I Beatles secondo il Trio Lennon ed Annamaria Chiuri

“Per Elisa” 2017 : ennesimo successo per un evento veramente speciale di musica, sentimento e solidarietà

Appuntamento il 17 marzo, venerdì, con la serata – che non sarebbe improprio definire “di gala” – che da undici anni riunisce i magentini nello storico teatro cittadino per ricordare Elisa Lisca, splendida ragazza scomparsa prematuramente. I genitori, Giuseppe e Graziella, appassionati di musica come la giovane figlia, decisero che soltanto attraverso la nobile arte che sa toccare le corde di ciascuno per sciogliere i dolori in note alate, messaggere di speranza, avrebbero potuto omaggiare la vita della figlia. Nacque così la manifestazione “per Elisa” che negli anni è divenuta un appuntamento atteso ed uno straordinario momento di abbraccio della città. Essendo Giuseppe Lisca uomo di musica (baritono presso la Verdi de La Scala), l’evento non ha mai mancato di portare delle eccellenze musicali, e delle proprie chicche. Del resto, tanto per citare una cara presenza fissa, già è noto il legame della città della Battaglia con La Scala di Milano, legame incarnato dal grande concittadino Maestro Bruno Casoni. Recentemente è arrivata anche la straordinaria amicizia con la mezzo soprano Anna Maria Chiuri, la quale ha portato il proprio talento sul palco del Lirico già in diverse occasioni ormai (tra cui il “Per Elisa 2016”). L’ultima delle quali è stata proprio quella di venerdì 17 marzo, insieme all’arte del Trio Lennon. Tema, la musica dei Beatles, ri-arrangiata per trio d’archi e voce lirica.

Il concerto, aperto con un omaggio beethoveniano (“Per Elisa”), si è concluso con “All you need is love”, a rimarcare l’invito alla condivisione ed alla generosità, allo spendersi nel mondo con spirito aperto ed altruistico, proprio dell’evento organizzato dai Lisca con l’associazione “Cuori grandi onlus”, opera della missionaria laica magentina Maristella Bigogno, a favore dei bambini del Togo.

Un’ora e mezza abbondante di ottima musica, con gli arraggiamenti eleganti e variegati del Trio Lennon; trio composto da Roberto Molinelli alla viola ed arrangiamenti, Luca Marziali al violino, Anselmo Pelliccioni al violoncello. I quattro hanno portato sul palco non solo la loro eccellente arte ma anche una bella dose di ironia, umorismo, che ben si è accordata alla pimpante vivacità della Chiuri.

La serata ha registrato il “tutto esaurito” e nel parterre non sono mancanti amici illustri, gli amministatori con il Sindaco, il console, amici scaligeri. Tutti insieme nel nome di Elisa, della musica, della solidarietà, del teatro Lirico e della Città di Magenta. Alla fine della serata Giuseppe Lisca non ha mancato di ringraziare tutti, spendendosi generosamente, come nella natura di quest’uomo, ed esortando la città a ridare forza anche all’esperienza del Coro Civico.

Finale di bis con “La Carmen”, cavallo di battaglia della eclettica e vivace Anna Maria Chiuri, per accontentare i fans del pubblico.

Alessandra Branca

l’atto inaugurale dell’artista

fontana-taglia-tela-2Primo appuntamento delle “serate filosofiche” di Magenta Cultura 2017 con Massimo Donà.

Vedere l’arte, la quale mostra ciò che non appare

Esordio di filosofia estetica per la nuova stagione di Magenta Cultura voluta dall’amministrazione comunale di Marco Invernizzi con la collaborazione di Casa della Cultura, associazione cittadina Urbanamente e – da quest’anno – con l’importante supporto del Rotary Club magentino.

Il tema scelto dal Sindaco per il 2017 è quello del “vedere – guardare”, tema a lui particolarmente caro data una vita spesa a far critica sul cinema nel territorio.massimo-dona_casual

Ed è così che esordisce a Magenta la “filosofia estetica” (non è stata nominata ma chi abbia studiato filosofia, al liceo, in università, conosce questa distinzione) con un ospite di calibro che non ha deluso la foltissima platea del Teatro Lirico: Massimo Donà. Con lui il viaggio si è connotato di caratteri contaminati tra l’estetica, la teoretica e la storia dell’arte (non senza l’ombra invisibile di un pizzico di metafisica…). Con lui abbiamo attraversato qualche secolo di cultura occidentale prendendo a braccetto qualche “mostro sacro” quali Kant e Leopardi, scoprendo (per chi non lo sapesse ancora) che le indeterminate categorie leopardiane, il suo celeberrimo “questo e quello”, altro non sono che compendi teoretici (ed estetici) sull’arte ed il suo oggetto o fine: mostrare ciò che non si vede. Per cui l’artista chi è se non colui che ci mostra l’invisibile del visibile? Un salto nel Novecento e ce lo facciamo mettere sotto il naso da Duchamp e da Magritte, senza dimenticare il povero Mondrian, o dal nostro De Chirico od ancora dal taglio di Fontana.

Il visibile, l’oggetto e l’invisibile che si porta appresso e l’artista ti mostra. “Cos’è un tavolo?”, si domanda il filosofo dell’essere, il pensatore; ma… “questa non è una pipa” («Ceci n’est pas une pipe»), scrisse Magritte sulla sua rappresentazione di una pipa.

E così via. Serata divertente, tra l’altro, perché questi personaggi, soprattutto questi venetacci malandrini, sanno sintetizzare con verve ed umorismo i concetti che espongono; nel caso di Massimo Donà, uomo forte, la cui fisionomia sembra disegnata dalla matita spessa dei primi cubisti, come la sua voce adamantina e nerboruta, non possiamo non notare una vocazione al cabaret, alla sapienza caricaturale della battuta, una capacità scenica non comune; sarà la passione sua per la musica e la carriera parallela di trombettista?

massimo-dona_in_concertoChe bello, trombettista e docente di filosofia. Collega di Cacciari Massimo ed allievo di Severino Emanuele tra le università di Venezia e Milano; collega di Enrico Rava ed allievo di Giorgio Gaslini su mille palcoscenici musicali . Per cui ci spernacchia divertito: “quanto sembriamo tutti balbuzienti di fronte a qualcosa che ci piace!” (filosofia del bello… secondo un jazzista di fiato). E chissà che il Sindaco di Magenta, qualora rieletto, non si decida ad inserire sotto la voce ufficiale di “Magenta Cultura” anche il Festival Jazz magentino, che si tiene in novembre e che – qui lo ribadiamo – non è stato ultimamente degnamente valorizzato. (chissà… Massimo Donà, intercedi per noi)

(Ah, quanto è bella la filosofia, che voglia matta di tornare a scuola!)

Il  prossimo appuntamento “filosofico”  è per martedì 31 gennaio; Lea Melandi ci parlerà di “corpo ed identità”.

Alessandra Branca

Lo spirito del Natale al CTN di Magenta

Il segreto del loro successo. Mercoledì 8 e domenica 11 dicembre 2016, evento natalizio per bimbi al CinemateatroNuovo di Magenta. “Lo spirito del Natale”, in scena Ariel Junior.img_20161211_170029

Sono stupiti gli stessi organizzatori del successo degli spettacoli natalizi al Ctn. Due date e due volte sala stra-piena, da mandare via la gente. In scena, Ariel Junior, compagnia del CtN, “tirata sù” dai Senior, già una decina di anni, ovverosia da quando questi ventenni eran proprio bambini. Ed i risultati arrivano. Gli spettacolini di Ariel Junior sono sempre simpatici, accattivanti e ben fatti. I ragazzi dimostrano disinvoltura e senso della battuta, del momento corale, dei colori, del balletto, dell’accompagnamento sonoro.

Anche questa volta hanno dato vita ad una storia simpatica, con una morale natalizia interpretata da tanti personaggi ben caratterizzati.

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La storia è semplice e la facciamo raccontare da Ariel Junior:

>> La famiglia Nervosetti è numerosa ma poco unita: egoisti, individualisti e poco abituati a condividere, si trovano ad essere quasi estranei gli uni agli altri. Il vecchio nonnino, nonno Amilcare, desideroso di mettere pace e armonia nella sua famiglia, invita tutti a trascorrere il Natale insieme nella grande casa di famiglia. Il nonno vive solo, servito e riverito soltanto dalla vecchia governante, la signora Costanza… strana donna!
Tutti accettano per motivi diversi: per la speranza di ereditare la casa, per curiosità,
per fare un viaggio gratis, qualcuno per rivedere i parenti.
Grande è la sorpresa del nonno nel vederli arrivare tutti a casa sua… ma allora siamo sicuri che sia stato Amilcare a convocare tutti? La casa del nonno è abitata da una famiglia di fantasmi che, tanto a affezionata al caro nonnino vuole aiutarlo a mettere a posto la famiglia…. ci sarà mica il loro zampino dietro a tutto questo?

Lo spirito del Natale e il clima di serenità
è difficile da creare quando non ci si ascolta e si è arrabbiati… meno male che ci pensano i fantasmi a sistemare le cose…o quasi! <<

Una storia semplice adattata ai bambini e che ricorre all’espediente dei fantasmi; ma, a dir la verità, quante delle nostre famiglie avrebbero bisogno di qualche fantasma affezionato ed amico per aiutarci a ricomporre questioni irrisolte o complicazioni ? Viviamo in una società che è ben post-post parcellizzazione ed i tempi della vita (molto poco vicini allo spirito del Natale ed anche umano in generale, direi) ci portano ad allontanarci dagli affetti anche quando non vi siano insanabili contenziosi; a volte per sola disattenzione.

Bene, anche per questo CinemateatroNuovo esiste: per creare momenti di riflessione, di pausa dalla frenesia e dagli stress “della vita moderna” (come recitava una nota pubblicità d’antan), per dare spazio allo stare insieme; sospendere il tempo, la realtà esterna, dai problemi e trovarsi, magari a ridosso del Natale, mamme e papà coi propri bimbi a vedere una spettacolino simpatico.

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Se ne è fatto carico “Ariel Junior”; compagnia dei ex “cuccioli” di Ariel, con dieci anni ormai di intrattenimento teatrale di esperienza al Nuovo. Ed è così che i ragazzini, i figli di Ariel senior, sono diventati ragazzi; ognuno di loro studia, vive e sta diventando adulto del terzo millennio; ma insieme sono Ariel Junior, una compagnia ormai autonoma.

Ed infatti hanno fatto tutto da sé: sceneggiatura, regia, costumi, luci, controllo tecnico, recitazione. E bene, hanno imparato! (“Ariel Junior? è la cosa più bella che abbiamo fatto!”, parola di Mauro Colombo, Ariel senior)

La piéce, andata in scena in occasione dell’Immacolata, ha registrato il pienone al CTN per entrambe le repliche; nei pomeriggi dell’8 e dell’11 dicembre la sala di via San Martino, non è riuscita a contenere tutti coloro che – sfidando il traffico, il freddo e gli impegni natalizi – hanno voluto regalare ai propri piccoli e regalarsi insieme a loro (prezzo sempre alla portata di tutti: 4 euro con merenda) un mondo più facile.

Nelle prime file bimbi piccoli piccoli, con i loro “oooh” con i loro commenti fatti di paroline, le domandine alle mamme, (“chi è quello?”) o sospirini o mugugnetti (le cose dei piccolini); e poi in ordine crescente di età, genitori compresi. Una sana bella atmosfera che davvero ti riconcilia col mondo. E, a dir la verità, abbiamo quasi l’impressione che lo spettacolo piaccia di più ai genitori che ai loro bambini…

Fuori c’è un mondo freddo, per dirla con Paolo Conte, ma dentro al CTN… c’è lo Spirito del Natale! grazie

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Mettiamo qui sotto la scheda dello spettacolo con tutti i nomi dei ragazzi che lo hanno preparato.

“LO SPIRITO DEL NATALE” – ARIEL Jr.

Attori: Paolo Mazzia, Matteo Mazzia, Raffaela Parini, Erika Satriano, Marco Stanganelli, Sara Porati, Francesca Garavaglia, Benedetta Baroni, Lucia Cerati, Natalia Vutera, Walter Guglielmetti, Giulia Mattina, Emanuele Beni, Laura De Simone, Nik Nicolas Garavaglia.

Coreografia: Francesca Cislaghi .

Scene e costumi: Eleonora Parini .

Luci e Musiche: Mauro Rava, Giacomo Vilbi.

Regia: Laura Cerati, Michele Volgarino.

Alessandra Branca

Naviglio Grande Slow: da Milano a “La Galizia”, scendendo all’Oltrepo’ e tornando su fino a Pollenza. Scorcio locale sul buon Gusto ed il buon cibo attraversando il paesaggio.

Buon cibo, buon gusto, per un buon territorio – serata Slow alla “Galizia” di Cuggiono, con la riscoperta dei sapori della tradizione reinterpretati attraverso l’innovazione delle alte scuole enogastronomiche europee.
Verso il Salone del Gusto di Torino, Slow Food e l’Agriturismo “La Galizia” propongono una cena “meneghina” ad inaugurare l’incipiente stagione autunnale, tradizionalmente foriera di eventi agrituristici “slow”.

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Il paesaggio comincia (e finisce!) a tavola. E con esso la qualità della vita di tutti e l’eccellenza delle imprese che vi lavorano. Questo in sunto il messaggio scaturito dalla serata “Slow” organizzata dall’Agriturismo “La Galizia” di Malvaglio (Cuggiono) in collaborazione con Slow Food Condotta Magenta-Abbiategrasso. Continua a leggere

“GIRARE CON PASOLINI” , il 97enne maestro della fotografia cinematografica, Mario Bernardo, in Braida

Metti una sera dopo cena a “Le radici e le ali” con l’Ecoistituto di Cuggiono

Capita così in quel di Cuggiono, dalle parti di via San Rocco 48. Gli afecionados non se ne stupiscono, avvezzi ormai da oltre vent’anni a certi coup de theatre, o meglio dire veri e propri scoop per il piacere della storia e della cultura. Metti una sera, un lunedì sera, dopo cena, così, con nonchalance, di passare per la lunga via che corre nel cuore del paese agganciandolo a nord al castanese a sud al magentino; tra auto di giovinastri (ragazzi di vita?) che con la tardiva calura settembrina offrono alla strada urla in doppler pompate dagli impianti sonori ed il silenzio afoso della passeggiata serale col cane.

Porte della ex Chiesetta in Braida spalancate; tante teste al cui fondo, incorniciati dalla bella volta restaurata, un terzetto sui generis sta accrocicchiato dinnanzi all’altare laico della cultura partecipata (fondamento e verbo rivelato di Ecoistituto nella Valle del Ticino). Il terzetto vede due uomini decisamente anziani uno, barba e baffi candidi, in camicia rossa (“e fiocco nero alla Lavallier emblema dei libertari ottocenteschi”, nella definizione del buon Oreste, ndr), l’altro, ancor più anziano roseo di guance, in camicia azzurra sbottonata su una buona maglietta per la salute, bretelle a reggere i pantaloni ed una giacca blu su un velo di capigliatura quasi dai riflessi dorati ed un ciuffo di neonato; il terzo, lacoste panna e cintura, occhialuto, folta capigliatura ed un microfono in mano. Intervista con la storia e chi la ha attraversata. Capita – ed è buona pratica di cultura popolare reale – di intervistare i vecchi dei paesi per farsi raccontare il paese che fu, le usanze, i personaggi ed i luoghi. Una buona pratica ecomuseale, che riconnette la gente alla gente, il presente al flusso umano nei paesaggi. E costituisce una cultura immateriale di cui non ci accorgiamo che ma che da qualche parte sta dentro di noi come un gene nella catena del Dna attuale.

In questo caso l’intervistato era un anziano del Paese: il paese del cinema italiano e dell’Italia degli Anni Sessanta. Maestro di fotografia nel “Belpaese” che si lanciava nell’avventura della crescita e del progresso uscendo dalle macerie della guerra e dai rattoppi dell’Unità. Insostituibile spalla per molti dei nostri più grandi registi che fecero ed inventarono “Il cinema italiano”, Bernardo era stato comandante partigiano nel bellunese, durante la Resistenza. Come dire, libera l’Italia e poi seguila, osservala, catturala, raccontala, interrogala e spiegala in immagini. Oggi, novanta sette anni.

“Come spesso ci capita, tutto è nato da altro, da tutt’altro, mentre in quel di Orta spiegavamo al fenomenale manipolo dell’Associazione ‘Ernesto Ragazzoni’ la storia del nostro Ecoistituto, un quarto di secolo…”, spiega Oreste Magni; “L’amico Piero Beldì, di Oleggio, mi buttò lì, sai, a settembre passerà da Novara Mario Bernardo… potevamo lasciarcelo sfuggire? per cui risposi, “se proprio tocca…”. Ed ecco un trio garibaldino, Beldì, Magni e Cesare Bernani (quest’ultimo : “sessantamila libri in casa ad Orta, icona della ricerca orale dell’Istituto Ernesto De Martino), che si mette in testa di portare Mario Bernardo e tutti i suoi 97 anni, in Braida, a Cuggiono.

Sostenitori in loco dell’evento son state poi associazioni amiche di Ecoistituto e della cultura in genere: Equilibri, il collettivo fotografico Talpa, il gruppo artistico Occhio e per finire non poteva mancare il patrocinio dell’Amministrazione Comunale.

Sala gremita fin in strada; attraverso le domande mirate e le osservazioni pertinenti di un intervistatore di eccezione, Marco Invernizzi da Magenta, appassionato pasoliniano, Mario Bernardo ha regalato ai presenti qualche sprazzo di storia e storie di quel momento del cinema italiano e delle figure che lo hanno fatto in quegli anni in cui l’interesse appassionato di tutti era quello di scoprirla e comprenderla, quella Italia da poco ventenne e per nulla maggiorenne. Non a caso Bernardo collaborò con Pasolini non soltanto per il noto “Uccellacci ed uccellini” (con Totò) ma vi si trovo, insieme anche ad Alfredo Bini, a “girare l’Italia” nel 1963, allo scopo di trovare volti e location per il nuovo film di Pasolini (“Vangelo secondo Matteo”); un giro d’Italia con cinepresa e microfono in mano ad intervistare gli italiani di ogni angolo dello Stivale: nacque così il leggendario documentario “Comizi d’amore”, che uscì nelle sale nel 1965. Che gente straordinaria! Lontani dalla spocchia intellettuale o da una prosopopea artistica, eccoli industriarsi nei panni degli antropologi, dei sociologi, alla scoperta della morale percepita dell’italiano reale. Da Sud a Nord, da Est (il Friuli amato di cui era orginario Pier Paolo) all’ Est della punta dello Stivale.

Ed è da quella esperienza che il Mario Bernardo di oggi ha tratto spunto (lo spunto del ricordo meditato, ruminato, che si presenta da lontano, dall’antro dei vissuti emozionali alla luce di un pensiero pacato) per prendere carta e penna (una volta si diceva così, non sappiamo come lo ha fatto davvero il maestro) e raccontare sprazzi pensieri ed episodi di quell’itinerario, Con Pasolini, in giro per l’Italia. “Girare con Pasolini”, lo ha titolato; chiaramente suggerendo di quel verbo – quel verbo all’infinito, tempo del perdurare, di qualcosa che continua ad essere – una duplice accezione: quella tecnica filmica e quella umana, di una esperienza insieme. il libro è edito da SEDIZIONI (anche qui ritroviamo la duplicità semantica…).

Una serata piacevole, pacata pur nella sua ricchezza; Marco Invernizzi, buon conoscitore dell’opera di Pasolini, ha saputo colloquiare in maniera semplice e competente con il Maestro; chiaramente cogliendo l’occasione per togliersi qualche sassolino di curiosità sul clima ed i nomi dell’intellighenzia italiana degli anni Sessanta (“ma gli intellettuali di quel tempo… non erano tutti come voi…”; ” e di Fellini…che cosa pensa, Maestro Bernardo?”, quest’ultima domanda decisamente tendenziosa!, ndr!); passando senza tanti arzigogoli dai flash sul cinema ed il significato che ebbe in quel momento al Pasolini privato, al rapporto con la madre, con il fratello, a qualche flash sui vari personaggi dell’epoca (compreso il Principe De Curtis).

La serata è terminata con numerose domande dal pubblico ed una disponibilità semplice di questo signore di 97 anni davvero ammirevole.

I grandi eventi sono così: pacati, poche parole per grandi passioni, atmosfera di entusiasmo sincero senza ostentazioni.

Per concludere vorremmo citare la bella galleria di testi originali datati offerta dal Libraio di libri rari ed antichità “Acefalo” (Massimiliano Chervino) di Milano (potete ritrovarlo ancora a Cuggiono al prossimo appuntamento con Libraria, la terza di settembre).

Alessandra Branca

 

 

Don Giovanni, le sue donne, l’eterno femminino…

(La seduzione come necessità vitale tra l’ironico ed il drammatico, vera quintessenza dell’eterno femminino  goethiano  – a pastiche, review and essay by Alessandra Branca)

Partita Italia-Irlanda degli europei; ma per gli affezionatissimi del Teatro dei Navigli, ultima serata di rassegna. In scena presso piccolo ma dignitosissimo Teatro al Corso di Abbiategrasso la piéce del gruppo di studio teatro di Alberto Oliva per Teatro dei Navigli in una prova non facile, titolata: “Don Giovanni e le sue donne”.

Un saggio, si dovrebbe dire. Ma se tutti i saggi fossero di questo buon gusto, ci sarebbe da farne un cartellone, pur amatoriale.

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Duplice sfida: quella di non far pentire i convenuti di aver rinunciato al calcio nazionale e quella di non cadere nello scontato di un tema tanto classico al teatro (ed alla musica) quanto di non facile padroneggiamento. Impossibile rendere la complessità di un Don Giovanni senza averne assimilati alcuni criteri di base che sconfinano non solo nella sottigliezza psicologica ma anche – e soprattutto – nella filosofia sottesa al mito.

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Un mito che viene da lontano, protagonista di tanta commedia dell’arte di età barocca ove ha prestato il canovaccio ad innumerevoli rappresentazioni dalle più famose a quelle inevitabilmente anonime. Fulcro della trama, motore dell’azione, un confronto tra “moralità” e continenza da una parte ed esuberanza ed edonistica a/moralità dall’altra. Parliamo di a-moralità, dando per scontata l’ormai scolastica distinzione tra a-morale ed im-morale. Una distinzione, va detto, che proprio con il testo di Moliére e con il libretto di Da Ponte per la musica sublime di Mozart è stata universalmente sancita e suggellata in saecula saeculorum. (in fondo, fulcro e senso della storia e delle sue varie rivisitazioni è proprio nel gioco  tra immoralità ed amoralità).

Tuttavia, per chi sia a digiuno di letteratura e magari anche di esperienze più o meno dirette  della vita, il problema morale/immorale/amorale, ancora può generare perplessità, dubbio, sconcerto. Cosa che può capitare anche in una classe di teatro, metti ad un corso cittadino. Soprattutto se l’insegnante si chiama Oliva e l’associazione Teatro dei Navigli: dove non si teme di confrontare l’amatoriale con il sofisticato.

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In fondo, il compito del teatro (come delle arti tutte), sua alta missione individuale e dunque sociale, è anche questa: moltiplicare la conoscenza delle esperienze, ampliare il campo di giudizio  – (estetico; e sull’estetica il “Don Giovanni” ha molto da dire… ma non vogliamo qui ingarbugliare ulteriormente il lettore; vi sono altre sedi in cui sviscerare la vasta, poliedrica, materia). Il teatro si avvale di uno strumento in più rispetto ad altre arti: la possibilità della mimesis diretta tra arte e vita, pubblico ed attori, vissuto e scena.

Per rendere tutto ciò al pubblico, è però necessario un lavoro non banale da parte delle compagnie che si applichino allo scopo. Ed ecco che un “corso” di teatro diviene vero e proprio “laboratorio” attoriale, drammaturgico, scenico, interpretativo. Affrontare un testo, una drammaturgia, ex novo: come mai nessuno l’avesse dettata prima. Ricercare, elaborare, sintetizzare, rendere.

Un lavoro su più fronti, dunque, partendo da una materia (l’allievo) tutta ancora da svezzare. Alberto Oliva, con questa sua classe, ci ha provato.

Da una lettura di tre testi teatrali sul Don Giovanni ed il suo Convitato di Pietra (Moliére, Puskin ed il recente, misconosciuto ma estremamente interessante, Horvart: “Don Giovanni ritorna dalla guerra”), il gruppo ha approntato una rielaborazione originale, pescando scene dai tre diversi autori (ed i tre diversi “Don Giovanni”) per poi ricucirle addosso a se stessi con inserti di propria ideazione e scrittura: sia nel testo che nell’elaborazione scenica e coreografica.

Dunque se già il Don Giovanni è emblema inafferrabile di uno spirito vitale che attraversa i tempi, se già non fosse egli stesso declinato secondo diverse luci dai vari autori, ecco che abbiamo una ulteriore intelaiatura. Alla fine ne viene fuori un arabesco, più che una semplice messa in scena.

E proprio in questo abbiamo trovato l’interesse, l’originalità e lo stimolo dello spettacolo di Oliva e della compagnia di attori amatoriali. Questo forte senso dell’intreccio, della mutazione degli accenti, nonché dello scambio. Come dire, fare di necessità, virtù.

Per cui abbiamo avuto un Don Giovanni interpretato da almeno tre attori (due maschi, una femmina); uno scambio di personaggi secondari da un attore all’altro a seconda della scena. A sottolineare il gioco delle parti negli intrecci amorosi ma anche – come abbiamo detto – nella rappresentazione, un intermezzo di tango di gruppo (nell’oscurità, veli rossi e calzamaglie nere si intrecciano a coppie e ruotano sulla scena).

Gli attori-allievi si sono dimostrati all’altezza del compito; consapevoli del gioco, ammiccanti verso il pubblico, hanno saputo calarsi nei diversi registri: drammatico o buffonesco; un po’ ciarliero da commedia o del tutto tragico; hanno dimostrato spirito di “compagnia” nello scambiarsi le parti e capacità di tenere la scena finanche nei monologhi. Fino all’inventiva personale in quei camei e monologhi di testo personali che Oliva ha chiesto loro di aggiungere e donare a questa drammaturgia. Non possiamo non citare qui l’azzeccatissimo e per nulla stonato inserto in dialetto abbiatense dello Sganarello di Rotta Marco, oppure l’improbabile e sorprendente dialogo faustiano (da drammatico diviene comico) a due voci per un attore (Pierotto-Faust e Mefistofele) di Umberto Capasso; ma anche i monologhi drammatici di Helene Lupatini e Giada Cascio carichi di tensione emotiva, ed ancora l’ironico duetto tra donne di Franca Galeazzi e Roberta Micali.

IMG_20160622_213309[1]La piéce del gruppo teatro dei Navigli titolava “Don Giovanni e le sue donne”. Lo svolgimento ha dato ragione del titolo. La compagnia – nei modi che abbiamo sopra descritti – ha infatti tratteggiato e declinato la multiforme e sfuggente figura del libertino: sarcastico seduttore dai modi raffinati e dalla divertita sicumera con il convincentissimo Gabriele Cardini (un John Malkovich dell’abbiatense! azzeccatissima la coppia con lo Sganarello Marco Rotta); gaudente giovanotto di bocca buona ed amor cortese con Alessandro Treccani; tagliente, conturbante ed implacabilmente gelida figura con la straordinaria Michela Mezzatesta (in una delle scene più notevoli e delicate, tratte dal testo di Horvàrt con “la Bambina” Giada Cascio).

Dall’altra parte, le donne. La scena si apre – dopo l’araldica di Helene Lupatini – con l’irrompere fiammeggiante di Donna Elvira (Franca Galeazzi) al culmine del furore passionale contro Don Giovanni. Da qui abbiamo poi la teoria di donne conquistate: dalle contadine Carlotta e Maturina (Roberta ed Helene) a Laura (Michela), dalle quattro donne “ex” alla “Bambina” (un gioco di contrasti molto forte quello del testo di Horvàrt).

Don Giovanni e le sue donne : le une non possono letteralmente vivere senza il seduttore, e questi non potrebbe proprio esistere senza le sue prede. In una giga (tango, pardòn, quello che i personaggi eseguono tra luci – nere –  ed ombre – rosse – in scena a scandire i quadri del racconto) di intrecci seduttivi ecco aggiungersi un ulteriore elemento di complessità filosofica (benché di per sé semplificatoria equazione sulle dinamiche umane). Così come la figura del seduttore può assumere valenze diverse a seconda del lato da cui la si guardi (calcolatore od impulsivo? ludico gaudente o spietato traviatore? incatenatore o liberatore? ingenuo o malvagio?), nella stessa maniera, non possiamo affermare con certezza che le donne siano vittime e prede di un cacciatore impenitente. La scena del té con biscottini e chiacchiere tra “ex” (Horvart) è rivelatoria, insieme al duetto già citato che la sostiene. Che sarebbero queste donne senza quel palpito passionale che il loro seduttore ha donato alle loro esistenze e che ancora le accompagna? Come potrebbe donna Elvira scoprire la sensualità (e l’ironia!) di un tango se non con la scusa della sfrontata seduzione (ed abbandono)? Povero Don Giovanni, condannato alle trame adescatrici di mille donne in attesa di un liberatore di passioni sopite!IMG_20160622_221051[1]

Di fatto queste donne più che vittime appaiono vere e proprie evocatrici di uno spirito “fuori legge”, forgiandolo nei recessi più reconditi del proprio desiderio. Desiderio di emozione, di passionalità e di ironico gioco in una vita – la nostra vita moderna – sempre schiacciata tra stereotipi a due dimensioni cui conformarsi e banale competitività al maschile. Nessun fuori programma, bandita la fantasia, inutile ogni carica di passione. Niente per cui valga la pena rischiare. Manca un vero libero Don Giovanni a questa Europa goffa, ingessata, chiusa ed assediata da logiche di Borsa e capitali.

Il mondo è delle donne. Il maschio occidentale ormai pare non abbia più nulla da dire; di certo, non fa sognare. né le sue donne né tantomeno – ahinoi – addirittura se stesso. (e con questo ci potremmo riagganciare al già citato quadretto tra Pierotto e Mefistofele: dove nemmeno la promessa di un successo assoluto con le donne ed in amore può strappare firma e borsa all’agente assicuratore.)

Alla fine dello spettacolo e riflettendo su queste cose verrebbe quasi da pensare che il Don Giovanni del nostro tempo non può che esser custodito nell’anima di una donna. Del resto, cogliendo l’aggancio faustiano, non è forse l’Eterno Femminino ciò che nella versione goethiana del peccatore si salva ed ascende al Cielo?

Una, anzi mille, Donna Elvira che spariglino le carte, riaccendano la sensorialità (sensualità) e ci salvino dalla Finanza e da un piatto, banale, consumistico asfittico “benessere” (vero e proprio “convitato di pietra” del XXI secolo).

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Dunque… impresa di Oliva, del suo gruppo e di Teatro dei Navigli, perfettamente riuscita. Bravi. …al prossimo anno! Cala il sipario tra scrosci di applausi e… : Mina (Elvira?): se c’è una cosa che mi fa impazzire… mina_se-ce-una-cosa-che-mi-fa-impazzire

Alessandra Branca

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