Totem, Agorà ed il M° Stefano Cerrato. …Quanta filosofia in quell’archetto!

Si è conclusa venerdì 1 aprile la piccola rassegna di musica (giovane) da camera di Totem-Agorà. Con Bach e le “Suites per Violoncello” (n.1, 2 e 4). Scelte ed eseguite dal Maestro Stefano Cerrato.

…Quanta filosofia in quell’archetto!  (*Antonella Piras, cit)

Settimana cruciale e densa, quella che ha seguito la Pasqua, per l’arte e la cultura magentina (e del magentino). Il Plenilunio post equinoziale ha fatto il suo dovere naturale connettendo la Terra ed il Cielo in una scintilla di trascendenza, come dalla mesta e dura terra dell’inverno sbucano impudenti fili d’erba e dai rami degli alberi le gemme cominciano a mostrare aeree e delicate fioriture.

Tutto questo avviene nel Silenzio, espressione più alta di ogni pensiero che sia anche carne, materia elevata alla quintessenza alchemica della comprensione profonda ed unitaria, della massima comunicazione tra l’uomo, la natura, il cosmo. L’uomo ed il creato. L’uomo con il suo creatore.

Massimo Cacciari ha ricordato, per chi non lo sapesse già, mercoledì sera al teatro Lirico, come, se Dio (qualora se ne dia uno) è tale in quanto “creatore” (del mondo) e se l’uomo ne è l’immagine a somiglianza, allora – completiamo noi la silloge – l’uomo è simile a Dio quando crea. Sarà perché personalmente ne abbiamo venerazione, ma come non pensare all’atto creativo dell’arte? come non credere all’arte in quanto vera immagine, vero richiamo, lettura vera del mondo? Come non poter – una volta ancora – pensare all’arte, all’atto creativo che le dà forma, come alla suprema forma possibile di libertà per l’uomo?

[neanche a saperlo prima o farlo apposta, mentre in platea al Lirico andavamo cogitando di questo, la sera successiva ci saremmo trovati con un Alexandre Sokurov proprio sul pezzo: altro appuntamento cruciale della settimana in oggetto, giovedì31marzo, Francofonia, Sokurov, Cinemateatronuovo, Filmforum, vero Cinema!]

L’atto artistico quale uscita dalla Caverna, per chi per primo l’abbia osata (l’uscita, il passaggio, la pasqua) e per chi ascolti questo messaggio, segua l’esempio ed a sua volta, osi! (Questo continuo uscire ed entrare, questo scambio, questa ciclica Liberazione…)

E nel caso del signor Johann Sebastian, detto Bach (1685-1750), come non abbandonare ogni obiezione possibile, tacere e mettersi umilmente in ascolto? Se l’esecuzione è all’altezza della pagina sulle linee di pentagramma, non vi sarà più alcun bisogno di spendere molte parole e tutto sarà dentro di noi. E probabilmente saremo visitati da intima gioia e  vaga commozione. Un richiamo della commozione di fronte al Mistero del Figlio di Dio che salva il mondo (dalla volgarità e dalle ciance mondane?).

Questo, nel caso del signor Bach, e forse nell’intera storia della musica, è al suo massimo grado (per quanto la nostra poca erudizione ci consenta di azzardare facili paragoni da pezzo local-giornalistico) nelle variazioni Goldberg (universalmente note), ma il Nostro non è tipo da venir molto meno in altre sue composizioni.

Le suites, per esempio. Le suites per violoncello solo, nella fattispecie. Ovvero, come ti trasformo delle ballate popolari in opere di meditazione. Ognuno – attraverso l’arte – esprime ciò che ha dentro, lo spirito di cui è fatto, la qualità dell’anima che lo anima. Il Pensiero.

Stefano_Cerrato_Bach_Cello-Suuites_Agorà_1aprile2016

Ora, introdurre le Cello Suites di Johannes Sebastian in un programma di “piccola rassegna di musica da camera di giovani e giovanissimi”, da tenersi in quel di Robecco sul Naviglio, quale distaccamento (non è forse infatti il paese delle ville nobiliari – ergo abitazioni di campagna – dei milanesi del Settecento?) del programma sinfonico del Teatro Lirico della “Capitale”, Città di Magenta, sulla carta può apparire un’operazione azzardata; e, difatti, agli ignari come la sottoscritta, un poco tremano le ginocchia: “oddio..!”. Ma, fortunatamente quelli di Totem e quelli di Agorà sprovveduti non sono e quindi non mi mettono – con tutto il rispetto – un “giovanissimo” (nel senso, alle prime note) sul palco. Non siamo al circo. (piuh!, asciughiamo le gocce di sudore freddo). Chi ci mettono? “Un amico”. Già, è vero: qui “gli amici”, sono dei bei pezzi se non da novanta, da settanta-ottanta tutti! Difatti Stefano Cerrato, classe Ottanta-sette, per l’appunto, è stato un enfant prodige (scuola Suzuki di Torino) ed è oggi un vero Maestro, un primo violoncello, apprezzato nelle migliori orchestre nazionali (la Toscanini di Parma, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano) e fondatore di pregiate formazioni (Trio Caravaggio, Cerrato Brothers). Ha imparato e suonato con i più grandi nomi (per quanto concerne il violoncello, quello italiano, citiamo due nomi noti e popolari del panorama musicale odierno: Dindo e Brunello). Si è diplomato (post graduate, dopo il Verdi di Milano), assistito dal Maestro Bronzi al Mozarteum di Salisburgo (stiamo parlando della Mecca…). [benché, dopo Il soccombente, alla sottoscritta ogni volta che sente nominare il Mozartaeum, un poco scappa anche da ridere… eheh, messaggio subliminale per dilaniati amanti di Thomas Bernhardt]. Ma la piantiamo qui con la biografia artistica di Cerrato, perché ci vorrebbero due cartelle. E poi, cosa sono le note curriculari di fronte all’esattezza dell’ascolto?

Eccoci. Il tendone dell’Agorà e blu (un blu lapislazzulo, direi). Un bel colore. Dietro, c’è il nero del mistero.

Stefano-cerrato_scarpeStefano Cerrato – scarpe nere lucidissime (avrà utilizzato Calzanetto?), un panciotto bronzeo-dorato di cui apprezziamo senz’altro la fattura damascata – accompagnato da un nero panno con il quale tergerà il sudore proprio e quello del violoncello – saluta il pubblico, accorda lo strumento in diretta e nell’aspettativa della sala; poi siede, alza l’archetto e… là! (Sol Maggiore). Preludio n.1 (universalmente noto). Ed è così che chi come la scrivente fosse arrivata con le ginocchia dubbiose e qualche puntino di sospensione alla fronte… bon, relax! Ci siamo: che fortuna esser qui stasera! Sensazione di avere fatto benone ad uscire di casa, magari trafelati (come al solito) per la cucina-le stoviglie-i piatti – (eh, già! nati fummo al pianto ed al multitasking; nate, al femminile, per la precisione) – che si espande e conferma quando il maestro, sempre tra panno nero, archetto e violoncello tra le mani, ci elargisce una stringata (è il caso di dirlo!) ma ben narrata illustrazione tecnica del programma e della natura compositiva delle suites bachiane (il maestro si riconosce non solo da come suona ma anche dal suono delle parole). Quindi ci spiega come si differenzino allemande, sarabande, correnti, gighe e minuetti (questi ultimi, passione del Re Sole, Luigi XIV, che della sua età anagrafica, in Francia, seguiranno la cadenza, come si avventura, divertito, Cerrato a raccontar l’aneddoto); in aggiunta anche il bourré! E poi si suona, e poi si ascolta. Sin dal primo attacco, percepire distintamente il colpo del polpastrello sul legno del manico della tastiera (ottimo, l’acustica c’è!); poi l’archetto, e le sue inclinazioni; veder stillare qualche goccia di sudore dalla fronte del Maestro, udire qualche gridolino, della corda tesa dell’archetto e qualche sospiro di sudore dalle stringhe del violoncello. La musica, il corpo unico tra strumento ed esecutore, insieme vibrano, lavorano e partecipano. E noi siamo lì, in una oscurità la cui unica catena è quella che ci tiene legati ai movimenti – una forma estetica anch’essi – dell’uomo sulla scena. Una oscurità la cui luce al fondo è quella delle misure esatte e dei suoni pregni di Bach-Cerrato. Un’oscurità necessaria alla luce, dentro. Ed è buio, ed è luce. E’ suono, è silenzio. E’ sudore e materia, è elevazione. E’ arte, è pensiero. (La bellezza, la completezza del pensiero non pensato, non verbalizzato)

Finale di bis (non avremmo voluto finissero mai, questi bis! ma il maestro aveva lavorato col violoncello già da un’ora e mezza; sentendo la “sete” in sala, è stato generossissimo!) con Du Port, Jean Louis, Settimo Preludio e – per il divertimento generale – con il volo del calabrone di Rimskij Korsakoff, omaggio alla stagione appena inaugurata (e torniamo, anche qui, sul tema iniziale di questo nostro scritto… peraltro, ricordiamo che, incidentalmente, Bach senior sia nato proprio in pieno Equinozio primaverile, il 21 marzo dell’annus domini 1685).

Grazie J.S. Bach, grazie Stefano Cerrato, grazie amici di Totem ed Agorà. Ci risentiamo l’anno prossimo, per una seconda edizione.

Per inciso: la situazione raccolta del cineteatro Agorà ci pare una scelta perfetta per questo genere di proposta, insieme agli indubbi meriti degli amici che lo gestiscono con entusiasmo e competenza (nel teatro, nel cinema, e nella musica).

Alessandra Branca

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Teseiron, aspirante quartetto italiano, con Totem all’Agorà di Robecco sul Naviglio

Mini-rassegna con la musica giovane da camera organizzata dai ragazzi dell’Agorà in collaborazione con Totem di Magenta; dopo il primo appuntamento con  trombe e tromboni  (dal barocco alle musiche per film), seconda serata con la più classica delle formazioni cameristiche, il quartetto.

Per l’occasione Agorà non deve andare molto lontano poiché la cittadina sul Naviglio trova nei pressi del proprio romantico ponticello la materia prima. Del quartetto Teseiron in scena, infatti, la metà dei componenti – il violoncello ed il secondo violino sono robecchesi doc, Carlo e Marina Mainardi; l’atra metà, Francesco Della Volta (primo violino) e  Lorenzo Scaglione (viola) provengono rispettivamente da Milano ed Arese. Questo per inquadrare geograficamente il contesto, sottolineando come, accanto a quello di ascolto di musica “classica” vi sia lo scopo – primario – di promozione di giovani talenti “vicini”, offrendo loro palchi di esibizione in pubblico.

“Teseiron” sta per quattro (dei quattro, dal greco); ed i quattro ventenni – tutti studenti del Conservatorio Verdi di Milano – hanno dato avvio alla propria formazione nel 2014, su ispirazione del maestro Fulvio Luciani di cui i ragazzi sono allievi nei corsi delle “Officine Luciani”. Un maestro, un’idea che potrebbe farsi progetto ed una sana amicizia: questi gli elementi che portano alla costituzione del Teseiron; per realizzare il quale, Scaglione passa dal violino alla viola (alla domanda: “e ne sei stato contento? risponde: “mi ha cambiato la vita!”: a giudicare dal sorrisone che gli spunta in volta si direbbe in meglio!).

Da allora diverse esibizioni, la recente partecipazione al Premio Città di Giussano e venerdì 18, tappa all’Agorà; dove un pubblico di casa ma anche di appassionati ed intenditori li aspetta ad un amichevole “varco”.

La proposta di serata del Teseiron si caratterizza per la sfida del “diverso” che spesso la gioventù lancia;  si muove infatti tra uno Schubert di un noto “incompiuto” (“Quartettsatz” in Do minore) ed un Beethoven tardivo, quindi già in fase divergente rispetto al quello della produzione più tipica  (Quartetto in Fa maggiore opera 135). In mezzo a questi due assi del romanticismo il Teseiron piazza un Alfred Schnittke (autore sovietico, 1934 – 1998) con un quartetto n.3, del 1983, composto per la Kunstehalle di Mannheim.

L’esecuzione dei quattro trasmette tutta la concentrazione, l’impegno ed anche un poco di emozione (suvvia, ammettetelo!) di una formazione ai primordi che si confronta con la strada che sta intraprendendo: quella della carriera musicale e dell’esibizione in pubblico. Per cui, un palco sufficientemente “intimo” ed un pubblico che non sia una giuria di competizione, consentono agli stessi ragazzi di testarsi. “Abbiamo scelto il programma in base a quanto studiato nell’ultimo corso di perfezionamento con il Maestro Luciani ed anche per verificare tra noi il livello raggiunto”, dichiarano al termine nella breve intervista che ci hanno simpaticamente concesso.

Per cui, terminata l’interessante scaletta in locandina, Francesco, Marina, Lorenzo e Carlo, visibilmente contenti del plauso che la platea tributa loro, ringraziano i convenuti con dei bis. Ed è proprio qui che i ragazzi ci intrattengono con più scioltezza, evidentemente svanita la tensione degli autori più impegnativi. Sono quindi i Beatles di Come together e di  Blackbird, trascritti per archi, a salutare (come usa fare ormai molto spesso nei bis dei concerti delle più acclamate formazioni da camera internazionali), questa serata di “classica giovane” all’Agorà. In prima fila, ad applaudire con gioia ed orgoglio, Antonella Piras di Totem (insieme ad altri totemini in sala), mentore del gruppo (Marina e Carlo hanno fatto parte della piccola orchestra di Totem per anni).

Giù dal palco, insieme ai complimenti ed agli auguri, la domanda corre d’obbligo: avete una formazione di quartetto alla quale vorreste somigliare o alla quale vi ispiriate? La risposta, entusiasta ed unanime, è anch’essa d’obbligo: “Al Quartetto Italiano!”. Eh già, allievi innamorati (come è bello che sia) del proprio maestro: Fulvio Luciani, infatti – lo impariamo insieme – è stato egli stesso allievo di Paolo Borciani: fondatore e primo violino del Quartetto Italiano, ad oggi il massimo quartetto d’archi di nazionalità italiana, attivo tra il 1945 (quando i membri erano ventenni) ed il 1980. Il testimone passò poi al quartetto fondato da Fulvio Luciani, cui Borciani stesso affidò il proprio nome, attivo dal 1984 sino al 2004.

L’augurio ai Teseiron è di vivere e maturare un’esperienza concertistica proficua ed una lunga amicizia.

La prossima occasione per conoscere Teseiron sarà domenica 20 marzo presso Iseo. Mentre il prossimo – terzo ed ultimo – appuntamento con la piccola rassegna cameristica di Agorà (la cui direzione artistica è affidata allo stesso Carlo Mainardi) è per venerdì 1 aprile. Sul palco il sole del violoncello di Stefano Cerrato a confrontarsi col gigante J.S. Bach e le sue universali “Cello Suites”.

 Alessandra Branca

La Misericordia di Lucilla, istigazione alla vita

Lucilla Giagnoni dal Big Bang a La Misericordia, scuote il pubblico magentino. Per la preziosa rassegna “Teatri del sacro” di CinemateatroNuovo.

La Misericordia di Lucilla, istigazione alla vita

Ormai una vera star in quel di Magenta, con i tanti passaggi, negli anni, sul legno delle scene cittadine tra Lirico e CinemateatroNuovo, Lucilla Giagnoni comincia ad avere in città una nutrita schiera di fan ed ammiratori. Ed è una meritata fama, la sua, perché la Giagnoni sembra brillare di luce propria ed assistere ad un suo show, che ha il carattere inequivocabile della perfomance, significa spesso venire investiti ed illuminati da questa luce; e da quel fiume di parole che si fanno, in struttura concentrica ed espansiva, suono ed emozione irraggiantisi tutt’intorno. Attivando così empatia e neuroni a specchio a piene… mani (intelligenti).

Questo grazie ad una abile regia e perfetto congegno delle fasi dello show, giostrati tra luci, immagini ed accompagnamenti sonori ad un testo denso di contenuti in cui la parola è al centro (in tutti i sensi). Ma non importa, lasciamo anche perdere l’analisi tecnica. Perché tanto il pubblico non la sente come estrinseca ma ne viene completamente inglobato e trasportato. E’ l’effetto “Lucilla”, speciale effetto tra gli effetti.

Siamo miseri e manchevoli, tutti capaci di vuoto e di dono. Siamo tutti madre, siamo tutti utero (donne ed uomini) capaci di riempirci di vita e di farla uscire nel mondo. Siamo tutti specchi, capaci di immedesimazione e di compatimento. Lo dicono le sacre scritture, in ebraico ed in greco antico; lo dicono le moderne neuroscienze.

La misericordia è una virtù femminile, teatrale e civile (civica), ci insegna la propria lectio la Giagnoni. Ha a che vedere con l’utero ed il prendersi cura (il femminile), ha a che vedere con l’empatia (il teatro), ha a che fare con il senso della nascita delle città: la condivisione, il fare, il soccorrersi. Edificare.

Siamo tutti miserevoli e manchevoli; siamo come Dio, sua immagine e somiglianza, il quale, mancando dal mondo, ma misericordioso per definizione, necessita di mani umane per dare corpo ed atto alla propria misericordia. Siamo le mani di dio in questo mondo. E’ bene usarle per condividere e prenderci cura del prossimo. Mani per soccorrere ed amare, non per accumulare.

Lo dicono i sacri testi ed i testi dei contemplativi, della tradizione o della contemporaneità, che siano filosofi o che siano umili scrittori, o che altro, magari un chiunque, come me, un pensiero raccolto e rilasciato in strada, camminando nelle strade del mondo. un mondo che va alla deriva, con i volti dei disperati, dei senza tetto, dei senza patria, dei senza sostentamento, di chi è meno fortunato di noi ad un passo da noi, magari proprio di fianco; i volti degli assassini; sì anche il volto dell’assassino.

Siamo tutti miserevoli e manchevoli, e dunque possiamo accogliere, nutrire, comprendere, far crescere, educare….e lasciare, liberare, lasciar correre nel mondo. come una madre che spinga il figlio: fuori dall’utero e fuori nel mondo, alla conquista della beatitudine, della gioia infinita di realizzare un destino, che poi è quello che Dio vuole per noi. Con mani e gambe forti. Educhiamoci alla vita, al suo potere infinito di felicità (e beatitudine).

La Giagnoni propone un’esegesi dei testi sacri, la bibbia, il vangelo di Matteo, in primis, col il suo greco e con il suo ebraico e quelle parole arcaiche (ed arcane) che sono, veramente, il verbo da cui nasce il mondo; si rifà a fonti esegetiche pilastri del cattolicesimo, San Paolo, San Bernardino; ma poi non esita, forte di una logica verbale ferrea, a citare ed interpretare Erri De Luca – scrittore contemporaneo che per molti versi potremmo definire estatico nella forza della carne che sa scolpire nei propri testi – ed il suo “In nome della madre”, dove De Luca – Giagnoni ci propongono un parto di Maria lungi dall’esser “senza dolore”, bensì carico di sforzo, di speranza, di fiato grosso, di spinte, di voglia di urlare, di piangere, di singhiozzi…. aaaaah… “e lo acciuffai al volo” ! Il Dio si fa uomo per potersi manifestare al mondo ma è la gioia di una madre che stringe tra le braccia il proprio cucciolo, ancora pregno dei liquidi dell’utero, di sangue e di plasma. Sacro e profano son la medesima cosa: “uomo, immagine di dio”. Immagine, volto e mani. Le sole mani che possono metter in atto opere; le opere della misericordia. Le mani che mette l’uomo per conto di Dio misericordioso. E poi ancora il volto; la misericordia è il volto di Dio, è l’attivazione dei neuroni specchio e dell’empatia; la compassione.LucillaGiagnoni_9marzo2016_lamisericordia_ctn_lucente-sfondo-nuvola-rossa

La misericordia ci rende tutti uguali, uguali in dio, uguali a dio, strumento di dio. Ma allora siamo vita pura, vita vuota che sa riempirsi, alzarsi, camminare, crescere, correre, conquistare, edificare, realizzare, realizzarsi. La vita piena (beatitudine). La misericordia, virtù a specchio che sa fare ciò che sa ricevere, ciò che dà, riceve in dono. All’interno dell’abbraccio della misericordia, non esiste destino che non possa esser felice, non esiste albero in riva al fiume che non sia beato. E’ la religione laica ed insieme cristiana. E’ il messaggio di ogni spiritualità, di ogni tempo e di ogni parte del mondo. Rompendo tutte le dicotomie, la prima quella tra uomo e divino, tra sacro e profano, tra religioso e laico. “Vai, conquista la tua vita, meritati ogni attimo! la felicità è un istante: e sarà tua se saprai meritare ogni istante!”.

Dalle scritture e dalla catechesi, nell’ormai ben definito stile di Giagnoni, il finale è un tuffo nel turbine della vita, una voce che risuona ed incita, la gioia di una madre che fa il tifo per la figlia, per la vita al suo primo risveglio, alle sue prime scoperte del mondo e delle proprie potenzialità. Le virtù teologali, i “super poteri” che ognuno di noi ha e che sono la via verso la pienezza, la beatitudine, la felicità. Ed la dicotomia finale a riprendere la radice uterina della misericordia, a sgretolarsi: quella tra femminile e maschile. Ogni donna è uomo ed ogni uomo è donna. Perché è la via della misericordia, ancora inesplorata davvero, quella di una rinnovata umanità, una nuova e diversa evoluzione: quella di un mondo che cresce senza sfruttare (ed è beato) che si espande senza usurpare (ed è beato); un mondo, un uomo, che sa diventare “grande” senza accumulare, ma, al contrario, svuotandosi per potersi sempre riempire e sempre donare. La mitezza, piuttosto che la miope ambizione, è il super potere che ci rende grandi. “vai, spargi la tua anima nel mondo!”.

Si chiama, dio, si chiama tao. Si chiama vita.

Alessandra Branca

LucillaGiagnoni_9marzo2016_lamisericordia_ctn_stars_predicatrice

post scriptum: mi dispiace, è troppo difficile, forse impossibile, per me scrivere un pezzo di cronaca qualunque con un materiale come questo. avrei potuto scrivere frasi e titoli tanto banali quanto ad effetto, che piacciono tanto, vai a sapere perché, come: “Lucilla Giagnoni mette d’accordo parroco e sindaco”; avrei dovuto parlare dell’emozione, della partecipazione del pubblico; del ripasso di catechesi corale sotto la direzione della maestra Giagnoni. non ce la faccio. il mare magnum dei materiali da cui la Giagnoni attinge per la costruzione dei propri spettacoli, e probabilmente anche la ricezione interiore di questi, è troppo coincidente con il mio stesso per riuscire a prescinderne e per non cadere, a mia volta, in una forma di lezione. Riflessioni e riflessione che io stessa elaboro da molto tempo e che mi accompagnano nella vita di tutti i giorni; la scoperta della sacralità umana, dalla filosofia che impariamo – grazie a dio! – a scuola alla individuale scoperta delle espressioni del pensiero olistico di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo. scoperte che non basta una lettura od uno studio ad incontrare. perché è prima di tutto una vibrazione del tuo stesso spirito. niente si può trovare se già non lo possediamo dentro. e poi e poi… questo amore viscerale, uterino e celeste, per la parola. La parola che ha il suo cuore di senso nel suono. la parola origine della mondo e del teatro. la parola possibilità straordinaria di relazione, la parola storia e la parola narrazione; la parola dna e neuroscienza, la parola vita. e qui ancora comincerebbe un altro viaggio nella meraviglia della creazione e del creato. ma certe ricerche, certe scoperte, questi cammini della conoscenza mi sono troppo cari ed intimi; meritano comunque, e sempre, la solitudine, l’umiltà, il rispetto (se non il timore) la spontaneità di un’anima che sente il richiamo del Cammino nello Spirito. non si possono rivendere al discount dei media. possono invece, come apprendo anche da Lucilla Giagnoni, divenire materiale di teatro. l’arte del teatro. ma il teatro si va a parteciparlo e viverlo. il teatro è pieno …di misericordia. ed in queste sere è pieno… di Lucilla. A.B.

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Magenta Cultura, rappresentanza e libertà

Staffetta Simone – Ronchi per comprendere i meccanismi nascosti della nostra società. Parlando di libertà.

Rappresentanza, crisi della democrazia, realismo della “libertà”

Il percorso di riflessione accompagnata da docenti universitari di fama internazionale che Magenta Cultura sta proponendo al pubblico avanza, di tappa in tappa, verso il cuore della nostra società.

Se con Umberto Galimberti e Carlo Sini abbiamo capito che la libertà è un concetto convenzionale che assumiamo quale strumento ed orizzonte per i nostri comportamenti sociali, la conferenza tenuta da Raffaele Simone il 23 di febbraio scorso, ci ha messi di fronte al meccanismo centrale della società contemporanea occidentale, quella che noi viviamo: quello della rappresentanza
democratica.

Il sistema di designazione dei dirigenti istituzionali di una società attraverso un sistema elettivo e democratico è decisamente recente ma già, ai nostri giorni e nella nostra stessa realtà italiana, presenta alcune criticità ed anelli che cominciano a saltare. Indizio inequivocabile il crescente astensionismo elettorale; cui fa da controcanto una esigenza di partecipazione diretta di una parte di popolazione che trova nei nuovi strumenti tecnologici agorà di nuova generazione.

Anche Simone – linguista di fama internazionale e sociologo – come i due professori che lo hanno preceduto sul palco del Lirico ammonisce – come prima ed ultima istanza – dal prendere in maniera assolutistica ed infallibile perfino la stessa idea di democrazia la quale andrebbe considerata un auspicio più che un principio assoluto. (forse solo così potrebbero cadere certe bende dagli occhi e cominciare così a salvaguardarla veramente – ci permettiamo di chiosare – la nostra “libertà”; troppo labile il confine a volte tra principi dogmatici ed “idola”, che dalla notte dei tempi, vengono eretti su altari  ai piedi dei quali ci si piega proni rinunciando alla propria ragione e, troppo spesso, umanità).

La serata del 23 con Simone ha confermato il MagentaCultura2016_Invernizzi_DeSimonesuccesso delle precedenti: “Sono molto
soddisfatto
” – commenta il Sindaco Marco Invernizzi, ideatore della rassegna stessa; “abbiamo un pubblico ampio e differenziato con una forte presenza di giovani:  non sono soltanto quelli dei licei, come si potrebbe scontatamente pensare, ma molti degli istituti professionali e di questo sono ancora più contento; e tutti mostrano, sia durante il dibattito che nei numerosi capannelli che si formano, al termine delle conferenze,  in teatro od uscendo nelle sue immediate vicinanze, un grande desiderio di partecipazione e di comprensione delle problematiche proposte”.

E allora quale migliore occasione per continuare a sondare i gangli della nostra società di quella che ci permette la prossima serata “filosofica”  di Magenta Cultura? Martedì prossimo – 8 marzo, 2016 – sarà la volta – anche per lui la seconda su suolo magentino – di Rocco Ronchi, professore ordinario di filosofia teoretica all’Università de L’Aquila e docente presso Istituto di ricerca di psicanalisi applicata (Irpa). Ronchi ci condurrà nell’esplorazione analitica dei tre concetti di libertà che caratterizzano la modernità: quella razionale, quella esistenziale e quella – udite udite – reale!

< Se la prima coincide con la nozione filosofica e metafisica di libertà, la seconda è la forma che la libertà ha assunto con la crisi della modernità e che costituisce l’architrave del cosiddetto neoliberalismo. Come esempio della prima si farà riferimento alla concezione cartesiana e razionalista, come esempio della seconda alla concezione tragica di Dostoevskij. Con “libertà reale” si intende sondare una possibile via d’uscita dalla condizione neoliberale, che eviti il rischio delle derive autoritarie e criptofasciste e che riattualizzi alcune istanze del marxismo > (presentazione di Rocco Ronchi)

Per un 8 marzo fuori dai soliti cliché, martedì ore 21 teatro Lirico Magenta: “L’illusoria libertà, tutti siamo liberi purché nessuno lo sia veramente”.

Alessandra Branca

“La Bellezza disarmata” di Juliàn Carròn, a Magenta e Rho


La-bellezza-disarmata_copertinaDon Juan Carron_CLOccasione imperdibile questa sera a Magenta per conoscere l’ultima opera di Don Julian Carron “La bellezza disarmata”. Oggi ricorre anche il Giorno del Ricordo, dunque siamo in tema di riflessioni non scontate sul tempo, la storia, l’umano; non stona dunque la serata proposta dal Circolo Culturale Don Tragella. Ma di cosa si tratta? Don Julian Carron è dal 2005 rettore di Comunione e Liberazione e da molti viene definito “l’erede di Don Giussani”. Lo scorso anno, in seguito alla strage di Charlie Hebdo, Carron interveniva sul Corriere della Sera (del 13 febbraio 2015) ponendo un interrogativo: “Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?”. Che frase splendida: chiara e toccante, che entra nel cuore vivo, nel verbo essenziale; interrogativo del senso. Non può non risuonare il messaggio di Papa Benedetto, vescovo Ratzinger, la sua sollecitazione teologica e filosofica sul senso dell’Europa con cui esordì già dal battesimo (nel nome davvero!) del proprio Pontificato. Ma, tornando ai fatti, evidentemente Carron ha poi sentito la necessità di proseguire ed ampliare il ragionamento e proporlo sino all’edizione di questo libro, nel novembre 2015, con Rizzoli. Il testo, giunto già alla terza edizione, pone importanti domande teologiche di fronte all’altare della nostra difficile attualità: dall’immigrazione alla famiglia, dal terrorismo alla politica. Non sappiamo, poiché non abbiamo ancora letto l’opera, ma sembrerebbe già questa una trasposizione saggistica di quella – a nostro parere meravigliosa – staffetta sodalistica tra i due pontificati: Benedetto e Francesco.

Dunque per la scrivente come per tutti, stasera avremo la possibilità di conoscere le tesi di Carron insieme a relatori di calibro: ROCCO MOLITERNO, formatore presso scuola professionale e Don EZIO PRATO, docente Facoltà Teologica di Milano.

Comunque siate orientati e la pensiate, l’occasione è da non perdere, almeno per coloro che sentano il bisogno di interrogarsi a più livelli nonché ad un certo “livello”. Segnaliamo che un prossimo appuntamento con il libro di Carron si terrà a Rho il 18 febbraio e gli interventi in locandina sono di personaggi noti e trasversali; insieme allo stesso autore Fausto Bertinotti, ed Eugenio Borgna. Ma, solo per oggi, nella Sala del cinemateteatroNuovo di via San martino 19, l’appuntamento con “la bellezza disarmata” è a Magenta. alle 21. Ricordate: “dell’intelligenza mai aver timore”, come disse bene qualcuno. Non mancate!

Alessandra Branca