l’atto inaugurale dell’artista

fontana-taglia-tela-2Primo appuntamento delle “serate filosofiche” di Magenta Cultura 2017 con Massimo Donà.

Vedere l’arte, la quale mostra ciò che non appare

Esordio di filosofia estetica per la nuova stagione di Magenta Cultura voluta dall’amministrazione comunale di Marco Invernizzi con la collaborazione di Casa della Cultura, associazione cittadina Urbanamente e – da quest’anno – con l’importante supporto del Rotary Club magentino.

Il tema scelto dal Sindaco per il 2017 è quello del “vedere – guardare”, tema a lui particolarmente caro data una vita spesa a far critica sul cinema nel territorio.massimo-dona_casual

Ed è così che esordisce a Magenta la “filosofia estetica” (non è stata nominata ma chi abbia studiato filosofia, al liceo, in università, conosce questa distinzione) con un ospite di calibro che non ha deluso la foltissima platea del Teatro Lirico: Massimo Donà. Con lui il viaggio si è connotato di caratteri contaminati tra l’estetica, la teoretica e la storia dell’arte (non senza l’ombra invisibile di un pizzico di metafisica…). Con lui abbiamo attraversato qualche secolo di cultura occidentale prendendo a braccetto qualche “mostro sacro” quali Kant e Leopardi, scoprendo (per chi non lo sapesse ancora) che le indeterminate categorie leopardiane, il suo celeberrimo “questo e quello”, altro non sono che compendi teoretici (ed estetici) sull’arte ed il suo oggetto o fine: mostrare ciò che non si vede. Per cui l’artista chi è se non colui che ci mostra l’invisibile del visibile? Un salto nel Novecento e ce lo facciamo mettere sotto il naso da Duchamp e da Magritte, senza dimenticare il povero Mondrian, o dal nostro De Chirico od ancora dal taglio di Fontana.

Il visibile, l’oggetto e l’invisibile che si porta appresso e l’artista ti mostra. “Cos’è un tavolo?”, si domanda il filosofo dell’essere, il pensatore; ma… “questa non è una pipa” («Ceci n’est pas une pipe»), scrisse Magritte sulla sua rappresentazione di una pipa.

E così via. Serata divertente, tra l’altro, perché questi personaggi, soprattutto questi venetacci malandrini, sanno sintetizzare con verve ed umorismo i concetti che espongono; nel caso di Massimo Donà, uomo forte, la cui fisionomia sembra disegnata dalla matita spessa dei primi cubisti, come la sua voce adamantina e nerboruta, non possiamo non notare una vocazione al cabaret, alla sapienza caricaturale della battuta, una capacità scenica non comune; sarà la passione sua per la musica e la carriera parallela di trombettista?

massimo-dona_in_concertoChe bello, trombettista e docente di filosofia. Collega di Cacciari Massimo ed allievo di Severino Emanuele tra le università di Venezia e Milano; collega di Enrico Rava ed allievo di Giorgio Gaslini su mille palcoscenici musicali . Per cui ci spernacchia divertito: “quanto sembriamo tutti balbuzienti di fronte a qualcosa che ci piace!” (filosofia del bello… secondo un jazzista di fiato). E chissà che il Sindaco di Magenta, qualora rieletto, non si decida ad inserire sotto la voce ufficiale di “Magenta Cultura” anche il Festival Jazz magentino, che si tiene in novembre e che – qui lo ribadiamo – non è stato ultimamente degnamente valorizzato. (chissà… Massimo Donà, intercedi per noi)

(Ah, quanto è bella la filosofia, che voglia matta di tornare a scuola!)

Il  prossimo appuntamento “filosofico”  è per martedì 31 gennaio; Lea Melandi ci parlerà di “corpo ed identità”.

Alessandra Branca

Don Giovanni, le sue donne, l’eterno femminino…

(La seduzione come necessità vitale tra l’ironico ed il drammatico, vera quintessenza dell’eterno femminino  goethiano  – a pastiche, review and essay by Alessandra Branca)

Partita Italia-Irlanda degli europei; ma per gli affezionatissimi del Teatro dei Navigli, ultima serata di rassegna. In scena presso piccolo ma dignitosissimo Teatro al Corso di Abbiategrasso la piéce del gruppo di studio teatro di Alberto Oliva per Teatro dei Navigli in una prova non facile, titolata: “Don Giovanni e le sue donne”.

Un saggio, si dovrebbe dire. Ma se tutti i saggi fossero di questo buon gusto, ci sarebbe da farne un cartellone, pur amatoriale.

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Duplice sfida: quella di non far pentire i convenuti di aver rinunciato al calcio nazionale e quella di non cadere nello scontato di un tema tanto classico al teatro (ed alla musica) quanto di non facile padroneggiamento. Impossibile rendere la complessità di un Don Giovanni senza averne assimilati alcuni criteri di base che sconfinano non solo nella sottigliezza psicologica ma anche – e soprattutto – nella filosofia sottesa al mito.

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Un mito che viene da lontano, protagonista di tanta commedia dell’arte di età barocca ove ha prestato il canovaccio ad innumerevoli rappresentazioni dalle più famose a quelle inevitabilmente anonime. Fulcro della trama, motore dell’azione, un confronto tra “moralità” e continenza da una parte ed esuberanza ed edonistica a/moralità dall’altra. Parliamo di a-moralità, dando per scontata l’ormai scolastica distinzione tra a-morale ed im-morale. Una distinzione, va detto, che proprio con il testo di Moliére e con il libretto di Da Ponte per la musica sublime di Mozart è stata universalmente sancita e suggellata in saecula saeculorum. (in fondo, fulcro e senso della storia e delle sue varie rivisitazioni è proprio nel gioco  tra immoralità ed amoralità).

Tuttavia, per chi sia a digiuno di letteratura e magari anche di esperienze più o meno dirette  della vita, il problema morale/immorale/amorale, ancora può generare perplessità, dubbio, sconcerto. Cosa che può capitare anche in una classe di teatro, metti ad un corso cittadino. Soprattutto se l’insegnante si chiama Oliva e l’associazione Teatro dei Navigli: dove non si teme di confrontare l’amatoriale con il sofisticato.

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In fondo, il compito del teatro (come delle arti tutte), sua alta missione individuale e dunque sociale, è anche questa: moltiplicare la conoscenza delle esperienze, ampliare il campo di giudizio  – (estetico; e sull’estetica il “Don Giovanni” ha molto da dire… ma non vogliamo qui ingarbugliare ulteriormente il lettore; vi sono altre sedi in cui sviscerare la vasta, poliedrica, materia). Il teatro si avvale di uno strumento in più rispetto ad altre arti: la possibilità della mimesis diretta tra arte e vita, pubblico ed attori, vissuto e scena.

Per rendere tutto ciò al pubblico, è però necessario un lavoro non banale da parte delle compagnie che si applichino allo scopo. Ed ecco che un “corso” di teatro diviene vero e proprio “laboratorio” attoriale, drammaturgico, scenico, interpretativo. Affrontare un testo, una drammaturgia, ex novo: come mai nessuno l’avesse dettata prima. Ricercare, elaborare, sintetizzare, rendere.

Un lavoro su più fronti, dunque, partendo da una materia (l’allievo) tutta ancora da svezzare. Alberto Oliva, con questa sua classe, ci ha provato.

Da una lettura di tre testi teatrali sul Don Giovanni ed il suo Convitato di Pietra (Moliére, Puskin ed il recente, misconosciuto ma estremamente interessante, Horvart: “Don Giovanni ritorna dalla guerra”), il gruppo ha approntato una rielaborazione originale, pescando scene dai tre diversi autori (ed i tre diversi “Don Giovanni”) per poi ricucirle addosso a se stessi con inserti di propria ideazione e scrittura: sia nel testo che nell’elaborazione scenica e coreografica.

Dunque se già il Don Giovanni è emblema inafferrabile di uno spirito vitale che attraversa i tempi, se già non fosse egli stesso declinato secondo diverse luci dai vari autori, ecco che abbiamo una ulteriore intelaiatura. Alla fine ne viene fuori un arabesco, più che una semplice messa in scena.

E proprio in questo abbiamo trovato l’interesse, l’originalità e lo stimolo dello spettacolo di Oliva e della compagnia di attori amatoriali. Questo forte senso dell’intreccio, della mutazione degli accenti, nonché dello scambio. Come dire, fare di necessità, virtù.

Per cui abbiamo avuto un Don Giovanni interpretato da almeno tre attori (due maschi, una femmina); uno scambio di personaggi secondari da un attore all’altro a seconda della scena. A sottolineare il gioco delle parti negli intrecci amorosi ma anche – come abbiamo detto – nella rappresentazione, un intermezzo di tango di gruppo (nell’oscurità, veli rossi e calzamaglie nere si intrecciano a coppie e ruotano sulla scena).

Gli attori-allievi si sono dimostrati all’altezza del compito; consapevoli del gioco, ammiccanti verso il pubblico, hanno saputo calarsi nei diversi registri: drammatico o buffonesco; un po’ ciarliero da commedia o del tutto tragico; hanno dimostrato spirito di “compagnia” nello scambiarsi le parti e capacità di tenere la scena finanche nei monologhi. Fino all’inventiva personale in quei camei e monologhi di testo personali che Oliva ha chiesto loro di aggiungere e donare a questa drammaturgia. Non possiamo non citare qui l’azzeccatissimo e per nulla stonato inserto in dialetto abbiatense dello Sganarello di Rotta Marco, oppure l’improbabile e sorprendente dialogo faustiano (da drammatico diviene comico) a due voci per un attore (Pierotto-Faust e Mefistofele) di Umberto Capasso; ma anche i monologhi drammatici di Helene Lupatini e Giada Cascio carichi di tensione emotiva, ed ancora l’ironico duetto tra donne di Franca Galeazzi e Roberta Micali.

IMG_20160622_213309[1]La piéce del gruppo teatro dei Navigli titolava “Don Giovanni e le sue donne”. Lo svolgimento ha dato ragione del titolo. La compagnia – nei modi che abbiamo sopra descritti – ha infatti tratteggiato e declinato la multiforme e sfuggente figura del libertino: sarcastico seduttore dai modi raffinati e dalla divertita sicumera con il convincentissimo Gabriele Cardini (un John Malkovich dell’abbiatense! azzeccatissima la coppia con lo Sganarello Marco Rotta); gaudente giovanotto di bocca buona ed amor cortese con Alessandro Treccani; tagliente, conturbante ed implacabilmente gelida figura con la straordinaria Michela Mezzatesta (in una delle scene più notevoli e delicate, tratte dal testo di Horvàrt con “la Bambina” Giada Cascio).

Dall’altra parte, le donne. La scena si apre – dopo l’araldica di Helene Lupatini – con l’irrompere fiammeggiante di Donna Elvira (Franca Galeazzi) al culmine del furore passionale contro Don Giovanni. Da qui abbiamo poi la teoria di donne conquistate: dalle contadine Carlotta e Maturina (Roberta ed Helene) a Laura (Michela), dalle quattro donne “ex” alla “Bambina” (un gioco di contrasti molto forte quello del testo di Horvàrt).

Don Giovanni e le sue donne : le une non possono letteralmente vivere senza il seduttore, e questi non potrebbe proprio esistere senza le sue prede. In una giga (tango, pardòn, quello che i personaggi eseguono tra luci – nere –  ed ombre – rosse – in scena a scandire i quadri del racconto) di intrecci seduttivi ecco aggiungersi un ulteriore elemento di complessità filosofica (benché di per sé semplificatoria equazione sulle dinamiche umane). Così come la figura del seduttore può assumere valenze diverse a seconda del lato da cui la si guardi (calcolatore od impulsivo? ludico gaudente o spietato traviatore? incatenatore o liberatore? ingenuo o malvagio?), nella stessa maniera, non possiamo affermare con certezza che le donne siano vittime e prede di un cacciatore impenitente. La scena del té con biscottini e chiacchiere tra “ex” (Horvart) è rivelatoria, insieme al duetto già citato che la sostiene. Che sarebbero queste donne senza quel palpito passionale che il loro seduttore ha donato alle loro esistenze e che ancora le accompagna? Come potrebbe donna Elvira scoprire la sensualità (e l’ironia!) di un tango se non con la scusa della sfrontata seduzione (ed abbandono)? Povero Don Giovanni, condannato alle trame adescatrici di mille donne in attesa di un liberatore di passioni sopite!IMG_20160622_221051[1]

Di fatto queste donne più che vittime appaiono vere e proprie evocatrici di uno spirito “fuori legge”, forgiandolo nei recessi più reconditi del proprio desiderio. Desiderio di emozione, di passionalità e di ironico gioco in una vita – la nostra vita moderna – sempre schiacciata tra stereotipi a due dimensioni cui conformarsi e banale competitività al maschile. Nessun fuori programma, bandita la fantasia, inutile ogni carica di passione. Niente per cui valga la pena rischiare. Manca un vero libero Don Giovanni a questa Europa goffa, ingessata, chiusa ed assediata da logiche di Borsa e capitali.

Il mondo è delle donne. Il maschio occidentale ormai pare non abbia più nulla da dire; di certo, non fa sognare. né le sue donne né tantomeno – ahinoi – addirittura se stesso. (e con questo ci potremmo riagganciare al già citato quadretto tra Pierotto e Mefistofele: dove nemmeno la promessa di un successo assoluto con le donne ed in amore può strappare firma e borsa all’agente assicuratore.)

Alla fine dello spettacolo e riflettendo su queste cose verrebbe quasi da pensare che il Don Giovanni del nostro tempo non può che esser custodito nell’anima di una donna. Del resto, cogliendo l’aggancio faustiano, non è forse l’Eterno Femminino ciò che nella versione goethiana del peccatore si salva ed ascende al Cielo?

Una, anzi mille, Donna Elvira che spariglino le carte, riaccendano la sensorialità (sensualità) e ci salvino dalla Finanza e da un piatto, banale, consumistico asfittico “benessere” (vero e proprio “convitato di pietra” del XXI secolo).

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Dunque… impresa di Oliva, del suo gruppo e di Teatro dei Navigli, perfettamente riuscita. Bravi. …al prossimo anno! Cala il sipario tra scrosci di applausi e… : Mina (Elvira?): se c’è una cosa che mi fa impazzire… mina_se-ce-una-cosa-che-mi-fa-impazzire

Alessandra Branca

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Strada facendo… si cresce e si sta bene insieme

Magenta, Teatro Lirico. Serata di musica leggera curata da Totem e suonata dall’Orchestra Giovani. A favore di Emergency.

INTRO (a personal status)

Qualcuno già ne avrà avuta esperienza ma per noi era “la prima” per questa serata “leggera” al Lirico a cura di Totem. Infatti si era al “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, sabato 7 maggio 2016 è stata la volta di “viaggiare”. Il tema, ammettiamolo, non è dei più ricercati od inesplorati, quindi approcciamoci all’evento con la sana cattiveria della critica di carta stampata, che so, del New York Times, quelle belle cose che solo negli States (e nei films) si possono dare… La serata è già piovosa, a guastare una settimana di sole e fiori di maggio durante la quale veramente ti veniva voglia di prendere e… partire, viaggiare, mollarli tutti qui alle loro inutili frenesie e tronfie ambizioni… Ti rechi in via Crivelli, sei un po’ in ritardo (come si conviene a La Press, scusate ma ci tengo seriamente al ruolo!), da fuori tutto tace e l’acqua picchietta su testa e selciato, per giunta sei cotta, lievemente febbricitante, è sabato, domani è la festa della mamma che non c’è (più) e altrove ci sarebbe anche un concertino raggae con i tuoi amici; in alternativa un divano ed una copertina non li avresti disdegnati; “mah, speriamo quantomeno che non me la menino con Mogol e Battisti… (pensa la punk hard rocker che c’è in te).

Scosti ancora distrattamente i tendoni di accesso alla platea e…. “Sì, viaggiare” ! (Battisti e Mogol !)

(che poi, chi non la ha mai, ma veramente mai, canticchiata guidando? dai, fuori i  numeri, sdoganatevi!). Dal fondo della sala il colpo d’occhio è su una scena colorata e piena di gente (sono i musicisti!), valigie appese e, a ridosso della “fossa”, un prato verde tagliato al centro da una carreggiata d’asfalto nero, con una riga in mezzo… una rampa di lancio verso lo spettacolo! (sarà anche scontata, ma il suo bravo effetto lo fa, eccome! ma guarda un po’ questi di Totem: ‘sto Lirico lo sto vedendo in tutte le salse e sotto tutti i faretti e le cromature possibili !…)

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THEME & PLOT (reprise)

Teatro colmo e stipato, sabato sera, 7 maggio, per il concerto animato (esiste? la invento io, la categoria del concerto animato, dopo quella del cartone animato) di Totem. “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, questa è stata la volta di “viaggiare”.

Lo spettacolo è una sorta di concerto – narrazione a tema, a partire dal quale è stata proposta una selezione (una ventina) di canzoni tratte dalla musica leggera, italiana ed internazionale, collegate  tra loro con un espediente narrativo (delle brevissime gag tra una canzone l’altra) volto a mettere in luce le diverse declinazioni ed accezioni del verbo “viaggiare” e dunque le diverse emozioni che le canzoni stesse esprimono o suggeriscono.

Un impianto semplice, niente di rivoluzionario o di stravolgente circa le nostre comuni esperienze e concezioni. Ma è proprio qui che si apprezza la validità  di uno spettacolo ben fatto, curato, simpatico, fresco e molto molto godibile. Come dire, un’esperienza accessibile a tutti, comprensibile da tutti anche a mente pienamente rilassata. Un’esperienza partecipabile. Lo stato perfetto per lasciarsi andare, così come salire su un bus on the highway e lasciarli trasportare, con ritmico andamento, per le campagne od i cieli di qualche terra a noi gradita. O meglio ancora, per meglio dire:

“evitando le curve più dure… dolcemente, viaggiare”.

I brani selezionati sono noti, anche questo mette a proprio agio lo spettatore: tante volte è bello ascoltare o ri-ascoltare qualcosa che ci piace e con cui abbiamo familiarità; alcuni di più, alcuni di meno, magari, ma sempre roba buona. Soprattutto se ci vengono proposti in una veste non consueta, suonati da una orchestra sinfonica, sostenuti da una band ritmica e poppeggiante, ri-arrangiati molto molto bene da qualcuno che di musica, evidentemente, ne sa.

Ed eccoci qua. L’Orchestra Giovanile di Totem (con inserimento di alcuni allievi del nuovo Liceo Musicale magentino), diretta dal maestro Andrea Di Vicenzo (coadiuvato nella preparazione dai maestri Giuseppe Miramonti e Xiliola Kraja), “La Band”, ovverosia gli adulti del gruppo, (batteria, chitarre, basso, tastiere) capitanata dal maestro Alessandro Giampieri, e le voci: i giovanissimi (e bravissimi) Arianna Meda, Federica Morra e Daniele Azzena. Questo per la parte musicale. La scena – insieme alla già descritta scenografia – è stata poi animata dagli interventi della vivace Paola Ornati e di Lorenzo De Ciechi (autori dei propri testi e curatori di regia e scene con Antonella Piras), i quali, muovendosi tra le fila dei musicisti ordivano un filo narrativo, tra il recitativo ed il didascalico, alla scaletta. Vivace personaggio di giovinetta briosa e pronta a cogliere le possibilità del nostro agiato e rapido mondo del XXI secolo, la prima; figura più riflessiva, con accenni poetici e d’un umorismo a volte venato di amarognolo, il secondo. La ragazza che si fa donna negli anni 2000 e l’adulto che fu ragazzo e fanciullo negli ultimi decenni del Novecento, alle cui atmosfere guarda con nostalgia – reso dal De Ciechi sfoderando un piglio comico da cabaret milanese d’antan – quando tutto questo (il pop) ebbe inizio e fu… un viaggio fantastico!

Sicché, il viaggio può iniziare guidando un’automobile (Battisti) ma può finire con un razzo nello spazio (Bowie); si muove con la brama di conquistare le strade del mondo bruciando tutto il proprio ardore (U2) o salpando melanconicamente e coralmente insieme, con Rod Steward, verso il mare della vita; saremo stranieri, come inglesi a New York con Sting, o ci ritroveremo sempre su un palco ed in una città per cantare con Ron; ce ne andremo per cercar fortuna e non tornare con John Denver o ci perderemo nel deserto per liberarci di una identità e trovarne un’altra come il cavallo senza nome degli America. Faremo viaggi di allucinata fantasia con Lennon ed i Beatles oppure avvertiremo nella solitudine della sera la lontananza di chi amiamo con Carol King. Guideremo piano, percependo la vita che si risveglia in un respiro che si apre con Fabio Concato oppure immagineremo, struggendoci, “lontano, lontano”, un nostro amore di tanto tempo prima che per un attimo sentiremo ancora lì. Oppure ancora, in omaggio alla Festa della Mamma, augureremo un viaggio di realizzazione ai nostri figli come Mannoia o di crescita attraverso le dolci ed amare esperienze della vita con Baglioni. Si può viaggiare leggendo (un bel cameo quello su Tartarino di Tarascona, firmato da De Ciechi). Ed infine, il viaggio, è anche quello che ci porta alla tappa ultima: quella in cui lasceremo questa esistenza e ci imbarcaremo, chissà, verso un’Altra vita… e di quel momento, di quell’ultimo viaggio (in auto!) e dell’approdo all’Hotel dell’Aldilà, ci ha dato una sua affettuosamente mondana e minimale visione, di nuovo,  Lorenzo De Ciechi (“è l’ultimo, fatemi stare davanti!”).

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In comune questi brani hanno avuto però non solo il tema e le sue possibili declinazioni: hanno avuto gli ottimi arrangiamenti dei maestri Di Vicenzo (per l’Orchestra) e Giampieri (La Band). Hanno avuto la freschezza e la bellezza (sì, voci veramente belle) dei giovanissimi interpreti (qualcuna in procinto veramente di partire per studiare musical a New York). Morale: impossibile non accennare a cantare insieme a loro (potenza del pop: è impossibile resistergli! i piedi si fanno ballerini e le ugole han voglia di liberarsi). Ed hanno avuto, last but not least, l’esecuzione dell’Orchestra Giovani, in questa esperienza tra strumentazione classica e genere pop che così bene hanno interpretato nella gaiezza della loro giovane età.

Ed è così che, con la scusa del dizionario, il viaggio della sera del 7 maggio è stato, trasportati sul tappeto volante del concerto unplugged – (in alcuni momenti mi son sentita nel film di Altman con la Streep, Radio America…fortunatamente qui non deve chiudere nessun teatro! anzi! lunga vita!) -, nella nostra  musica leggera, a ritrovare quei brani, quei motivi e quei testi che abbiamo vissuto così soggettivamente, hanno magari accompagnate le nostre esperienze di vita, tanti momenti, da soli od in compagnia; ma che fanno parte ormai del patrimonio comune della nostra cultura occidentale (che sia benedetta!); e non c’è bisogno di essere dei “patiti”, perché tutti quanti, di ogni età, li conoscono, anche solo una nota, anche solo un accenno. E molte altre generazioni ancora – ci auguriamo! – ancora li vivranno, li canteranno, li suoneranno… (la cultura occidentale: così bella quando è bella!…)

Da menzionare anche la scenografia luci ed il mixer audio (Pierangelo Meda, Giacomo Vilbi, Alessandro Radaelli) e le animazioni grafiche – particolarmente in risalto nel Beatles Tribute – di Fulvio Marino (proiettate su un telone a mo’ di vela sul fondo della scena).

CONCLUSIONI (“Strada facendo…”)

In definitiva, una bella serata di svago. Un concerto-spettacolo che si è ben presto tramutato in una vera e propria festa “di ringraziamento” per e da gli Amici di Totem, i quali si sono “rilassati” (si fa molto per dire: 4 mesi di lavoro) con questo “intermezzo” o “commiato” pop prima dell’ultima data della stagione sinfonica del Lirico – sabato 21 maggio – con il concerto della sinfonica “Città di Magenta”, Haydn e Beethoven.

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A sugello di questa bella atmosfera di insieme e di amicizia, ed a corroborare lo svago con valori di solidarietà, la presenza di Emergency dell’Ovest Milano. Altri amici di Totem e di Magenta a cui è stato devoluto il ricavato della serata. Perché se viaggiare è bello, viaggiare per soccorrere chi è debole, è nobile. Emergency –  a breve compirà 22 anni di attività – tra gli altri presidi sparsi nel mondo, sta lavorando a quello di Bangui, Repubblica Centrafricana, ove si vuole potenziare l’ospedale ed il centro pediatrico (come hanno illustrato dal palco Alberto Pecorari e la dottoressa Emanuela Valenti).

In sala, a supportare il sempre puntuale ed egregio lavoro di Mario Mainino – appassionato musicofilo, supporter e documentatore fotografico di eventi (vedi alla voce concertodautunno.it ) – c’era per l’occasione il Gruppo fotografico di Inveruno “Foto in fuga” (in gallery qui sotto ne mostriamo alcuni scatti, in particolare di  Luisa Giussani).

Infine la Presidente di Totem ha ringraziato tutti i sostenitori, il Comune di Magenta con il Sindaco Marco Invernizzi – presente in sala insieme al suo predecessore, Luca Del Gobbo; ed ancora i colleghi di Magenta Cultura 2016 (come fecero – ad onor di giusta cronaca – gli omologhi degli altri filoni: Daniela Parmigiani di Urbanamente durante la serata filosofica di Zoja il 19 aprile, Luca Cairati di Teatro dei Navigli il 20 aprile con Peperoni Difficili,  Alberto Baroni di CinemateatroNuovo al termine di Taxi Teheran il 7 aprile).

Reso, soprattutto, da parte della Presidente Piras, pubblico e giusto tributo a tutto il team della diciottenne associazione culturale magentina: gli insegnanti, i musicisti, gli operatori e curatori i quali tutti insieme, chi più sotto i riflettori chi nell’ombra dell’impegno quotidiano, permettono la realizzazione di ogni spettacolo. Non da ultimo, il pubblico, senza il quale, evidentemente, non vi sarebbe lo scopo del lavoro. Nelle parole di Antonella Piras, “un viaggio, come la vita, è più bello se si può condividere con qualcuno”.

 

Alessandra Branca

 

L’ORCHESTRA Giovanile Totem è:

Violino

Michele Alziati, Cristina Ballarini, Anna Giammattei, Sara Lo Iacono, Giulia Morani, Martina Orsi, Cristina Pelizzari, Alberto Repossini, Francesca Ripoldi, Rebecca Sodano, Erica Spozio, Matteo Terzoli.

E la gentile partecipazione di Francesco Comunale Lucia Montagna

Viola

Jolanda Bruno, Clara Repossini

Violoncello

Andrea Alziati, Tommaso Boschetti, Irene Lo Iacono, Nicolò Imprescia.

E la gentile partecipazione di Sara Cerutti, Greta Lavatelli e Carlo Mainardi.

Contrabbasso

Paulo Montoya

Flauto

Daniel Voltolini

Clarinetto

Giorgio Noè

Oboe

Erica Meda

Corno

Giulia Di Saverio

Tromba

Daniele Velati, Daniel Sencenko

 

LA BAND è:

Alessandro Giampieri e Efrem Bonfiglio, chitarre

Gioele Bonfiglio, basso elettrico

Fabio Gangi, piano/keyboard

Marco Nebuloni batteria e percussioni

Accademia dell’Annunciata, Ecoistituto e Terre dei Navigli valorizzano la cinquecentesca Chiesetta di San Rocco a Cuggiono

E’ passato un poco in sordina, tra le tantissime iniziative di questi giorni di maggio. ma venerdì sera, 6 maggio, nel “belpaese” di Cuggiono c’è stato – in concomitanza con Esf in Villa Annoni – un piccolo evento, un gioiellino come solo quelli di Cuggiono riescono a realizzare, così, in condivisione e collaborazione e senza tanti clamori. Protagonisti la Chiesetta di San Rocco – cinquecentesco scrigno d’arte della cittadina, con il suo organo a canne tra i più pregiati della Lombardia e l’Orchestra da Camera dell’Accademia dell’Annunciata di Abbiategrasso. In programma musiche da Vivaldi, Corrette, Purcell e Haendel.

Rachel O'Brian_mezzosprano_Accademia_AnnunciataAlla direzione dell’ensemble, nonché al cembalo ed all’organo, il maestro Riccardo Doni. Apprezzatissima – come dire, per forza di canto – dal folto (e stipato) pubblico la mezzo soprano Rachel O’Brian; ma toccanti e sublimi sono risultati tutti gli strumentisti della pregiata accademia abbiatense che ha sede presso il plesso dell’ex Convento dell’Annunciata; e li vogliamo qui nominare:

Cembalo, Organo e direzione, Riccardo Doni

Violino e tutor, Carlo Lazzaroni  
Violoncello e tutor, Marcello Scandelli  
Mezzo soprano, Rachel O’ Brien  
 
Violini: Archimende De Martini, Carmen Munoz, Miguel Munoz
Violini II: Angelo Calvo, Pierfrancesco Pelà, Regina Yugovich
Viola: Maria Bocelli, Filippo Bergo.
Violoncelli: Maria Calvo, Leonardo Duca
Basso: Paolo Bogno 

Concerto in San Rocco 2Una bella serata quindi, preziosa, dovuta alla collaborazione – insieme alla Parrocchia cuggionese – tra due soggetti della realtà territoriale del nostro “Est Ticino” da molti anni operanti a vari livelli per la crescita culturale, ambientale ed economica locale: Ecoistituto della Valle del Ticino ed l’associazione “Terre dei Navigli”. Una intesa tra questi due soggetti che si fonda su valori comuni di cura e valorizzazione del patrimonio paesaggistico, ambientale ed agricolo del nostro territorio; per una cultura armoniosa tra antropizzazione e paesaggio; economia e rispetto della biodiversità; crescita e reale sostenibilità globale del sistema. In questo contesto valoriale, la cultura – ma che sia alta – non stona affatto, anzi ne diviene rappresentazione ed espressione. E così nella sera di venerdì gli autori classici barocchi hanno parlato di questa armonia, di questo dono che non dovremmo mai disprezzare. Un evento che rappresenta una tripletta in termini di “chicche”: l’Accademia musicale, Cuggiono ed il suo patrimonio, l’Est Ticino e le sue belle realtà civili.

Alessandra Branca

* Il programma musicale della serata

 I PARTE

Antonio Vivaldi
SINFONIA in Re magg. RV 125
SPOSA SON DISPREZZATA da Bajazet

Michelle Corrette
CONCERTO II

Henry Purcell
OUVERTURE da “Dido and Aeneas”
CHACONNE da “The Fairy Queen”
DIDO’S LAMENT da “Dido and Aeneas”

Antonio Vivaldi
ARMATAE FACE ET ANGUIBUS da “Juditha triumphans”

II PARTE

Antonio Vivaldi
CONCERTO in Sol minore RV315 “L’Estate”

G. Friedrich Haendel
OUVERTURE da “Alcina” HWV 34
MI LUSINGA IL DOLCE AFFETTO da “Alcina” HWV34

Antonio Vivaldi
CONCERTO in La minore RV 522

G. Friedrich Haendel
DOPO NOTTE da “Ariodante”

http://win.ecoistitutoticino.org/iniziative/2016/concerto_san_rocco.pdf

LAND_where-is-my-love_Annunciata_5maggio2016_Le-Strade-del-TeatroEmozioni e divertimento con lo spettacolo di danza contemporanea “L.A.N.D. – where is my love”, all’ex Convento dell’Annunciata di Abbiategrasso

Ci siamo, ieri sera, giovedì 5 maggio, è partito il XXI Festival Internazionale di Teatro Urbano Le Strade del Teatro 2016 . Appuntamento ormai storico e consolidato, sotto la direzione artistica di Teatro dei Navigli guidato dall’eccellente Luca Cairati, il Festival rappresenta quel “quibus” che ha saputo rendere negli anni Abbiategrasso e i Comuni del suo circondario che vi si sono aggregati, “La città ideale” del Teatro Urbano. Vale a dire – intendiamo – come l’arte possa dare valore aggiunto ad un luogo, ad una cittadina, ad una comunità; in termini di ricchezza estetica, qualità del vivere e – perché no – in termini di nuova prospettiva economica; per una città al passo coi tempi in grado di offrire nuove e diverse possibilità di aggregazione e sussistenza alla comunità ed al territorio.

Fuori dalle considerazioni di ordine economico e sociale – (strategico, politico… perché parlare d’arte non è mai solo parlare d’arte, la cultura siamo noi, se mi concedete, ndr) – torniamo all’evento di apertura del 5 maggio, nel suggestivo contesto dell’ex Convento dell’Annunciata della cittadina sul Ticino e sul Naviglio a sud ovest di Milano, tra Parco del Ticino e Parco agricolo Sud Milano.

Presenti le autorità e la brava assessore alla cultura Daniela Colla, la quale ha svolto presentazione ed onori di casa insieme a Luca Cairati, lo spettacolo di danza contemporanea “LAND” ha saputo coinvolgere tra emozione e divertimento, offrendo ai numerosi spettatori, ancora una volta, una relazione che si esprime attraverso il linguaggio del corpo e la sua duttilità, la capacità compositiva e relazionale tra corpi ed ambiente.

L.A.N.D, where is my love, una performance di danza contemporanea e ricerca, ideata e coreografata da Daniele Ninarello e che prevede in scena i danzatori: Annamaria Ajmone, Marta Capaccioli, Pieradolfo Ciulli, Cinzia Sità e lo stesso Daniele Ninarello. Lo spettacolo è stato insignito del Progetto vincitore del premio CollaborAction 2014 assegnato dalla Rete Anticorpi XL. Lo spettacolo, seguito dal dramaturg Carlotta Scioldo, segue come una fluente visione onirica, arricchita dalle musiche di Andriano De Micco e Stefano Risso.

Soddisfazione per gli organizzatori e per il Comune di Abbiategrasso, il prossimoMeravigliosamente Alice_FESTIVAL TEATRO URBANO_Teatro dei Navigli appuntamento della rassegna di Teatro Urbano è già domani, a Boffalora sopra Ticino, alle ore 17 con uno spettacolo per bambini e famiglie: Madame Rebiné “Cabaret” (che replicherà ad Ozzero domenica 8 maggio alle 17), mentre a Mesero, Centro socio-culturale di via Piave, domenica 8 maggio alle ore 16:30, Teatro dei Navigli porterà la propria produzione “Meravigliosamente Alice”.

Il Festival coinvolge i Comuni di: Abbiategrasso, Albairate, Cassinetta di Lugagnano, Cisliano, Corbetta, Cusago, Boffalora Sopra Ticino, Magenta, Mesero, Ozzero, Vermezzo, Zelo Surrigone (torna quest’anno Magenta!). Iniziato con la A di Abbiategrasso ieri sera 5 maggio si concluderà con la V di Vermezzo il 24 giugno (notte di San Giovanni) e procede con date a ritmi serrati su tutti gli 11 comuni, distribuiti nelle sere o pomeriggi di giovedì, venerdì, sabato e domenica con spettacoli di alta categoria di teatro urbano internazionale (gli unici a pagamento, ma dell’ordine di pochi o pochissimi euro – 3 o 5 – dunque veramente accessibili a tutti) e spettacoli per bambini e famiglie.

Lo scopo è quello di creare aggregazione, offrire un intrattenimento per la bella stagione che sappia arricchire grazie al suo tasso di creatività ed al contempo far vivere una dimensione diversa (o forse solo dimenticata…) delle nostre cittadine. Come si diceva all’inizio: valore aggiuntodel territorio tra Naviglio e Ticino che ambisce ad una nuova vocazione integrata tra commercio, quel che rimane dell’industria, economia più o meno moderna, new economy e valori naturalistici, agricoli, artistici…valore indispensabile.

Alessandra Branca

Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Nella serata magentina del 19 aprile, il filosofo psicanalista junghiano Luigi Zoja ha attraversato antinomie e polarità della società occidentale tra il XX ed il XXI secolo. Ultimo incontro per Magenta Cultura 2016.Luigi_zoja

Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Se il Novecento è stato dominato dalla polarità “libertà-uguaglianza” (il secolo delle ideologie, del confronto tra libertà assoluta ed uguaglianza assoluta) il secolo XXI sarà probabilmente alle prese con la nuova polarità “libertà – sicurezza”. Libertà o sicurezza sì, ma da che cosa?

Il professore durante la serata ha offerto uno stimolante excursus su quella che potremmo definire la sinossi delle dinamiche concettuali (e quindi mentali) che hanno mosso il XX secolo, alla luce della funzione della psicanalisi e della rivoluzione culturale e civile che questa scienza nuova dello stesso XX secolo ha offerto.

Nell’arcipelago di elementi di riflessione e letture psico-sociolologiche che Zoja ha presentato al nutrito pubblico presente al teatro Lirico di Magenta, vogliamo estrarre un auspicio che il celebre studioso (a livello internazionale) ha voluto condividere con la platea, pur toccandolo en passant nel divenire del discorso. Vale a dire quello che la Psicoanalisi torni ad essere elemento di interazione e cambiamento sociale e culturale, così come lo fu alla sua nascita. Nel Novecento la psicanalisi fondata da Freud e Jung si sostituì alla Filosofia stessa nella propria funzione culturale; ne fu, in qualche modo, l’evoluzione. Oggi la psicanalisi non è più movimento culturale ampio, capace di operare una rivoluzione nell’indagine sul mondo, nei costumi sociali e nella maggiore comprensione dell’uomo. Secondo l’eminente studioso la psicanalisi ha abdicato al proprio ruolo fondante e ri-fondante, proprio di una rivoluzione umana culturale non violenta (in questo è risieduta la sua grandezza) per perdersi nei propri sottoinsiemi, sottomultipli operativi: “Oggi la psicanalisi non è più contenitore culturale ma contenuto del contenuto del contenuto…”. Vale a dire, serve a poco. Al suo nascere rappresentò un forte elemento di nuova indagine e dunque di liberazione dell’uomo (soprattutto della donna, vorremmo dire!); oggi è ridotta a sottocategoria di scienza avvitata su se stessa, incapace di dare nuova spinta propulsiva ad una civiltà che proprio in questo momento avrebbe maggiormente bisogno di “liberarsi” di vecchie e nuove schematizzazioni, dominanti insconscie. Ancora Zoja: “Altrimenti la psicanalisi anziché volgersi alla guarigione diviene essa stessa motivo di malattia! Anziché aiutare l’uomo ad uscire dalle paranoie dell’isolamento le alimenta!” (come non pensare allo Svevo de La Coscienza di Zeno? od ai Dubliners di Joyce? chi mastica Letteratura sa, ndr)

Non è stato questo il fulcro del discorso di Zoja – ribadiamo – il quale era invece teso a presentare la lettura della storia occidentale del XX secolo in chiave – appunto – di dominanti psichiche collettive e generali nell’uomo per approdare poi ad lettura del nuovo secolo, questo in cui ci troviamo, con la tensione tra “libertà” (apparentemente conquistata, almeno come oggetto mentale) e “sicurezza” (ma quale sicurezza?).

Zoja ha aiutato poi il pubblico nel dare la cifra ai messaggi mediatici, soppesando la funzione e la valenza dell’informazione, strumento utile – da parte di quelle sfere della società che muovono le leve – ad imprimere nella percezione collettiva degli oggetti piuttosto che altri.

Ed ecco chiaramente esemplificato – ci permettiamo di commentare secondo il nostro modo di vedere e sapere – il labile confine convenzionale tra storia e psiche. Perché veramente, se rinunciassimo a tener conto di quanta parte abbia la materia meno visibile di cui è costituito il mondo (l’inconscio, la psiche: collettiva ed individuale), mancheremmo inevitabilmente di cogliere le strutture e le forze più incisive di ogni storia umana e dunque di ogni storia sociale.

Facciamo un esempio tratto dalla lectio di Zoja: “sicurezza”, oggi. Ebbene, perché mai ci sembra molto più invadente e distruttivo un attacco terroristico delle conseguenze del cambiamento climatico? Da una parte un episodio puntuale e relativamente ridotto nel suo portato di morte; dall’altra, un fenomeno globale cui nessuno può sottrarsi e che causa – tramite una molteplicità di effetti – milioni di morti sia nel regno umano che animale e vegetale. Eppure a nessuno pare interessi. Perché?

Forse anche perché il pericolo devastante del un cambiamento climatico non solo non si vede ma non esorcizza la istintiva inclinazione dell’uomo ad avere un oggetto identificabile e diverso da noi in cui incanalare la paura ed attraverso cui rappresentare l’atavica forza di Thanathos. Di fatto, la devastazione del cambiamento climatico non solo non è divergente da noi, ma addirittura richiederebbe – anziché lo sfogo del senso di aggressività e di morte – una assunzione attiva di responsabilità e modifica costruttiva di comportamenti quotidiani e globali. In pratica, non funziona psichicamente. E allora ecco quanto sarebbe utile rifondare la psicanalisi come movimento culturale in grado di cambiare gli stereotipi umani e le relative pulsioni. Ed ecco ancora, che siamo tornati a parlare di libertà come liberazione, liberazione come conoscenza.

Un sottile fil rouge che ha attraversato le sette serate “filosofiche” (come amichevolmente si è preso a chiamarle). L’uomo, la sua natura estrinseca ed intrinseca, la conoscenza. Una cosa certamente emerge e continua perpetuamente ad emergere: non si scinde l’uomo dalla conoscenza come non lo si scende dalla propria cecità. In fondo, la storia dell’umanità sembra veramente un percorso perenne di uscita e rientro di Caverna in caverna. Non sappiamo se avrà mai fine come non conosciamo – qualora la diamo – la natura metafisica del mondo e dell’universo. Quel che appare certo – seguendo il tema degli incontri magentini – è che in ogni luogo ed in ogni tempo c’è qualcuno che si prende la briga di uscire dalla sicurezza della caverna sociale per “vedere oltre” e riportare un messaggio (di liberazione, di movimento) agli altri (che venga poi più o meno accettato, ma intanto viene agito e prodotto).

La chiusura di Marco Invernizzi riassume e rilancia: “vedere e sapere guardare”, questo il tema del ciclo di incontri già in cantiere per il prossimo anno. Nell’epoca delle immagini (e delle parole!) sappiamo veramente vedere? e cosa ci è dato di vedere? Lo sguardo è ancora capace di intravedere (od immaginare) il futuro o siamo ormai supini ad uno sguardo che non è visione bensì “banalizzazione dell’occhio”? (come non pensare a T.S. Eliot ed all’Indovina che fu Tiresia e fu poi Cartomante? ed oggi sarebbe…? ndr)

Zoja_Invernizzi_19aprile2016_MagentaCultura2016La società mediatica, con le leve dell’informazione e delle dinamiche degli oggetti psichici collettivi, oggi come mai è nelle mani di un potere che non si vede. Un potere che “non visto, ci vede e la cui esistenza e potenza deriva proprio da questa asimmetria di sguardo”, spiega già Invernizzi; “uno sguardo che non visto ci vede ed a cui noi volontariamente ci offriamo (leggi civiltà dei social media)”: come dire, siamo ormai oltre il Grande Fratello orwelliano; qui c’è l’offerta entusiastica. Ed allora, non siamo ancora forse nel campo delle antinomie cui faceva riferimento Zoja e delle dinamiche (paranoie) di massa? Aggiungiamo noi: ancora una volta, quale il rapporto tra condivisione ed isolamento al giorno d’oggi?

Sono domande quasi banali e sulla bocca di tutti (o quasi). Ma tutt’altro che banali sono poi le conferenze in cui il tema viene discusso, con i diversi angoli da cui il tema viene “guardato” (rimaniamo in tema) e trattato. Lasciamo quindi gli incontri tematici di Magenta Cultura 2016 riprendendo un leit motiv che ogni professore ha più o meno esplicitato: la filosofia, la cultura, non offrono soluzioni consolatorie ma al contrario insegnano il dubbio in vece della certezza; la responsabilità in vece della passività. L’appuntamento è per il 2017 con la quarta edizione di Magenta Cultura.

Alessandra Branca

 

Totem, concerto sinfonico “in residenza” al Teatro Lirico di Magenta. Sabato 9 aprile 2016.

Schumann, Mendelssohn, Buratto, Seco, Orchestra. Che dire… Chapeau!

Scrivere un pezzo (“pezzi facili”) può esser facile quando poco s’è goduto di una esperienza. La testa elabora in automatico cose che non ci sono e quattro frasi vanno sempre bene. Ma a seguito di una serata così perfettamente compiuta; piena eppur libera dalla forza di gravità, a tratti intima o piuttosto spumeggiante, delicata eppur vivace; una serata di musica come quella di sabato sera al Lirico di Magenta, ove si è esibita l’Orchestra “in residenza” del Lirico-Totem-Magenta, diretta da Marco Seco ed accompagnata al pianoforte da Luca Buratto. Ecco, quando ben ci si alza dalla poltrona e si sta bene; cosa ci potrà mai esser da scrivere, da contarla sù? In una sera così, quando l’impegno (tanto) ce lo hanno messo tutto loro e tu non avevi da far altro che startene là, abbandonato in poltrona, immerso nei movimenti degli strumenti, scrutando di tanto in tanto (ad occhi chiusi, ma quanti colori?) la volta del bel teatro … Che altro ci può essere da aggiungere o narrare, a posteriori?  In quale forma trasferire e narrare le impressioni ed il rilassato godimento? Alla fine del concerto od all’inizio della pagina bianca, che rimane, al “dire”?

Forse, delle mani di Luca Buratto che puntavano elastiche e sicure la tastiera? La scarpa che muove le leve dei pedali e la schiena sempre tanto eretta, forse già indice della “posa” mai fuori dalle righe dell’esecuzione: intensa sì (e lo intravediamo sul volto del pianista), ma al riparo da accenti eccessivamente drammatici; a conservare il carattere ancora pienamente raziocinante dell’uomo-musicista in un Romanticismo espressivo  in cui non c’è un’abbacinante Natura a travolgere od annichilire l’uomo e non vi sono titani a sfidare un possente Destino. Piuttosto, è l’uomo stesso ad offrirsi ad un sentire cangiante, inquieto ma ancora integro, lontano dalla frammentazione della modernità. Il soggetto esplora il sentimento nella sua cavalcata nel mondo. Il dialogo tra pianoforte ed orchestra è continuo, senza cesure o strappi. L’uomo e la natura si confrontano ma ancora sono in sintonia, si tengono per mano: l’uomo è natura. Due forze salde, due soggettività che danno luogo ad una danza dalle mille velocità dalle mille variazioni. Si abbracciano, si uniscono, poi si allontanano come separate da un vento vorticoso, ma si ritrovano e ricominciano, su un’altra misura, ad esplorare un nuovo fraseggio, memore del precedente…  I piani, i forti, i pianissimi… (ah quei meravigliosi pianissimi!). E son esortazioni dagli archi, e son pensosità del pianoforte e son trionfi di orchestrazione e son minuetti e son sinfonie, ed è un’improvvisa malinconia, è la voce sollevata da un oboe o un clarinetto, ed è sempre il piano solo a rispondere e rilanciare con la forza di un sentimento pieno, cosciente di sé, un’affermazione sorta da un’attenta introspezione.  Ed è poi l’abbraccio con il mondo: l’intera orchestra, le vele spiegate degli archi.  Ed è la bravura di Luca Buratto, che non ci ha fatto mancare nulla, abbiamo sentito tutto, fluentemente. (E ti vien da pensare: ma quanto è ‘grande’  una tastiera? quanto estesa? è una tastiera o piuttosto un ruscello vivace che scende a valle la percorre, non senza soste, dubbi  o nostalgie per abbracciare poi i venti e spiegare in trionfo le grandi vele orchestrali; per poi lasciarle nuovamente, al porto, magari quello di Dresda, sul fiume Elba, Sassonia: “partite senza di me”, sembra dire, tornando in se stessa). Esecuzione pulita, bella, misurata, intensa; presente su ogni minima variazione tematica. (Deve essere uno bravo? Sì, è uno bravo, lo dice anche il programma di sala che leggiamo alla fine del concerto). Si vorrebbe piangere, a pensarci, tanta è la bellezza.

(Caro Herr Schumann, grazie per aver scritto queste pagine; grazie per non aver saputo bene sotto quale  forma compositiva infilare i tuoi pentagrammi, volendone attraversare diverse (sinfonia, concerto, gran sonata). Grazie Clara per aver sempre ispirato, seguito, consigliato, incoraggiato, suonato questo tuo Robert soffiando insieme il vento della libera creatività. Questa nave dalle vele dispiegate che naviga verso vasti orizzonti di nuova vita ma sempre salda alla sua carena. Quella imbarcazione dalle vele spiegate entro i cui legni si trova la pianta forte e rigogliosa della vostra unione…)

Grande solista! e l’orchestra non è da meno. (Devono essere musicisti bravi… sì, lo sono; se non ci fidiamo delle nostre orecchie, è attestato dalla brochure di sala). Chi sono? Tanti bravi strumentisti, amici di Totem…

Cambio di scena; la tastiera si è ritirata, lasciando Schumann-Buratti alla propria solitaria meditazione. Ma quell’imbarcazione, quel veliero è là, in porto e vuole salpare…verso Sud. Ecco,  i venti si alzano e le vele immediatamente si dispiegano: immediato e già trionfale è l’attacco da parte dell’Orchestra sul palco. L’attacco di questo Felix Mendelssohn della sinfonia n.4 in La Maggiore (laddove Schumann ci ha lasciati nel Minore). Squilli di trombe e corni, si annuncia il viaggio! Il viaggio verso lidi mediterranei ed italiani: questa quarta mendelssohniana è appunto chiamata “Italiana” poiché da lui composta durante il soggiorno nel nostro Bel Paese (“la terra dove fioriscono i limoni” secondo la celebre definizione goethiana tratta dal suo Viaggio in Italia, pietra miliare e punto di arrivo dell’immaginario di tutta una tradizione di Grand Tour che avevano tappa centrale nel paese dove fioriscono, oltre ai limoni, le arti della classicità). Il giovane ma già esperto Marco Seco dirige con piglio deciso e dolce insieme, ancora una volta, tutta l’orchestrazione delle parti, in un moto costante e variegato di ritornelli, danze, melodie; all’unisono od in fughe e ritorni. Mendelssohn utilizza perfettamente una cornice classica e composta rendendola duttile ad un andamento libero, multiforme, così inequivocabilmente romantico. Un romanticismo, anche in questo caso, lontano (ma non ignaro) dalle cupezze e dai boati tragici dell’uomo che si erge solitario a vincere il Destino (Beethoven?).  Siamo in un territorio più contenuto, non meno ardimentoso, ma più armonico, ritmato, snello e gaudente. Siamo in Italia, la terra del sole ma siamo anche, soprattutto, nella luminosità di un certo Haydn: continentale, austriaco e classico.

La nave veleggia fendendo veloce ed imperiosa onde ritmiche sostenute; sbarca, si sofferma in quadri bucolici terrestri – senza mai far mancare qualche nube inquieta a dinamizzare la melodia e provocarne cambi e metamorfosi – per terminare in un travolgente ritmo finale d’insieme. E chiude, senza traccheggio, nel trionfo di ogni sezione musicale spinta a convergere all’unisono melodico ed allo stacco deciso. Fine. Si rimane senza fiato, nello spazio della platea dove ancora sembrano vedersi sospese le polveri policrome del salterello e del presto; è rimasto l’eco degli archi, dei legni, degli ottoni; l’eco di quella chiusa, di quella sciabolata di Finale. Fine del viaggio.

Non rimane che darsi una scrollata e scrosciare quanto più possibile in applausi. Per noi, un volo sulle ali delle nostre gaudenti orecchie; per loro, una bella sgomitata! Facile da ascoltare, ma quanto  impegnativa da eseguire? ma che bravi! che felicissimo insieme!

Devono proprio essere “sodali” per riuscire così bene in due opere di tale “concerto” tra le parti strumentistiche. Hanno scelto di suonare insieme e di farlo qui a Magenta, nel nostro teatro Lirico, grazie agli auspici della nostra Totem. Uno scambio reciproco di favore, “noi” (magentini), diamo lo spazio (il nostro bel teatro Lirico), loro, ci viziano con tale pregevole esecuzione… un ottimo affare!

Alla fine, di fronte alla bravura degli esecutori ed allo splendore di questi due gioielli del romaticismo tedesco… applausi! Ma non sono stati quelli del pubblico gli unici ad udirsi. Poiché l’orchestra “in residenza” al termine di entrambe le esecuzioni, abbassati i gomiti e saltati in piedi, hanno applaudito con evidente, partecipata ammirazione, con empatia e felicità i due protagonisti e compagni, Luca Buratto al piano ed il direttore Marco Seco. Ma con loro hanno applaudito se stessi. Lavorare insieme, riuscire così bene; essersi “scelti” per questo concerto (e speriamo diversi altri a venire), tenuti a battesimo (sempre per propria scelta) da due capolavori del genere sinfonico.

Quindi, alla fine, che rimane da dire? …Chapeau!

Alessandra Branca

 

Sabato 9 aprile 2016 ore 21 – Teatro Lirico di Magenta        

Stagione sinfonica Teatro Lirico a cura di Totem – Magenta

Programma:

       Robert Schumann (1810-1856)

Concerto per pianoforte e orchestra in La minore op.54 (1845)

     Allegro affettuoso. Andante espressivo. Allegro – Intermezzo. Andantino grazioso – Allegro   vivace                  

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)

Sinfonia n.4 in La maggiore op 90 “Italiana” (1883)

     Allegro vivace – Andante con moto – Con modo moderato – Saltarello. Presto

pianoforte, Luca Buratto

direttore, Marco Seco

L’ Orchestra “In Residenza” sono:

Flauto Erika Macalli, Lorenzo Scilla – Oboe Claire Colombo, Ludovico Asnaghi – Clarinetto Alessandro Lamperti, Lorenzo Paini – Fagotto Luca Barchi, Mario Garavelli – Corno Anna Sozzani, Luca Medioli – Tromba Raffaele Sabato, Irene Monari – Timpano Davide Bresciani – Violini I Margherita Miramonti, Giulia Scilla, Chiara Borghese, Andrea Masciarelli, Beatrice Petrozziello, Luisa Zin, Diana Muttini – Violini II Ilaria Daga, Pierfrancesco Galli, Paolo Terzoli, Simone Broggini, Alessio Cavalazzi, Giacomo Orlandi – Viole Roberto Tarenzi, Daniel Ciobanu, Susanna Tognella, Giulia Sandoli, Milos Rakic – Violoncelli Francesco Martignon, Fabrizio Scilla, Giovanni Volpe, Mattia Pacilli, Pietro Cottica, Giovanni Crivelli – Contrabbassi Chiara Molent, Paulo Montoya, Stefano Morelli

 

Orchestra “In Residenza” – cos’è (a cura di Totem):

<< L’Orchestra “In residenza” è l’espressione di un progetto culturale fluido, di ampio respiro denominato Residenze Artistiche.

In un mondo divenuto ormai troppo frenetico, dove gli artisti sono sempre in viaggio da un luogo ad un altro, nasce il bisogno di trovare luoghi e tempi in cui poter esprimere la propria creatività e dar vita alle esperienze personali maturate in un contesto libero dalle pressioni del mercato e dell’intrattenimento. Nasce l’idea di trovarsi, o come nel nostro caso ritrovarsi, confrontarsi in un luogo, una “ residenza” per creare, proporre e far vivere l’occasione di un evento che nel suo  genere risulta unico.

Le residenze artistiche sono intimamente legate al luogo dove si tengono, alla comunità, al territorio e in questo contesto esiste la possibilità di creare circoli virtuosi tra la residenza artistica e la comunità di riferimento.

Il nostro teatro abbraccia questo progetto e diventa centro di residenze artistiche, cioè un luogo fisico e della mente, che mette a disposizione degli artisti soprattutto il bene immateriale del tempo, della creazione e della discussione. >>