Io provo a Volare: tra Amleto e Modugno, andata e ritorno da sud a nord del funambolo Berardi

Poetico, istrionico, divertente ed amaro, lo spettacolo in scena fino al 28 ottobre 2012 al Teatro della Cooperativa vale veramente la pena. Un linguaggio colto ma alla portata di tutti, una magia rara e semplice che arriva dritto al cuore e ti accompagna ben oltre i novanta minuti in sala. Una perla rilasciata da un Paese desolato, da una terra amara e bella.

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Io provo a Volare: tra Amleto e Modugno, andata e ritorno da sud a nord del funambolo Berardi nella terra delle ali spezzate

Innanzitutto va detto che lo spettacolo della Compagnia Berardi Casolari in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa, è bello. Bello in una maniera semplice e diretta; pochi mezzi, ma quelli che servono al mestiere dell’attore e del teatro, usati con padronanza e molto talento, riescono a creare mondi del reale e paesaggi dell’anima immediatamente comprensibili e nei quali lo spettatore vive senza filtri le vicende del protagonista.

Un occhio di bue, una candela, un frac strappato, un cappello, una scopa, lo sferragliare di un treno ed uno sguardo “che insegue per istinto ogni contrasto di luce”. Questi gli strumenti dell’arte. E le canzoni di Modugno a contrappuntare la storia. La chitarra sapiente di Davide Berardi (finissimo interprete anche nel canto solista), la fisarmonica ammiccante e delicatamente struggente di Giancarlo Pagliara, il dinamismo e l’espressività straordinarie di Gianfranco. Un terzetto sempre in perfetto sincrono e fusione. Come un’unica anima sulla scena.

Un ragazzo della Puglia che ha in cuore l’arte ed il teatro. Essere o non essere, decide il grande passo: trasferirsi all’operoso Nord in cerca di fortuna, la fortuna del mestiere dell’attore. Ma, fatto non sorprendente, si ritrova beffato e sfruttato in mille situazioni senza mai arrivare a toccare quel sogno. Il ritorno al paese diviene inevitabile, e con esso la seconda beffa della derisione dei compaesani; nonché la trasformazione del piccolo cineteatro di paese in una grossa scatola di marmi freddi atti a gloriare i notabili più che a mettere in moto sogni. Ed è proprio in questa metaforica tomba delle aspirazioni giovanili (dove per giovani si intendano coloro che hanno visioni altre rispetto ai muri di vetro, marmo e cemento che una immobile e gretta società propone e conserva con molta gelosia e mediocrità) che il protagonista cercherà la sua propria ribellione, ogni notte, provando a volare.
Questa la trama. Ma la forza di questo spettacolo sta nello spazio scenico calcato con furia e dolcezza dal bravo Berardi; saltimbanco, maschera del teatro dell’Arte (arlecchino e pulcinella), mimo; un po’ Chaplin ed un po’ Eduardo, in questa ora e mezza di spettacolo in cui l’accompagnamento musicale non è uno sfondo ma scenografia, coro e narrazione, Gianfranco Berardi dà veramente tutto il suo talento in una storia che intesse motivi diversi. Quello romantico dell’inseguimento di un sogno, quello ahinoi moderno della frustrazione dello stesso e dello scontro con una realtà (sempre attraversata da un potere grasso ed ignorante) aspra e priva del sentimento della solidarietà, se non priva di sentimento tout court. Una realtà che agli occhi altri dei sognatori appare essa come calco ingessato di una scena teatrale (in cui i ruoli son assegnati a priori e dai quali non è concesso di uscire), mentre l’arte è cosa vera e stimolo di libertà e dignità.
E così – dietro l’intento dichiarato di omaggiare un grande “compaesano”, Domenico Modugno, icona di un uomo che ha bucato le ipocrisie ed invertito i binari con la forza del proprio talento e di una personalità incontenibile – Berardi e Compagnia ci parlano dei temi sempiterni della nostra Italia di furbetti e di mediocrità supina ad un potere volgare intrisa di invidia verso coloro che osano sognare. Ma tanta è la forza del patto di ignoranza tra potere ed individui che queste fragili ali di farfalla vengono facilmente sbriciolate.
Tutto questo però viene sviluppato attorno al nucleo di un tema autobiografico ed intimista; un tema che fa di Berardi un Amleto sui generis, lacerato tra l’essere ed il non essere, tra la capacità di azione e vittoria nel tentativo di cambiare la propria vita e con essa i valori su cui fondare una altra società, o l’inazione e la sconfitta, una rabbia nascosta e distruttiva. Sono molti, sembra suggerire Berardi (autore della sceneggiatura), gli ‘amleti’ nel nostro tempo. Giovani e meno giovani portatori di sogni incapaci di far prorompere la forza rigeneratrice della propria visione interiore. Visione della bellezza che sola può scacciare il brutto ed il becero. Toccante e suggestivo il monologo finale (ricalco shakespeariano).
Essere o non essere, vedere o non vedere; non solo un riferimento biografico alla capacità sensoriale della vista. Vedere o non vedere i sogni e le visioni diverse, che ognuno di noi porta dentro e potrebbe esprimere. Potrebbe, vorrebbe, non sa se saprebbe. (La prima sfida è quella con se stessi, fare i conti con le proprie fragilità, non utilizzandole come alibi per l’inazione, perdendo l’occasione di essere e vivere non tradendo la propria originalità… sembra il messaggio più intimo di Gianfranco Berardi).
Nel dubbio, per tutti gli altri, più facile invidiare e reprimere i sogni altrui. Amara terra, amara e bella.
Alessandra Branca
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