Strada facendo… si cresce e si sta bene insieme

Magenta, Teatro Lirico. Serata di musica leggera curata da Totem e suonata dall’Orchestra Giovani. A favore di Emergency.

INTRO (a personal status)

Qualcuno già ne avrà avuta esperienza ma per noi era “la prima” per questa serata “leggera” al Lirico a cura di Totem. Infatti si era al “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, sabato 7 maggio 2016 è stata la volta di “viaggiare”. Il tema, ammettiamolo, non è dei più ricercati od inesplorati, quindi approcciamoci all’evento con la sana cattiveria della critica di carta stampata, che so, del New York Times, quelle belle cose che solo negli States (e nei films) si possono dare… La serata è già piovosa, a guastare una settimana di sole e fiori di maggio durante la quale veramente ti veniva voglia di prendere e… partire, viaggiare, mollarli tutti qui alle loro inutili frenesie e tronfie ambizioni… Ti rechi in via Crivelli, sei un po’ in ritardo (come si conviene a La Press, scusate ma ci tengo seriamente al ruolo!), da fuori tutto tace e l’acqua picchietta su testa e selciato, per giunta sei cotta, lievemente febbricitante, è sabato, domani è la festa della mamma che non c’è (più) e altrove ci sarebbe anche un concertino raggae con i tuoi amici; in alternativa un divano ed una copertina non li avresti disdegnati; “mah, speriamo quantomeno che non me la menino con Mogol e Battisti… (pensa la punk hard rocker che c’è in te).

Scosti ancora distrattamente i tendoni di accesso alla platea e…. “Sì, viaggiare” ! (Battisti e Mogol !)

(che poi, chi non la ha mai, ma veramente mai, canticchiata guidando? dai, fuori i  numeri, sdoganatevi!). Dal fondo della sala il colpo d’occhio è su una scena colorata e piena di gente (sono i musicisti!), valigie appese e, a ridosso della “fossa”, un prato verde tagliato al centro da una carreggiata d’asfalto nero, con una riga in mezzo… una rampa di lancio verso lo spettacolo! (sarà anche scontata, ma il suo bravo effetto lo fa, eccome! ma guarda un po’ questi di Totem: ‘sto Lirico lo sto vedendo in tutte le salse e sotto tutti i faretti e le cromature possibili !…)

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THEME & PLOT (reprise)

Teatro colmo e stipato, sabato sera, 7 maggio, per il concerto animato (esiste? la invento io, la categoria del concerto animato, dopo quella del cartone animato) di Totem. “terzo capitolo” del “dizionario dei sentimenti”: “amore” e “libertà” (ehi! non vale!), i primi due, questa è stata la volta di “viaggiare”.

Lo spettacolo è una sorta di concerto – narrazione a tema, a partire dal quale è stata proposta una selezione (una ventina) di canzoni tratte dalla musica leggera, italiana ed internazionale, collegate  tra loro con un espediente narrativo (delle brevissime gag tra una canzone l’altra) volto a mettere in luce le diverse declinazioni ed accezioni del verbo “viaggiare” e dunque le diverse emozioni che le canzoni stesse esprimono o suggeriscono.

Un impianto semplice, niente di rivoluzionario o di stravolgente circa le nostre comuni esperienze e concezioni. Ma è proprio qui che si apprezza la validità  di uno spettacolo ben fatto, curato, simpatico, fresco e molto molto godibile. Come dire, un’esperienza accessibile a tutti, comprensibile da tutti anche a mente pienamente rilassata. Un’esperienza partecipabile. Lo stato perfetto per lasciarsi andare, così come salire su un bus on the highway e lasciarli trasportare, con ritmico andamento, per le campagne od i cieli di qualche terra a noi gradita. O meglio ancora, per meglio dire:

“evitando le curve più dure… dolcemente, viaggiare”.

I brani selezionati sono noti, anche questo mette a proprio agio lo spettatore: tante volte è bello ascoltare o ri-ascoltare qualcosa che ci piace e con cui abbiamo familiarità; alcuni di più, alcuni di meno, magari, ma sempre roba buona. Soprattutto se ci vengono proposti in una veste non consueta, suonati da una orchestra sinfonica, sostenuti da una band ritmica e poppeggiante, ri-arrangiati molto molto bene da qualcuno che di musica, evidentemente, ne sa.

Ed eccoci qua. L’Orchestra Giovanile di Totem (con inserimento di alcuni allievi del nuovo Liceo Musicale magentino), diretta dal maestro Andrea Di Vicenzo (coadiuvato nella preparazione dai maestri Giuseppe Miramonti e Xiliola Kraja), “La Band”, ovverosia gli adulti del gruppo, (batteria, chitarre, basso, tastiere) capitanata dal maestro Alessandro Giampieri, e le voci: i giovanissimi (e bravissimi) Arianna Meda, Federica Morra e Daniele Azzena. Questo per la parte musicale. La scena – insieme alla già descritta scenografia – è stata poi animata dagli interventi della vivace Paola Ornati e di Lorenzo De Ciechi (autori dei propri testi e curatori di regia e scene con Antonella Piras), i quali, muovendosi tra le fila dei musicisti ordivano un filo narrativo, tra il recitativo ed il didascalico, alla scaletta. Vivace personaggio di giovinetta briosa e pronta a cogliere le possibilità del nostro agiato e rapido mondo del XXI secolo, la prima; figura più riflessiva, con accenni poetici e d’un umorismo a volte venato di amarognolo, il secondo. La ragazza che si fa donna negli anni 2000 e l’adulto che fu ragazzo e fanciullo negli ultimi decenni del Novecento, alle cui atmosfere guarda con nostalgia – reso dal De Ciechi sfoderando un piglio comico da cabaret milanese d’antan – quando tutto questo (il pop) ebbe inizio e fu… un viaggio fantastico!

Sicché, il viaggio può iniziare guidando un’automobile (Battisti) ma può finire con un razzo nello spazio (Bowie); si muove con la brama di conquistare le strade del mondo bruciando tutto il proprio ardore (U2) o salpando melanconicamente e coralmente insieme, con Rod Steward, verso il mare della vita; saremo stranieri, come inglesi a New York con Sting, o ci ritroveremo sempre su un palco ed in una città per cantare con Ron; ce ne andremo per cercar fortuna e non tornare con John Denver o ci perderemo nel deserto per liberarci di una identità e trovarne un’altra come il cavallo senza nome degli America. Faremo viaggi di allucinata fantasia con Lennon ed i Beatles oppure avvertiremo nella solitudine della sera la lontananza di chi amiamo con Carol King. Guideremo piano, percependo la vita che si risveglia in un respiro che si apre con Fabio Concato oppure immagineremo, struggendoci, “lontano, lontano”, un nostro amore di tanto tempo prima che per un attimo sentiremo ancora lì. Oppure ancora, in omaggio alla Festa della Mamma, augureremo un viaggio di realizzazione ai nostri figli come Mannoia o di crescita attraverso le dolci ed amare esperienze della vita con Baglioni. Si può viaggiare leggendo (un bel cameo quello su Tartarino di Tarascona, firmato da De Ciechi). Ed infine, il viaggio, è anche quello che ci porta alla tappa ultima: quella in cui lasceremo questa esistenza e ci imbarcaremo, chissà, verso un’Altra vita… e di quel momento, di quell’ultimo viaggio (in auto!) e dell’approdo all’Hotel dell’Aldilà, ci ha dato una sua affettuosamente mondana e minimale visione, di nuovo,  Lorenzo De Ciechi (“è l’ultimo, fatemi stare davanti!”).

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In comune questi brani hanno avuto però non solo il tema e le sue possibili declinazioni: hanno avuto gli ottimi arrangiamenti dei maestri Di Vicenzo (per l’Orchestra) e Giampieri (La Band). Hanno avuto la freschezza e la bellezza (sì, voci veramente belle) dei giovanissimi interpreti (qualcuna in procinto veramente di partire per studiare musical a New York). Morale: impossibile non accennare a cantare insieme a loro (potenza del pop: è impossibile resistergli! i piedi si fanno ballerini e le ugole han voglia di liberarsi). Ed hanno avuto, last but not least, l’esecuzione dell’Orchestra Giovani, in questa esperienza tra strumentazione classica e genere pop che così bene hanno interpretato nella gaiezza della loro giovane età.

Ed è così che, con la scusa del dizionario, il viaggio della sera del 7 maggio è stato, trasportati sul tappeto volante del concerto unplugged – (in alcuni momenti mi son sentita nel film di Altman con la Streep, Radio America…fortunatamente qui non deve chiudere nessun teatro! anzi! lunga vita!) -, nella nostra  musica leggera, a ritrovare quei brani, quei motivi e quei testi che abbiamo vissuto così soggettivamente, hanno magari accompagnate le nostre esperienze di vita, tanti momenti, da soli od in compagnia; ma che fanno parte ormai del patrimonio comune della nostra cultura occidentale (che sia benedetta!); e non c’è bisogno di essere dei “patiti”, perché tutti quanti, di ogni età, li conoscono, anche solo una nota, anche solo un accenno. E molte altre generazioni ancora – ci auguriamo! – ancora li vivranno, li canteranno, li suoneranno… (la cultura occidentale: così bella quando è bella!…)

Da menzionare anche la scenografia luci ed il mixer audio (Pierangelo Meda, Giacomo Vilbi, Alessandro Radaelli) e le animazioni grafiche – particolarmente in risalto nel Beatles Tribute – di Fulvio Marino (proiettate su un telone a mo’ di vela sul fondo della scena).

CONCLUSIONI (“Strada facendo…”)

In definitiva, una bella serata di svago. Un concerto-spettacolo che si è ben presto tramutato in una vera e propria festa “di ringraziamento” per e da gli Amici di Totem, i quali si sono “rilassati” (si fa molto per dire: 4 mesi di lavoro) con questo “intermezzo” o “commiato” pop prima dell’ultima data della stagione sinfonica del Lirico – sabato 21 maggio – con il concerto della sinfonica “Città di Magenta”, Haydn e Beethoven.

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A sugello di questa bella atmosfera di insieme e di amicizia, ed a corroborare lo svago con valori di solidarietà, la presenza di Emergency dell’Ovest Milano. Altri amici di Totem e di Magenta a cui è stato devoluto il ricavato della serata. Perché se viaggiare è bello, viaggiare per soccorrere chi è debole, è nobile. Emergency –  a breve compirà 22 anni di attività – tra gli altri presidi sparsi nel mondo, sta lavorando a quello di Bangui, Repubblica Centrafricana, ove si vuole potenziare l’ospedale ed il centro pediatrico (come hanno illustrato dal palco Alberto Pecorari e la dottoressa Emanuela Valenti).

In sala, a supportare il sempre puntuale ed egregio lavoro di Mario Mainino – appassionato musicofilo, supporter e documentatore fotografico di eventi (vedi alla voce concertodautunno.it ) – c’era per l’occasione il Gruppo fotografico di Inveruno “Foto in fuga” (in gallery qui sotto ne mostriamo alcuni scatti, in particolare di  Luisa Giussani).

Infine la Presidente di Totem ha ringraziato tutti i sostenitori, il Comune di Magenta con il Sindaco Marco Invernizzi – presente in sala insieme al suo predecessore, Luca Del Gobbo; ed ancora i colleghi di Magenta Cultura 2016 (come fecero – ad onor di giusta cronaca – gli omologhi degli altri filoni: Daniela Parmigiani di Urbanamente durante la serata filosofica di Zoja il 19 aprile, Luca Cairati di Teatro dei Navigli il 20 aprile con Peperoni Difficili,  Alberto Baroni di CinemateatroNuovo al termine di Taxi Teheran il 7 aprile).

Reso, soprattutto, da parte della Presidente Piras, pubblico e giusto tributo a tutto il team della diciottenne associazione culturale magentina: gli insegnanti, i musicisti, gli operatori e curatori i quali tutti insieme, chi più sotto i riflettori chi nell’ombra dell’impegno quotidiano, permettono la realizzazione di ogni spettacolo. Non da ultimo, il pubblico, senza il quale, evidentemente, non vi sarebbe lo scopo del lavoro. Nelle parole di Antonella Piras, “un viaggio, come la vita, è più bello se si può condividere con qualcuno”.

 

Alessandra Branca

 

L’ORCHESTRA Giovanile Totem è:

Violino

Michele Alziati, Cristina Ballarini, Anna Giammattei, Sara Lo Iacono, Giulia Morani, Martina Orsi, Cristina Pelizzari, Alberto Repossini, Francesca Ripoldi, Rebecca Sodano, Erica Spozio, Matteo Terzoli.

E la gentile partecipazione di Francesco Comunale Lucia Montagna

Viola

Jolanda Bruno, Clara Repossini

Violoncello

Andrea Alziati, Tommaso Boschetti, Irene Lo Iacono, Nicolò Imprescia.

E la gentile partecipazione di Sara Cerutti, Greta Lavatelli e Carlo Mainardi.

Contrabbasso

Paulo Montoya

Flauto

Daniel Voltolini

Clarinetto

Giorgio Noè

Oboe

Erica Meda

Corno

Giulia Di Saverio

Tromba

Daniele Velati, Daniel Sencenko

 

LA BAND è:

Alessandro Giampieri e Efrem Bonfiglio, chitarre

Gioele Bonfiglio, basso elettrico

Fabio Gangi, piano/keyboard

Marco Nebuloni batteria e percussioni

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Accademia dell’Annunciata, Ecoistituto e Terre dei Navigli valorizzano la cinquecentesca Chiesetta di San Rocco a Cuggiono

E’ passato un poco in sordina, tra le tantissime iniziative di questi giorni di maggio. ma venerdì sera, 6 maggio, nel “belpaese” di Cuggiono c’è stato – in concomitanza con Esf in Villa Annoni – un piccolo evento, un gioiellino come solo quelli di Cuggiono riescono a realizzare, così, in condivisione e collaborazione e senza tanti clamori. Protagonisti la Chiesetta di San Rocco – cinquecentesco scrigno d’arte della cittadina, con il suo organo a canne tra i più pregiati della Lombardia e l’Orchestra da Camera dell’Accademia dell’Annunciata di Abbiategrasso. In programma musiche da Vivaldi, Corrette, Purcell e Haendel.

Rachel O'Brian_mezzosprano_Accademia_AnnunciataAlla direzione dell’ensemble, nonché al cembalo ed all’organo, il maestro Riccardo Doni. Apprezzatissima – come dire, per forza di canto – dal folto (e stipato) pubblico la mezzo soprano Rachel O’Brian; ma toccanti e sublimi sono risultati tutti gli strumentisti della pregiata accademia abbiatense che ha sede presso il plesso dell’ex Convento dell’Annunciata; e li vogliamo qui nominare:

Cembalo, Organo e direzione, Riccardo Doni

Violino e tutor, Carlo Lazzaroni  
Violoncello e tutor, Marcello Scandelli  
Mezzo soprano, Rachel O’ Brien  
 
Violini: Archimende De Martini, Carmen Munoz, Miguel Munoz
Violini II: Angelo Calvo, Pierfrancesco Pelà, Regina Yugovich
Viola: Maria Bocelli, Filippo Bergo.
Violoncelli: Maria Calvo, Leonardo Duca
Basso: Paolo Bogno 

Concerto in San Rocco 2Una bella serata quindi, preziosa, dovuta alla collaborazione – insieme alla Parrocchia cuggionese – tra due soggetti della realtà territoriale del nostro “Est Ticino” da molti anni operanti a vari livelli per la crescita culturale, ambientale ed economica locale: Ecoistituto della Valle del Ticino ed l’associazione “Terre dei Navigli”. Una intesa tra questi due soggetti che si fonda su valori comuni di cura e valorizzazione del patrimonio paesaggistico, ambientale ed agricolo del nostro territorio; per una cultura armoniosa tra antropizzazione e paesaggio; economia e rispetto della biodiversità; crescita e reale sostenibilità globale del sistema. In questo contesto valoriale, la cultura – ma che sia alta – non stona affatto, anzi ne diviene rappresentazione ed espressione. E così nella sera di venerdì gli autori classici barocchi hanno parlato di questa armonia, di questo dono che non dovremmo mai disprezzare. Un evento che rappresenta una tripletta in termini di “chicche”: l’Accademia musicale, Cuggiono ed il suo patrimonio, l’Est Ticino e le sue belle realtà civili.

Alessandra Branca

* Il programma musicale della serata

 I PARTE

Antonio Vivaldi
SINFONIA in Re magg. RV 125
SPOSA SON DISPREZZATA da Bajazet

Michelle Corrette
CONCERTO II

Henry Purcell
OUVERTURE da “Dido and Aeneas”
CHACONNE da “The Fairy Queen”
DIDO’S LAMENT da “Dido and Aeneas”

Antonio Vivaldi
ARMATAE FACE ET ANGUIBUS da “Juditha triumphans”

II PARTE

Antonio Vivaldi
CONCERTO in Sol minore RV315 “L’Estate”

G. Friedrich Haendel
OUVERTURE da “Alcina” HWV 34
MI LUSINGA IL DOLCE AFFETTO da “Alcina” HWV34

Antonio Vivaldi
CONCERTO in La minore RV 522

G. Friedrich Haendel
DOPO NOTTE da “Ariodante”

http://win.ecoistitutoticino.org/iniziative/2016/concerto_san_rocco.pdf

LAND_where-is-my-love_Annunciata_5maggio2016_Le-Strade-del-TeatroEmozioni e divertimento con lo spettacolo di danza contemporanea “L.A.N.D. – where is my love”, all’ex Convento dell’Annunciata di Abbiategrasso

Ci siamo, ieri sera, giovedì 5 maggio, è partito il XXI Festival Internazionale di Teatro Urbano Le Strade del Teatro 2016 . Appuntamento ormai storico e consolidato, sotto la direzione artistica di Teatro dei Navigli guidato dall’eccellente Luca Cairati, il Festival rappresenta quel “quibus” che ha saputo rendere negli anni Abbiategrasso e i Comuni del suo circondario che vi si sono aggregati, “La città ideale” del Teatro Urbano. Vale a dire – intendiamo – come l’arte possa dare valore aggiunto ad un luogo, ad una cittadina, ad una comunità; in termini di ricchezza estetica, qualità del vivere e – perché no – in termini di nuova prospettiva economica; per una città al passo coi tempi in grado di offrire nuove e diverse possibilità di aggregazione e sussistenza alla comunità ed al territorio.

Fuori dalle considerazioni di ordine economico e sociale – (strategico, politico… perché parlare d’arte non è mai solo parlare d’arte, la cultura siamo noi, se mi concedete, ndr) – torniamo all’evento di apertura del 5 maggio, nel suggestivo contesto dell’ex Convento dell’Annunciata della cittadina sul Ticino e sul Naviglio a sud ovest di Milano, tra Parco del Ticino e Parco agricolo Sud Milano.

Presenti le autorità e la brava assessore alla cultura Daniela Colla, la quale ha svolto presentazione ed onori di casa insieme a Luca Cairati, lo spettacolo di danza contemporanea “LAND” ha saputo coinvolgere tra emozione e divertimento, offrendo ai numerosi spettatori, ancora una volta, una relazione che si esprime attraverso il linguaggio del corpo e la sua duttilità, la capacità compositiva e relazionale tra corpi ed ambiente.

L.A.N.D, where is my love, una performance di danza contemporanea e ricerca, ideata e coreografata da Daniele Ninarello e che prevede in scena i danzatori: Annamaria Ajmone, Marta Capaccioli, Pieradolfo Ciulli, Cinzia Sità e lo stesso Daniele Ninarello. Lo spettacolo è stato insignito del Progetto vincitore del premio CollaborAction 2014 assegnato dalla Rete Anticorpi XL. Lo spettacolo, seguito dal dramaturg Carlotta Scioldo, segue come una fluente visione onirica, arricchita dalle musiche di Andriano De Micco e Stefano Risso.

Soddisfazione per gli organizzatori e per il Comune di Abbiategrasso, il prossimoMeravigliosamente Alice_FESTIVAL TEATRO URBANO_Teatro dei Navigli appuntamento della rassegna di Teatro Urbano è già domani, a Boffalora sopra Ticino, alle ore 17 con uno spettacolo per bambini e famiglie: Madame Rebiné “Cabaret” (che replicherà ad Ozzero domenica 8 maggio alle 17), mentre a Mesero, Centro socio-culturale di via Piave, domenica 8 maggio alle ore 16:30, Teatro dei Navigli porterà la propria produzione “Meravigliosamente Alice”.

Il Festival coinvolge i Comuni di: Abbiategrasso, Albairate, Cassinetta di Lugagnano, Cisliano, Corbetta, Cusago, Boffalora Sopra Ticino, Magenta, Mesero, Ozzero, Vermezzo, Zelo Surrigone (torna quest’anno Magenta!). Iniziato con la A di Abbiategrasso ieri sera 5 maggio si concluderà con la V di Vermezzo il 24 giugno (notte di San Giovanni) e procede con date a ritmi serrati su tutti gli 11 comuni, distribuiti nelle sere o pomeriggi di giovedì, venerdì, sabato e domenica con spettacoli di alta categoria di teatro urbano internazionale (gli unici a pagamento, ma dell’ordine di pochi o pochissimi euro – 3 o 5 – dunque veramente accessibili a tutti) e spettacoli per bambini e famiglie.

Lo scopo è quello di creare aggregazione, offrire un intrattenimento per la bella stagione che sappia arricchire grazie al suo tasso di creatività ed al contempo far vivere una dimensione diversa (o forse solo dimenticata…) delle nostre cittadine. Come si diceva all’inizio: valore aggiuntodel territorio tra Naviglio e Ticino che ambisce ad una nuova vocazione integrata tra commercio, quel che rimane dell’industria, economia più o meno moderna, new economy e valori naturalistici, agricoli, artistici…valore indispensabile.

Alessandra Branca

Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Nella serata magentina del 19 aprile, il filosofo psicanalista junghiano Luigi Zoja ha attraversato antinomie e polarità della società occidentale tra il XX ed il XXI secolo. Ultimo incontro per Magenta Cultura 2016.Luigi_zoja

Luigi Zoja, la psicanalisi da rifondare e la polarità del XXI secolo tra “liberta e sicurezza”

Se il Novecento è stato dominato dalla polarità “libertà-uguaglianza” (il secolo delle ideologie, del confronto tra libertà assoluta ed uguaglianza assoluta) il secolo XXI sarà probabilmente alle prese con la nuova polarità “libertà – sicurezza”. Libertà o sicurezza sì, ma da che cosa?

Il professore durante la serata ha offerto uno stimolante excursus su quella che potremmo definire la sinossi delle dinamiche concettuali (e quindi mentali) che hanno mosso il XX secolo, alla luce della funzione della psicanalisi e della rivoluzione culturale e civile che questa scienza nuova dello stesso XX secolo ha offerto.

Nell’arcipelago di elementi di riflessione e letture psico-sociolologiche che Zoja ha presentato al nutrito pubblico presente al teatro Lirico di Magenta, vogliamo estrarre un auspicio che il celebre studioso (a livello internazionale) ha voluto condividere con la platea, pur toccandolo en passant nel divenire del discorso. Vale a dire quello che la Psicoanalisi torni ad essere elemento di interazione e cambiamento sociale e culturale, così come lo fu alla sua nascita. Nel Novecento la psicanalisi fondata da Freud e Jung si sostituì alla Filosofia stessa nella propria funzione culturale; ne fu, in qualche modo, l’evoluzione. Oggi la psicanalisi non è più movimento culturale ampio, capace di operare una rivoluzione nell’indagine sul mondo, nei costumi sociali e nella maggiore comprensione dell’uomo. Secondo l’eminente studioso la psicanalisi ha abdicato al proprio ruolo fondante e ri-fondante, proprio di una rivoluzione umana culturale non violenta (in questo è risieduta la sua grandezza) per perdersi nei propri sottoinsiemi, sottomultipli operativi: “Oggi la psicanalisi non è più contenitore culturale ma contenuto del contenuto del contenuto…”. Vale a dire, serve a poco. Al suo nascere rappresentò un forte elemento di nuova indagine e dunque di liberazione dell’uomo (soprattutto della donna, vorremmo dire!); oggi è ridotta a sottocategoria di scienza avvitata su se stessa, incapace di dare nuova spinta propulsiva ad una civiltà che proprio in questo momento avrebbe maggiormente bisogno di “liberarsi” di vecchie e nuove schematizzazioni, dominanti insconscie. Ancora Zoja: “Altrimenti la psicanalisi anziché volgersi alla guarigione diviene essa stessa motivo di malattia! Anziché aiutare l’uomo ad uscire dalle paranoie dell’isolamento le alimenta!” (come non pensare allo Svevo de La Coscienza di Zeno? od ai Dubliners di Joyce? chi mastica Letteratura sa, ndr)

Non è stato questo il fulcro del discorso di Zoja – ribadiamo – il quale era invece teso a presentare la lettura della storia occidentale del XX secolo in chiave – appunto – di dominanti psichiche collettive e generali nell’uomo per approdare poi ad lettura del nuovo secolo, questo in cui ci troviamo, con la tensione tra “libertà” (apparentemente conquistata, almeno come oggetto mentale) e “sicurezza” (ma quale sicurezza?).

Zoja ha aiutato poi il pubblico nel dare la cifra ai messaggi mediatici, soppesando la funzione e la valenza dell’informazione, strumento utile – da parte di quelle sfere della società che muovono le leve – ad imprimere nella percezione collettiva degli oggetti piuttosto che altri.

Ed ecco chiaramente esemplificato – ci permettiamo di commentare secondo il nostro modo di vedere e sapere – il labile confine convenzionale tra storia e psiche. Perché veramente, se rinunciassimo a tener conto di quanta parte abbia la materia meno visibile di cui è costituito il mondo (l’inconscio, la psiche: collettiva ed individuale), mancheremmo inevitabilmente di cogliere le strutture e le forze più incisive di ogni storia umana e dunque di ogni storia sociale.

Facciamo un esempio tratto dalla lectio di Zoja: “sicurezza”, oggi. Ebbene, perché mai ci sembra molto più invadente e distruttivo un attacco terroristico delle conseguenze del cambiamento climatico? Da una parte un episodio puntuale e relativamente ridotto nel suo portato di morte; dall’altra, un fenomeno globale cui nessuno può sottrarsi e che causa – tramite una molteplicità di effetti – milioni di morti sia nel regno umano che animale e vegetale. Eppure a nessuno pare interessi. Perché?

Forse anche perché il pericolo devastante del un cambiamento climatico non solo non si vede ma non esorcizza la istintiva inclinazione dell’uomo ad avere un oggetto identificabile e diverso da noi in cui incanalare la paura ed attraverso cui rappresentare l’atavica forza di Thanathos. Di fatto, la devastazione del cambiamento climatico non solo non è divergente da noi, ma addirittura richiederebbe – anziché lo sfogo del senso di aggressività e di morte – una assunzione attiva di responsabilità e modifica costruttiva di comportamenti quotidiani e globali. In pratica, non funziona psichicamente. E allora ecco quanto sarebbe utile rifondare la psicanalisi come movimento culturale in grado di cambiare gli stereotipi umani e le relative pulsioni. Ed ecco ancora, che siamo tornati a parlare di libertà come liberazione, liberazione come conoscenza.

Un sottile fil rouge che ha attraversato le sette serate “filosofiche” (come amichevolmente si è preso a chiamarle). L’uomo, la sua natura estrinseca ed intrinseca, la conoscenza. Una cosa certamente emerge e continua perpetuamente ad emergere: non si scinde l’uomo dalla conoscenza come non lo si scende dalla propria cecità. In fondo, la storia dell’umanità sembra veramente un percorso perenne di uscita e rientro di Caverna in caverna. Non sappiamo se avrà mai fine come non conosciamo – qualora la diamo – la natura metafisica del mondo e dell’universo. Quel che appare certo – seguendo il tema degli incontri magentini – è che in ogni luogo ed in ogni tempo c’è qualcuno che si prende la briga di uscire dalla sicurezza della caverna sociale per “vedere oltre” e riportare un messaggio (di liberazione, di movimento) agli altri (che venga poi più o meno accettato, ma intanto viene agito e prodotto).

La chiusura di Marco Invernizzi riassume e rilancia: “vedere e sapere guardare”, questo il tema del ciclo di incontri già in cantiere per il prossimo anno. Nell’epoca delle immagini (e delle parole!) sappiamo veramente vedere? e cosa ci è dato di vedere? Lo sguardo è ancora capace di intravedere (od immaginare) il futuro o siamo ormai supini ad uno sguardo che non è visione bensì “banalizzazione dell’occhio”? (come non pensare a T.S. Eliot ed all’Indovina che fu Tiresia e fu poi Cartomante? ed oggi sarebbe…? ndr)

Zoja_Invernizzi_19aprile2016_MagentaCultura2016La società mediatica, con le leve dell’informazione e delle dinamiche degli oggetti psichici collettivi, oggi come mai è nelle mani di un potere che non si vede. Un potere che “non visto, ci vede e la cui esistenza e potenza deriva proprio da questa asimmetria di sguardo”, spiega già Invernizzi; “uno sguardo che non visto ci vede ed a cui noi volontariamente ci offriamo (leggi civiltà dei social media)”: come dire, siamo ormai oltre il Grande Fratello orwelliano; qui c’è l’offerta entusiastica. Ed allora, non siamo ancora forse nel campo delle antinomie cui faceva riferimento Zoja e delle dinamiche (paranoie) di massa? Aggiungiamo noi: ancora una volta, quale il rapporto tra condivisione ed isolamento al giorno d’oggi?

Sono domande quasi banali e sulla bocca di tutti (o quasi). Ma tutt’altro che banali sono poi le conferenze in cui il tema viene discusso, con i diversi angoli da cui il tema viene “guardato” (rimaniamo in tema) e trattato. Lasciamo quindi gli incontri tematici di Magenta Cultura 2016 riprendendo un leit motiv che ogni professore ha più o meno esplicitato: la filosofia, la cultura, non offrono soluzioni consolatorie ma al contrario insegnano il dubbio in vece della certezza; la responsabilità in vece della passività. L’appuntamento è per il 2017 con la quarta edizione di Magenta Cultura.

Alessandra Branca

 

Totem, concerto sinfonico “in residenza” al Teatro Lirico di Magenta. Sabato 9 aprile 2016.

Schumann, Mendelssohn, Buratto, Seco, Orchestra. Che dire… Chapeau!

Scrivere un pezzo (“pezzi facili”) può esser facile quando poco s’è goduto di una esperienza. La testa elabora in automatico cose che non ci sono e quattro frasi vanno sempre bene. Ma a seguito di una serata così perfettamente compiuta; piena eppur libera dalla forza di gravità, a tratti intima o piuttosto spumeggiante, delicata eppur vivace; una serata di musica come quella di sabato sera al Lirico di Magenta, ove si è esibita l’Orchestra “in residenza” del Lirico-Totem-Magenta, diretta da Marco Seco ed accompagnata al pianoforte da Luca Buratto. Ecco, quando ben ci si alza dalla poltrona e si sta bene; cosa ci potrà mai esser da scrivere, da contarla sù? In una sera così, quando l’impegno (tanto) ce lo hanno messo tutto loro e tu non avevi da far altro che startene là, abbandonato in poltrona, immerso nei movimenti degli strumenti, scrutando di tanto in tanto (ad occhi chiusi, ma quanti colori?) la volta del bel teatro … Che altro ci può essere da aggiungere o narrare, a posteriori?  In quale forma trasferire e narrare le impressioni ed il rilassato godimento? Alla fine del concerto od all’inizio della pagina bianca, che rimane, al “dire”?

Forse, delle mani di Luca Buratto che puntavano elastiche e sicure la tastiera? La scarpa che muove le leve dei pedali e la schiena sempre tanto eretta, forse già indice della “posa” mai fuori dalle righe dell’esecuzione: intensa sì (e lo intravediamo sul volto del pianista), ma al riparo da accenti eccessivamente drammatici; a conservare il carattere ancora pienamente raziocinante dell’uomo-musicista in un Romanticismo espressivo  in cui non c’è un’abbacinante Natura a travolgere od annichilire l’uomo e non vi sono titani a sfidare un possente Destino. Piuttosto, è l’uomo stesso ad offrirsi ad un sentire cangiante, inquieto ma ancora integro, lontano dalla frammentazione della modernità. Il soggetto esplora il sentimento nella sua cavalcata nel mondo. Il dialogo tra pianoforte ed orchestra è continuo, senza cesure o strappi. L’uomo e la natura si confrontano ma ancora sono in sintonia, si tengono per mano: l’uomo è natura. Due forze salde, due soggettività che danno luogo ad una danza dalle mille velocità dalle mille variazioni. Si abbracciano, si uniscono, poi si allontanano come separate da un vento vorticoso, ma si ritrovano e ricominciano, su un’altra misura, ad esplorare un nuovo fraseggio, memore del precedente…  I piani, i forti, i pianissimi… (ah quei meravigliosi pianissimi!). E son esortazioni dagli archi, e son pensosità del pianoforte e son trionfi di orchestrazione e son minuetti e son sinfonie, ed è un’improvvisa malinconia, è la voce sollevata da un oboe o un clarinetto, ed è sempre il piano solo a rispondere e rilanciare con la forza di un sentimento pieno, cosciente di sé, un’affermazione sorta da un’attenta introspezione.  Ed è poi l’abbraccio con il mondo: l’intera orchestra, le vele spiegate degli archi.  Ed è la bravura di Luca Buratto, che non ci ha fatto mancare nulla, abbiamo sentito tutto, fluentemente. (E ti vien da pensare: ma quanto è ‘grande’  una tastiera? quanto estesa? è una tastiera o piuttosto un ruscello vivace che scende a valle la percorre, non senza soste, dubbi  o nostalgie per abbracciare poi i venti e spiegare in trionfo le grandi vele orchestrali; per poi lasciarle nuovamente, al porto, magari quello di Dresda, sul fiume Elba, Sassonia: “partite senza di me”, sembra dire, tornando in se stessa). Esecuzione pulita, bella, misurata, intensa; presente su ogni minima variazione tematica. (Deve essere uno bravo? Sì, è uno bravo, lo dice anche il programma di sala che leggiamo alla fine del concerto). Si vorrebbe piangere, a pensarci, tanta è la bellezza.

(Caro Herr Schumann, grazie per aver scritto queste pagine; grazie per non aver saputo bene sotto quale  forma compositiva infilare i tuoi pentagrammi, volendone attraversare diverse (sinfonia, concerto, gran sonata). Grazie Clara per aver sempre ispirato, seguito, consigliato, incoraggiato, suonato questo tuo Robert soffiando insieme il vento della libera creatività. Questa nave dalle vele dispiegate che naviga verso vasti orizzonti di nuova vita ma sempre salda alla sua carena. Quella imbarcazione dalle vele spiegate entro i cui legni si trova la pianta forte e rigogliosa della vostra unione…)

Grande solista! e l’orchestra non è da meno. (Devono essere musicisti bravi… sì, lo sono; se non ci fidiamo delle nostre orecchie, è attestato dalla brochure di sala). Chi sono? Tanti bravi strumentisti, amici di Totem…

Cambio di scena; la tastiera si è ritirata, lasciando Schumann-Buratti alla propria solitaria meditazione. Ma quell’imbarcazione, quel veliero è là, in porto e vuole salpare…verso Sud. Ecco,  i venti si alzano e le vele immediatamente si dispiegano: immediato e già trionfale è l’attacco da parte dell’Orchestra sul palco. L’attacco di questo Felix Mendelssohn della sinfonia n.4 in La Maggiore (laddove Schumann ci ha lasciati nel Minore). Squilli di trombe e corni, si annuncia il viaggio! Il viaggio verso lidi mediterranei ed italiani: questa quarta mendelssohniana è appunto chiamata “Italiana” poiché da lui composta durante il soggiorno nel nostro Bel Paese (“la terra dove fioriscono i limoni” secondo la celebre definizione goethiana tratta dal suo Viaggio in Italia, pietra miliare e punto di arrivo dell’immaginario di tutta una tradizione di Grand Tour che avevano tappa centrale nel paese dove fioriscono, oltre ai limoni, le arti della classicità). Il giovane ma già esperto Marco Seco dirige con piglio deciso e dolce insieme, ancora una volta, tutta l’orchestrazione delle parti, in un moto costante e variegato di ritornelli, danze, melodie; all’unisono od in fughe e ritorni. Mendelssohn utilizza perfettamente una cornice classica e composta rendendola duttile ad un andamento libero, multiforme, così inequivocabilmente romantico. Un romanticismo, anche in questo caso, lontano (ma non ignaro) dalle cupezze e dai boati tragici dell’uomo che si erge solitario a vincere il Destino (Beethoven?).  Siamo in un territorio più contenuto, non meno ardimentoso, ma più armonico, ritmato, snello e gaudente. Siamo in Italia, la terra del sole ma siamo anche, soprattutto, nella luminosità di un certo Haydn: continentale, austriaco e classico.

La nave veleggia fendendo veloce ed imperiosa onde ritmiche sostenute; sbarca, si sofferma in quadri bucolici terrestri – senza mai far mancare qualche nube inquieta a dinamizzare la melodia e provocarne cambi e metamorfosi – per terminare in un travolgente ritmo finale d’insieme. E chiude, senza traccheggio, nel trionfo di ogni sezione musicale spinta a convergere all’unisono melodico ed allo stacco deciso. Fine. Si rimane senza fiato, nello spazio della platea dove ancora sembrano vedersi sospese le polveri policrome del salterello e del presto; è rimasto l’eco degli archi, dei legni, degli ottoni; l’eco di quella chiusa, di quella sciabolata di Finale. Fine del viaggio.

Non rimane che darsi una scrollata e scrosciare quanto più possibile in applausi. Per noi, un volo sulle ali delle nostre gaudenti orecchie; per loro, una bella sgomitata! Facile da ascoltare, ma quanto  impegnativa da eseguire? ma che bravi! che felicissimo insieme!

Devono proprio essere “sodali” per riuscire così bene in due opere di tale “concerto” tra le parti strumentistiche. Hanno scelto di suonare insieme e di farlo qui a Magenta, nel nostro teatro Lirico, grazie agli auspici della nostra Totem. Uno scambio reciproco di favore, “noi” (magentini), diamo lo spazio (il nostro bel teatro Lirico), loro, ci viziano con tale pregevole esecuzione… un ottimo affare!

Alla fine, di fronte alla bravura degli esecutori ed allo splendore di questi due gioielli del romaticismo tedesco… applausi! Ma non sono stati quelli del pubblico gli unici ad udirsi. Poiché l’orchestra “in residenza” al termine di entrambe le esecuzioni, abbassati i gomiti e saltati in piedi, hanno applaudito con evidente, partecipata ammirazione, con empatia e felicità i due protagonisti e compagni, Luca Buratto al piano ed il direttore Marco Seco. Ma con loro hanno applaudito se stessi. Lavorare insieme, riuscire così bene; essersi “scelti” per questo concerto (e speriamo diversi altri a venire), tenuti a battesimo (sempre per propria scelta) da due capolavori del genere sinfonico.

Quindi, alla fine, che rimane da dire? …Chapeau!

Alessandra Branca

 

Sabato 9 aprile 2016 ore 21 – Teatro Lirico di Magenta        

Stagione sinfonica Teatro Lirico a cura di Totem – Magenta

Programma:

       Robert Schumann (1810-1856)

Concerto per pianoforte e orchestra in La minore op.54 (1845)

     Allegro affettuoso. Andante espressivo. Allegro – Intermezzo. Andantino grazioso – Allegro   vivace                  

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847)

Sinfonia n.4 in La maggiore op 90 “Italiana” (1883)

     Allegro vivace – Andante con moto – Con modo moderato – Saltarello. Presto

pianoforte, Luca Buratto

direttore, Marco Seco

L’ Orchestra “In Residenza” sono:

Flauto Erika Macalli, Lorenzo Scilla – Oboe Claire Colombo, Ludovico Asnaghi – Clarinetto Alessandro Lamperti, Lorenzo Paini – Fagotto Luca Barchi, Mario Garavelli – Corno Anna Sozzani, Luca Medioli – Tromba Raffaele Sabato, Irene Monari – Timpano Davide Bresciani – Violini I Margherita Miramonti, Giulia Scilla, Chiara Borghese, Andrea Masciarelli, Beatrice Petrozziello, Luisa Zin, Diana Muttini – Violini II Ilaria Daga, Pierfrancesco Galli, Paolo Terzoli, Simone Broggini, Alessio Cavalazzi, Giacomo Orlandi – Viole Roberto Tarenzi, Daniel Ciobanu, Susanna Tognella, Giulia Sandoli, Milos Rakic – Violoncelli Francesco Martignon, Fabrizio Scilla, Giovanni Volpe, Mattia Pacilli, Pietro Cottica, Giovanni Crivelli – Contrabbassi Chiara Molent, Paulo Montoya, Stefano Morelli

 

Orchestra “In Residenza” – cos’è (a cura di Totem):

<< L’Orchestra “In residenza” è l’espressione di un progetto culturale fluido, di ampio respiro denominato Residenze Artistiche.

In un mondo divenuto ormai troppo frenetico, dove gli artisti sono sempre in viaggio da un luogo ad un altro, nasce il bisogno di trovare luoghi e tempi in cui poter esprimere la propria creatività e dar vita alle esperienze personali maturate in un contesto libero dalle pressioni del mercato e dell’intrattenimento. Nasce l’idea di trovarsi, o come nel nostro caso ritrovarsi, confrontarsi in un luogo, una “ residenza” per creare, proporre e far vivere l’occasione di un evento che nel suo  genere risulta unico.

Le residenze artistiche sono intimamente legate al luogo dove si tengono, alla comunità, al territorio e in questo contesto esiste la possibilità di creare circoli virtuosi tra la residenza artistica e la comunità di riferimento.

Il nostro teatro abbraccia questo progetto e diventa centro di residenze artistiche, cioè un luogo fisico e della mente, che mette a disposizione degli artisti soprattutto il bene immateriale del tempo, della creazione e della discussione. >>

 

Totem, Agorà ed il M° Stefano Cerrato. …Quanta filosofia in quell’archetto!

Si è conclusa venerdì 1 aprile la piccola rassegna di musica (giovane) da camera di Totem-Agorà. Con Bach e le “Suites per Violoncello” (n.1, 2 e 4). Scelte ed eseguite dal Maestro Stefano Cerrato.

…Quanta filosofia in quell’archetto!  (*Antonella Piras, cit)

Settimana cruciale e densa, quella che ha seguito la Pasqua, per l’arte e la cultura magentina (e del magentino). Il Plenilunio post equinoziale ha fatto il suo dovere naturale connettendo la Terra ed il Cielo in una scintilla di trascendenza, come dalla mesta e dura terra dell’inverno sbucano impudenti fili d’erba e dai rami degli alberi le gemme cominciano a mostrare aeree e delicate fioriture.

Tutto questo avviene nel Silenzio, espressione più alta di ogni pensiero che sia anche carne, materia elevata alla quintessenza alchemica della comprensione profonda ed unitaria, della massima comunicazione tra l’uomo, la natura, il cosmo. L’uomo ed il creato. L’uomo con il suo creatore.

Massimo Cacciari ha ricordato, per chi non lo sapesse già, mercoledì sera al teatro Lirico, come, se Dio (qualora se ne dia uno) è tale in quanto “creatore” (del mondo) e se l’uomo ne è l’immagine a somiglianza, allora – completiamo noi la silloge – l’uomo è simile a Dio quando crea. Sarà perché personalmente ne abbiamo venerazione, ma come non pensare all’atto creativo dell’arte? come non credere all’arte in quanto vera immagine, vero richiamo, lettura vera del mondo? Come non poter – una volta ancora – pensare all’arte, all’atto creativo che le dà forma, come alla suprema forma possibile di libertà per l’uomo?

[neanche a saperlo prima o farlo apposta, mentre in platea al Lirico andavamo cogitando di questo, la sera successiva ci saremmo trovati con un Alexandre Sokurov proprio sul pezzo: altro appuntamento cruciale della settimana in oggetto, giovedì31marzo, Francofonia, Sokurov, Cinemateatronuovo, Filmforum, vero Cinema!]

L’atto artistico quale uscita dalla Caverna, per chi per primo l’abbia osata (l’uscita, il passaggio, la pasqua) e per chi ascolti questo messaggio, segua l’esempio ed a sua volta, osi! (Questo continuo uscire ed entrare, questo scambio, questa ciclica Liberazione…)

E nel caso del signor Johann Sebastian, detto Bach (1685-1750), come non abbandonare ogni obiezione possibile, tacere e mettersi umilmente in ascolto? Se l’esecuzione è all’altezza della pagina sulle linee di pentagramma, non vi sarà più alcun bisogno di spendere molte parole e tutto sarà dentro di noi. E probabilmente saremo visitati da intima gioia e  vaga commozione. Un richiamo della commozione di fronte al Mistero del Figlio di Dio che salva il mondo (dalla volgarità e dalle ciance mondane?).

Questo, nel caso del signor Bach, e forse nell’intera storia della musica, è al suo massimo grado (per quanto la nostra poca erudizione ci consenta di azzardare facili paragoni da pezzo local-giornalistico) nelle variazioni Goldberg (universalmente note), ma il Nostro non è tipo da venir molto meno in altre sue composizioni.

Le suites, per esempio. Le suites per violoncello solo, nella fattispecie. Ovvero, come ti trasformo delle ballate popolari in opere di meditazione. Ognuno – attraverso l’arte – esprime ciò che ha dentro, lo spirito di cui è fatto, la qualità dell’anima che lo anima. Il Pensiero.

Stefano_Cerrato_Bach_Cello-Suuites_Agorà_1aprile2016

Ora, introdurre le Cello Suites di Johannes Sebastian in un programma di “piccola rassegna di musica da camera di giovani e giovanissimi”, da tenersi in quel di Robecco sul Naviglio, quale distaccamento (non è forse infatti il paese delle ville nobiliari – ergo abitazioni di campagna – dei milanesi del Settecento?) del programma sinfonico del Teatro Lirico della “Capitale”, Città di Magenta, sulla carta può apparire un’operazione azzardata; e, difatti, agli ignari come la sottoscritta, un poco tremano le ginocchia: “oddio..!”. Ma, fortunatamente quelli di Totem e quelli di Agorà sprovveduti non sono e quindi non mi mettono – con tutto il rispetto – un “giovanissimo” (nel senso, alle prime note) sul palco. Non siamo al circo. (piuh!, asciughiamo le gocce di sudore freddo). Chi ci mettono? “Un amico”. Già, è vero: qui “gli amici”, sono dei bei pezzi se non da novanta, da settanta-ottanta tutti! Difatti Stefano Cerrato, classe Ottanta-sette, per l’appunto, è stato un enfant prodige (scuola Suzuki di Torino) ed è oggi un vero Maestro, un primo violoncello, apprezzato nelle migliori orchestre nazionali (la Toscanini di Parma, la Fenice di Venezia, la Scala di Milano) e fondatore di pregiate formazioni (Trio Caravaggio, Cerrato Brothers). Ha imparato e suonato con i più grandi nomi (per quanto concerne il violoncello, quello italiano, citiamo due nomi noti e popolari del panorama musicale odierno: Dindo e Brunello). Si è diplomato (post graduate, dopo il Verdi di Milano), assistito dal Maestro Bronzi al Mozarteum di Salisburgo (stiamo parlando della Mecca…). [benché, dopo Il soccombente, alla sottoscritta ogni volta che sente nominare il Mozartaeum, un poco scappa anche da ridere… eheh, messaggio subliminale per dilaniati amanti di Thomas Bernhardt]. Ma la piantiamo qui con la biografia artistica di Cerrato, perché ci vorrebbero due cartelle. E poi, cosa sono le note curriculari di fronte all’esattezza dell’ascolto?

Eccoci. Il tendone dell’Agorà e blu (un blu lapislazzulo, direi). Un bel colore. Dietro, c’è il nero del mistero.

Stefano-cerrato_scarpeStefano Cerrato – scarpe nere lucidissime (avrà utilizzato Calzanetto?), un panciotto bronzeo-dorato di cui apprezziamo senz’altro la fattura damascata – accompagnato da un nero panno con il quale tergerà il sudore proprio e quello del violoncello – saluta il pubblico, accorda lo strumento in diretta e nell’aspettativa della sala; poi siede, alza l’archetto e… là! (Sol Maggiore). Preludio n.1 (universalmente noto). Ed è così che chi come la scrivente fosse arrivata con le ginocchia dubbiose e qualche puntino di sospensione alla fronte… bon, relax! Ci siamo: che fortuna esser qui stasera! Sensazione di avere fatto benone ad uscire di casa, magari trafelati (come al solito) per la cucina-le stoviglie-i piatti – (eh, già! nati fummo al pianto ed al multitasking; nate, al femminile, per la precisione) – che si espande e conferma quando il maestro, sempre tra panno nero, archetto e violoncello tra le mani, ci elargisce una stringata (è il caso di dirlo!) ma ben narrata illustrazione tecnica del programma e della natura compositiva delle suites bachiane (il maestro si riconosce non solo da come suona ma anche dal suono delle parole). Quindi ci spiega come si differenzino allemande, sarabande, correnti, gighe e minuetti (questi ultimi, passione del Re Sole, Luigi XIV, che della sua età anagrafica, in Francia, seguiranno la cadenza, come si avventura, divertito, Cerrato a raccontar l’aneddoto); in aggiunta anche il bourré! E poi si suona, e poi si ascolta. Sin dal primo attacco, percepire distintamente il colpo del polpastrello sul legno del manico della tastiera (ottimo, l’acustica c’è!); poi l’archetto, e le sue inclinazioni; veder stillare qualche goccia di sudore dalla fronte del Maestro, udire qualche gridolino, della corda tesa dell’archetto e qualche sospiro di sudore dalle stringhe del violoncello. La musica, il corpo unico tra strumento ed esecutore, insieme vibrano, lavorano e partecipano. E noi siamo lì, in una oscurità la cui unica catena è quella che ci tiene legati ai movimenti – una forma estetica anch’essi – dell’uomo sulla scena. Una oscurità la cui luce al fondo è quella delle misure esatte e dei suoni pregni di Bach-Cerrato. Un’oscurità necessaria alla luce, dentro. Ed è buio, ed è luce. E’ suono, è silenzio. E’ sudore e materia, è elevazione. E’ arte, è pensiero. (La bellezza, la completezza del pensiero non pensato, non verbalizzato)

Finale di bis (non avremmo voluto finissero mai, questi bis! ma il maestro aveva lavorato col violoncello già da un’ora e mezza; sentendo la “sete” in sala, è stato generossissimo!) con Du Port, Jean Louis, Settimo Preludio e – per il divertimento generale – con il volo del calabrone di Rimskij Korsakoff, omaggio alla stagione appena inaugurata (e torniamo, anche qui, sul tema iniziale di questo nostro scritto… peraltro, ricordiamo che, incidentalmente, Bach senior sia nato proprio in pieno Equinozio primaverile, il 21 marzo dell’annus domini 1685).

Grazie J.S. Bach, grazie Stefano Cerrato, grazie amici di Totem ed Agorà. Ci risentiamo l’anno prossimo, per una seconda edizione.

Per inciso: la situazione raccolta del cineteatro Agorà ci pare una scelta perfetta per questo genere di proposta, insieme agli indubbi meriti degli amici che lo gestiscono con entusiasmo e competenza (nel teatro, nel cinema, e nella musica).

Alessandra Branca

Teseiron, aspirante quartetto italiano, con Totem all’Agorà di Robecco sul Naviglio

Mini-rassegna con la musica giovane da camera organizzata dai ragazzi dell’Agorà in collaborazione con Totem di Magenta; dopo il primo appuntamento con  trombe e tromboni  (dal barocco alle musiche per film), seconda serata con la più classica delle formazioni cameristiche, il quartetto.

Per l’occasione Agorà non deve andare molto lontano poiché la cittadina sul Naviglio trova nei pressi del proprio romantico ponticello la materia prima. Del quartetto Teseiron in scena, infatti, la metà dei componenti – il violoncello ed il secondo violino sono robecchesi doc, Carlo e Marina Mainardi; l’atra metà, Francesco Della Volta (primo violino) e  Lorenzo Scaglione (viola) provengono rispettivamente da Milano ed Arese. Questo per inquadrare geograficamente il contesto, sottolineando come, accanto a quello di ascolto di musica “classica” vi sia lo scopo – primario – di promozione di giovani talenti “vicini”, offrendo loro palchi di esibizione in pubblico.

“Teseiron” sta per quattro (dei quattro, dal greco); ed i quattro ventenni – tutti studenti del Conservatorio Verdi di Milano – hanno dato avvio alla propria formazione nel 2014, su ispirazione del maestro Fulvio Luciani di cui i ragazzi sono allievi nei corsi delle “Officine Luciani”. Un maestro, un’idea che potrebbe farsi progetto ed una sana amicizia: questi gli elementi che portano alla costituzione del Teseiron; per realizzare il quale, Scaglione passa dal violino alla viola (alla domanda: “e ne sei stato contento? risponde: “mi ha cambiato la vita!”: a giudicare dal sorrisone che gli spunta in volta si direbbe in meglio!).

Da allora diverse esibizioni, la recente partecipazione al Premio Città di Giussano e venerdì 18, tappa all’Agorà; dove un pubblico di casa ma anche di appassionati ed intenditori li aspetta ad un amichevole “varco”.

La proposta di serata del Teseiron si caratterizza per la sfida del “diverso” che spesso la gioventù lancia;  si muove infatti tra uno Schubert di un noto “incompiuto” (“Quartettsatz” in Do minore) ed un Beethoven tardivo, quindi già in fase divergente rispetto al quello della produzione più tipica  (Quartetto in Fa maggiore opera 135). In mezzo a questi due assi del romanticismo il Teseiron piazza un Alfred Schnittke (autore sovietico, 1934 – 1998) con un quartetto n.3, del 1983, composto per la Kunstehalle di Mannheim.

L’esecuzione dei quattro trasmette tutta la concentrazione, l’impegno ed anche un poco di emozione (suvvia, ammettetelo!) di una formazione ai primordi che si confronta con la strada che sta intraprendendo: quella della carriera musicale e dell’esibizione in pubblico. Per cui, un palco sufficientemente “intimo” ed un pubblico che non sia una giuria di competizione, consentono agli stessi ragazzi di testarsi. “Abbiamo scelto il programma in base a quanto studiato nell’ultimo corso di perfezionamento con il Maestro Luciani ed anche per verificare tra noi il livello raggiunto”, dichiarano al termine nella breve intervista che ci hanno simpaticamente concesso.

Per cui, terminata l’interessante scaletta in locandina, Francesco, Marina, Lorenzo e Carlo, visibilmente contenti del plauso che la platea tributa loro, ringraziano i convenuti con dei bis. Ed è proprio qui che i ragazzi ci intrattengono con più scioltezza, evidentemente svanita la tensione degli autori più impegnativi. Sono quindi i Beatles di Come together e di  Blackbird, trascritti per archi, a salutare (come usa fare ormai molto spesso nei bis dei concerti delle più acclamate formazioni da camera internazionali), questa serata di “classica giovane” all’Agorà. In prima fila, ad applaudire con gioia ed orgoglio, Antonella Piras di Totem (insieme ad altri totemini in sala), mentore del gruppo (Marina e Carlo hanno fatto parte della piccola orchestra di Totem per anni).

Giù dal palco, insieme ai complimenti ed agli auguri, la domanda corre d’obbligo: avete una formazione di quartetto alla quale vorreste somigliare o alla quale vi ispiriate? La risposta, entusiasta ed unanime, è anch’essa d’obbligo: “Al Quartetto Italiano!”. Eh già, allievi innamorati (come è bello che sia) del proprio maestro: Fulvio Luciani, infatti – lo impariamo insieme – è stato egli stesso allievo di Paolo Borciani: fondatore e primo violino del Quartetto Italiano, ad oggi il massimo quartetto d’archi di nazionalità italiana, attivo tra il 1945 (quando i membri erano ventenni) ed il 1980. Il testimone passò poi al quartetto fondato da Fulvio Luciani, cui Borciani stesso affidò il proprio nome, attivo dal 1984 sino al 2004.

L’augurio ai Teseiron è di vivere e maturare un’esperienza concertistica proficua ed una lunga amicizia.

La prossima occasione per conoscere Teseiron sarà domenica 20 marzo presso Iseo. Mentre il prossimo – terzo ed ultimo – appuntamento con la piccola rassegna cameristica di Agorà (la cui direzione artistica è affidata allo stesso Carlo Mainardi) è per venerdì 1 aprile. Sul palco il sole del violoncello di Stefano Cerrato a confrontarsi col gigante J.S. Bach e le sue universali “Cello Suites”.

 Alessandra Branca