già citato quadretto tra Pierotto e Mefistofele: dove nemmeno la promessa di un successo assoluto con le donne ed in amore può strappare firma e borsa all’agente assicuratore.)

Alla fine dello spettacolo e riflettendo su queste cose verrebbe quasi da pensare che il Don Giovanni del nostro tempo non può che esser custodito nell’anima di una donna. Del resto, cogliendo l’aggancio faustiano, non è forse l’Eterno Femminino ciò che nella versione goethiana del peccatore si salva ed ascende al Cielo?

Una, anzi mille, Donna Elvira che spariglino le carte, riaccendano la sensorialità (sensualità) e ci salvino dalla Finanza e da un piatto, banale, consumistico asfittico “benessere” (vero e proprio “convitato di pietra” del XXI secolo).

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Dunque… impresa di Oliva, del suo gruppo e di Teatro dei Navigli, perfettamente riuscita. Bravi. …al prossimo anno! Cala il sipario tra scrosci di applausi e… : Mina (Elvira?): se c’è una cosa che mi fa impazzire… mina_se-ce-una-cosa-che-mi-fa-impazzire

Alessandra Branca

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IL RE E’ NUDO – RE LEAR AL TEATRO OSCAR PACTA

IL RE E’ NUDO – RE LEAR AL TEATRO OSCAR PACTA

Per la regia di Riccardo Magherini

Con Francesco Paolo Cosenza, Maria Eugenia D’Aquino, Annig Raimondi, Antonio Rosti, Riccardo Magherini

Fino al 21 aprile 2013

Inserito nella rassegna Invito a Teatro

Riccardo Magherini e Antonio Rosti in scena

Riccardo Magherini e Antonio Rosti in scena

La produzione del Teatro Oscar di via Lattanzio osa mettere in scena un’altra pietra miliare della storia del teatro. Bisogna veramente ringraziare questo manipolo di coraggiosi indagatori della scena per l’impavidità nell’affrontare e renderci i grandi classici risparmiandoci stucchevoli voli pindarici di modernizzazioni ammiccanti a chissà quale gusto più adatto ad una Expo del Design che non al parquet di una sala di posa. Un classico è tale proprio perché parla una lingua universale fuori dal tempo e dalla moda, contiene già in sé tutta la modernità che si vorrebbe conferire artificiosamente; modernità sta nel senso non certo negli apparati di scena.

E questo lavoro all’Oscar Pacta –  prezioso scrigno dell’antica arte affidato alla direzione artistica della impareggiabile Annig Raimondi –  è un buon modo, per coloro che siano alla ricerca del gusto sulfureo della quintessenza teatrale, per ritrovare contenuti e sapienza scenica.

Bastano pochi elementi giocati con mestiere (e Shakespeare è il campione del mestiere; non di soli sogni è fatta la scena; ma di artigianato manuale che tali sogni serve) per rendere un universo.

Un drappo lavorato a patchwork farà una corte; quattro lenzuoli bianchi scossi dagli stessi attori in corsa e due fari ad intermittenza faranno una tempesta; una panca farà da trono o da sasso su cui siede il viandante; un separé farà da guardaroba e cesura per i fuori scena.  Cinque attori (compreso il regista) faranno dieci personaggi (comprese le comparse di servitori; di corte nonché di palco).

Ecco, arte del teatro. Magia ed autoinganno.

E proprio di autoinganno ci parla ancora questo Re Lear. Credere a ciò che lusinga la nostra vanità o disattenzione, esser ciechi per scelta. Ma l’autoinganno partorisce funesti frutti, e ben lo sa Shakespeare che ce lo mostra attraverso le vicende di Lear e Conte Gloucester, protagonisti paralleli nella celebre tragedia di una vicenda di menzogna e tradimento che essi stessi han provocato non sapendo guardare la realtà, ascoltare le parole per il loro significato e non per il lusinghiero suono dell’adulazione.

Verranno  duramente colpiti e puniti dagli eventi, fino al riscatto finale (tragico) che li vedrà inermi e nudi; mondati del vizio che ha portato alla propria ed altrui distruzione. Stracciate le vesti del potere, rimane la verità della propria umana debolezza.  E così anche la scena si spoglia dei drappi e rimane nuda, nuda nell’oscurità del destino che travolge l’uomo che non sa maturare in sapienza. “Non invecchiare senza prima esser diventato saggio!”, il monito centrale di questo testo elisabettiano, vecchio (e saggio) di secoli (siamo nel 1606). Saggezza che come sempre il Bardo Inglese affida alla voce scanzonata del ‘Matto’, fedele accompagnatore (e e controparte) del Re. Seppur di un re più insano del suo giullare (“Sciagurati quei tempi in cui i matti guidano i ciechi!”).

Dunque, come sempre in Shakespeare, indagine nel destino e nell’animo umano,  riflessione sui tempi e la storia si intrecciano e nutrono di senso vicendevolmente.  E la regia di Magherini non si sottrae, bensì ci rende, questa dialettica e questa chiave interpretativa.

Scena I

Scena I

Lear,è una Tragedia moderna, – come ricorda il regista Riccardo Magherini -, l’angoscia la solitudine la disperazione e la follia, il senso del vuoto, dell’illusorietà,della precarietà della vita, tutto ciò che lacera la nostra coscienza vi trova posto. Re Lear dunque come opera contemporanea, ma ancor più, per chi l’affronta, una montagna immensa, già molte volte scalata, che ancora incute rispetto, timore e inquietudine perché, tutti lo sanno, lungo le sue vie ancora si possono incontrare misteri nascosti e verità che non si vorrebbero sapere”.

 Una notazione, tra le altre, sulla scelta registica ed attoriale; Rosti e Magherini interpretano i due protagonisti maschili; come sappiamo la vicenda vede anche l’allegoria delle tre figlie di Lear, Goneril, Regan e Cordelia; le prime due assetate di potere e beneficiate dall’abdicazione paterna la terza virtuosa in modestia e scacciata dallo stesso Lear. Raimondi e D’Aquino si incaricano della parte delle prime due. E la terza? La virtuosa Cordelia, portatrice di verità ed affetto?

CORDELIA o IL CORO

CORDELIA o IL CORO

Magherini ed il suo team scelgono una ‘terza via’ per mettere in scena questo personaggio; una via narrativa e suggestiva. La parte di Cordelia è affidata ad entrambe le bravissime interpreti che non impersoneranno le battute bensì le leggeranno. Facendo della parte di Cordelia una vero e proprio coro laterale (laterale anche fisicamente sul palco), smaterializzando il personaggio e riassemblandolo – a due voci – in una sorta di coscienza o virtù letteralmente bandita dalle scelte morali di questi uomini incapaci di conoscere il proprio cuore e di governare il proprio destino.

Anche questa è modernità; una trovata che da sola basta a meritare il plauso della platea e della critica. Segnaliamo anche l’inserzione di suoni e rumori – a cura dello studio QuindiQuando (per esempio il chiacchiericcio della corte, a significare, riteniamo, anche il parlar alle spalle, il tramare, od il pensiero retrostante alle parole esibite, associato infatti proprio alla presenza in corte delle sue maligne figlie del re). Va da sé che le interpretazioni di tutto il quintetto sono ammirevoli.

Alessandra Branca

Io provo a Volare: tra Amleto e Modugno, andata e ritorno da sud a nord del funambolo Berardi

Poetico, istrionico, divertente ed amaro, lo spettacolo in scena fino al 28 ottobre 2012 al Teatro della Cooperativa vale veramente la pena. Un linguaggio colto ma alla portata di tutti, una magia rara e semplice che arriva dritto al cuore e ti accompagna ben oltre i novanta minuti in sala. Una perla rilasciata da un Paese desolato, da una terra amara e bella.

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Io provo a Volare: tra Amleto e Modugno, andata e ritorno da sud a nord del funambolo Berardi nella terra delle ali spezzate

Innanzitutto va detto che lo spettacolo della Compagnia Berardi Casolari in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa, è bello. Bello in una maniera semplice e diretta; pochi mezzi, ma quelli che servono al mestiere dell’attore e del teatro, usati con padronanza e molto talento, riescono a creare mondi del reale e paesaggi dell’anima immediatamente comprensibili e nei quali lo spettatore vive senza filtri le vicende del protagonista.

Un occhio di bue, una candela, un frac strappato, un cappello, una scopa, lo sferragliare di un treno ed uno sguardo “che insegue per istinto ogni contrasto di luce”. Questi gli strumenti dell’arte. E le canzoni di Modugno a contrappuntare la storia. La chitarra sapiente di Davide Berardi (finissimo interprete anche nel canto solista), la fisarmonica ammiccante e delicatamente struggente di Giancarlo Pagliara, il dinamismo e l’espressività straordinarie di Gianfranco. Un terzetto sempre in perfetto sincrono e fusione. Come un’unica anima sulla scena.

Un ragazzo della Puglia che ha in cuore l’arte ed il teatro. Essere o non essere, decide il grande passo: trasferirsi all’operoso Nord in cerca di fortuna, la fortuna del mestiere dell’attore. Ma, fatto non sorprendente, si ritrova beffato e sfruttato in mille situazioni senza mai arrivare a toccare quel sogno. Il ritorno al paese diviene inevitabile, e con esso la seconda beffa della derisione dei compaesani; nonché la trasformazione del piccolo cineteatro di paese in una grossa scatola di marmi freddi atti a gloriare i notabili più che a mettere in moto sogni. Ed è proprio in questa metaforica tomba delle aspirazioni giovanili (dove per giovani si intendano coloro che hanno visioni altre rispetto ai muri di vetro, marmo e cemento che una immobile e gretta società propone e conserva con molta gelosia e mediocrità) che il protagonista cercherà la sua propria ribellione, ogni notte, provando a volare.
Questa la trama. Ma la forza di questo spettacolo sta nello spazio scenico calcato con furia e dolcezza dal bravo Berardi; saltimbanco, maschera del teatro dell’Arte (arlecchino e pulcinella), mimo; un po’ Chaplin ed un po’ Eduardo, in questa ora e mezza di spettacolo in cui l’accompagnamento musicale non è uno sfondo ma scenografia, coro e narrazione, Gianfranco Berardi dà veramente tutto il suo talento in una storia che intesse motivi diversi. Quello romantico dell’inseguimento di un sogno, quello ahinoi moderno della frustrazione dello stesso e dello scontro con una realtà (sempre attraversata da un potere grasso ed ignorante) aspra e priva del sentimento della solidarietà, se non priva di sentimento tout court. Una realtà che agli occhi altri dei sognatori appare essa come calco ingessato di una scena teatrale (in cui i ruoli son assegnati a priori e dai quali non è concesso di uscire), mentre l’arte è cosa vera e stimolo di libertà e dignità.
E così – dietro l’intento dichiarato di omaggiare un grande “compaesano”, Domenico Modugno, icona di un uomo che ha bucato le ipocrisie ed invertito i binari con la forza del proprio talento e di una personalità incontenibile – Berardi e Compagnia ci parlano dei temi sempiterni della nostra Italia di furbetti e di mediocrità supina ad un potere volgare intrisa di invidia verso coloro che osano sognare. Ma tanta è la forza del patto di ignoranza tra potere ed individui che queste fragili ali di farfalla vengono facilmente sbriciolate.
Tutto questo però viene sviluppato attorno al nucleo di un tema autobiografico ed intimista; un tema che fa di Berardi un Amleto sui generis, lacerato tra l’essere ed il non essere, tra la capacità di azione e vittoria nel tentativo di cambiare la propria vita e con essa i valori su cui fondare una altra società, o l’inazione e la sconfitta, una rabbia nascosta e distruttiva. Sono molti, sembra suggerire Berardi (autore della sceneggiatura), gli ‘amleti’ nel nostro tempo. Giovani e meno giovani portatori di sogni incapaci di far prorompere la forza rigeneratrice della propria visione interiore. Visione della bellezza che sola può scacciare il brutto ed il becero. Toccante e suggestivo il monologo finale (ricalco shakespeariano).
Essere o non essere, vedere o non vedere; non solo un riferimento biografico alla capacità sensoriale della vista. Vedere o non vedere i sogni e le visioni diverse, che ognuno di noi porta dentro e potrebbe esprimere. Potrebbe, vorrebbe, non sa se saprebbe. (La prima sfida è quella con se stessi, fare i conti con le proprie fragilità, non utilizzandole come alibi per l’inazione, perdendo l’occasione di essere e vivere non tradendo la propria originalità… sembra il messaggio più intimo di Gianfranco Berardi).
Nel dubbio, per tutti gli altri, più facile invidiare e reprimere i sogni altrui. Amara terra, amara e bella.
Alessandra Branca